La figlia magica e mai nata tra Nada e i primi Verdena: non c’è probabilmente altro modo di descrivere Lamante. Mettiamoci pure Cristina Donà, dato che si tratta di un atto generativo polifonico. La bravissima Giorgia Pietribiasi viene da Schio, è meno sporca e storta sia di Nada sia dei Verdena e si fa accompagnare da strumenti apparentemente meno orientati alle distorsioni e al fracasso. Ma nel suo dire che la “memoria è come un cane e si sdraia dove gli pare” nella splendida Governatevi denuncia la sua appartenenza a una scrittura che si assume dei rischi, e lo stesso vale per Una magia più forte della morte, dove la sua voce quasi si scioglie, sconfitta dalla sua stessa voglia. Anche se non arriva ancora alle vette del nonsense acido con cui si scrivevano e si lanciavano le canzoni negli anni novanta, è dominata dall’impulso a raggiungere un significato senza prendere per forza la strada maestra, e questo è un elemento di pregio. Romantica e ferita come lo sono le cantautrici d’oltreoceano più brave degli ultimi dieci anni (Phoebe Bridgers, Soccer Mommy, Julien Baker), Lamante ci mette dentro quel tanto che basta della ballata italiana falsamente sanremese come Non dico addio (che dà anche il titolo a questo suo secondo disco, prodotto da Taketo Gohara e registrato in chiesa) per risultare piacevole e familiare anche a chi vive di ascolti distratti. Questo Veneto che regala talento e gioia, dalla scrittura spettrale e bambina di Ginevra Lamberti al realismo esistenziale in chiave maggiore di Krano e delle sue _Città di pianura _fino a Lamante. Al momento, è l’unica vena aperta del nord da cui aspettarsi qualcosa. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati