Mi chiedevi quale era il mio disco italiano preferito a vent’anni, a trenta, a quaranta, e io sempre Linea gotica dei C.S.I. rispondevo, e rispondo ancora. È stato il disco dei miei viaggi nella penisola in senso orizzontale e verticale: il disco delle strade, degli Appennini, delle isole e del mare. È stato il disco del mio viaggio nei Balcani, perché della televisione e dei discorsi a scuola non ricordavo niente, ma arrivando a Srebrenica ho capito che ero stata preparata, che i C.S.I. mi ci avevano portata: e quale consorzio ha potuto incidere così severamente sulla mia realtà, se non il loro? Per me ragazza i Joy Division hanno stabilito una filosofia e la possibilità dell’annientamento; i C.S.I. hanno stabilito una visione politica e il turbamento del ricordo. Eppure non andrò a nessuna delle prime date del loro nuovo tour, né forse alle altre: dei C.S.I. mi restano la grazia e il terrore di un’omelia che non è una predica fine a se stessa. Un valore sacro che si traduce in un sentimento popolare, collettivo. E, quasi sicuramente, sarà così anche dal vivo. Il mio è solo spavento, voglia di non perdere qualcosa. Un’idea pulita su cosa significa musicare la storia e la memoria, in queste brutte giornate di dibattito sul woke che in Italia non c’è mai stato, in cui mi verrebbe da dire che il monito originale del movimento statunitense è stay woke, resta sveglio, qualcosa che descrive un’azione e un esercizio, una prassi e non solo una sensibilità. Più o meno come quell’“occorre essere attenti, per essere padroni di se stessi / occorre essere attenti” in Linea gotica. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati




