Non abbiamo i soldi della Paris Review (o che forse aveva la Paris Review). Non ci possiamo permettere di pedinare scrittrici e scrittori – o in questo caso musiciste e musicisti – facendo lunghi pellegrinaggi nei loro luoghi di ritrovo o di solitaria contemplazione; non abbiamo la capacità strutturale di sostenere questo formato, di trasformare un’intervista in un reportage o in una narrazione seriale su chi si occupa di arti performative. Un amico e collega mi dice che vuole raccontare la nascita del prossimo spettacolo di una coreografa e drammaturga pezzo per pezzo, fare sì che il racconto non sia la recensione di qualcosa di finito, ma di un processo. Ma come si fa a sostenere questo tipo d’impegno, cercando di affiancare qualcuno mentre trova la sua voce, facendosi testimoni del suo tentativo? In fondo recensire dei singoli equivale anche a questo, senza cedere all’idea che ormai esistono solo le canzoni prive di un desiderio di coesione finale, raccontare un’opera ancora per frammenti. Mi sono già occupata del lavoro del collettivo _gsv perché ricevo aggiornamenti sul loro progetto sonoro su una base rapsodica e notturna, senza data di scadenza, e il loro luci accese / render audio delle nostre finestre (lo trovate su Bandcamp) mi porta a chiedermi chissà come si sentivano le persone attorno a Sophie Calle quando raccontava dei suoi pedinamenti artistici per le strade di Venezia, che qui diventa Genova. Di molti tentativi d’arte resteranno soprattutto le lettere, gli ep della letteratura. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati




