Non avrà certo perso l’Oscar come miglior attore protagonista per le sue dichiarazioni sulla scarsa appetibilità dell’opera e del balletto, ma durante una rappresentazione della Semiramide, il melodramma tragico sulle musiche di Gioachino Rossini al teatro Massimo di Palermo (l’opera mancava in città da un secolo e mezzo: l’ultima messa in scena fu nel 1878 al Politeama Garibaldi), la presa di posizione di Timothée Chalamet sembra aver sortito l’effetto contrario: la presenza di un pubblico non trascurabilmente giovane, trasversale e plurilingue. O forse non è una reazione di antipatia nei suoi confronti ad animare le platee dell’opera anche in Italia, ma la presa di coscienza dell’impronta data da Rosalía con il suo nuovo Lux tour che arriverà presto a Milano: musica barocca, melomania, balletto e sinfonie, e perfino un’esibizione sulle punte della musicista catalana. La regia della Semiramide affidata a Pierre-Emmanuel Rousseau porta le vicende dell’efferata regina assirobabilonese (lo sarà stata veramente?) in un contesto newyorchese a metà tra il Kubrick di Eyes wide shut – che oggi riguardiamo con inevitabili pensieri alla plutocrazia violenta di Jeffrey Epstein – e quel che c’è di buono nel Megalopolis di Coppola, che proprio al teatro Massimo ha girato alcune scene del Padrino III. Ma la cosa più interessante è la capacità dell’orchestra di rivelare la prossimità di Rossini alla techno: riprese e ripetizioni, circuiti ipnotici, fughe esaltate e un martellare che non avrebbero quasi bisogno di un remix per passare al Berghain. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati



