Mi aspettavo una folgorazione dalla collaborazione tra i Fontaines D.C. e Rosalía nel singolo Where is gone?, ma non c’è stata. O meglio, mi aspettavo un’amplificazione delle reciproche stranezze, e invece il brano è nel solco dei duetti scuri e possenti come quello tra Anna Calvi e David Byrne in Strange weather. È innegabile che il singolo abbia una magniloquenza compressa che cresce con gli ascolti, ma è un pezzo conservativo. Non sapevo, invece, cosa aspettarmi dalla collaborazione tra Marta Salogni e Stefano Pilia in Phren (Maple Death Records), un lavoro da me altrettanto atteso. E posso dire che qui la somma rivela le congenite sorprese e stranezze delle parti. Dai titoli quasi petrarcheschi dei sei brani – o sarebbe meglio dire carsoniani, considerando la capacità dell’autrice canadese di spezzare i versi classici per ricomporre nuove inquiete ed elettroniche vite – si evince un tributo a quello che c’è di sintetico nella memoria. Un omaggio alle sintonie che proviamo con la natura che sono il frutto di una felice manipolazione anche quando ci sembra di essere scavati e puri al suo cospetto. In questo scavo, le tape machine di Salogni trovano armonia e spazio per composizioni già classiche e la familiarità con le sue produzioni dark wave diventa sempre più rarefatta man mano che intercetta i suoni generati dal suo compagno di viaggio. C’è un che di medievale in Phren, per come il disco traduce in luce e oro una materia che immaginiamo essere scura all’origine. E questo può avvenire solo attraverso due esperienze: la contemplazione e lo studio. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati




