Mentre un mondo affaticato fa i conti con il terzo anno di pandemia, proprio quando la diffusione del virus è intensificata dalla variante più infettiva fino a oggi, molti scienziati sono ottimisti sul fatto che i danni provocati dal covid-19 alla sanità globale diminuiranno nel 2022.

Anche se la variante omicron minaccia una crisi nei prossimi mesi, gli scenari più probabili rivelano una prospettiva migliore, grazie al crescere dell’immunità, tramite vaccinazioni e infezioni naturali, che probabilmente renderanno le conseguenze del virus meno gravi. “L’aumento dei casi di omicron in Europa e Nordamerica è stato estremamente rapido e potremmo assistere a un calo altrettanto rapido nei prossimi due mesi, anche se potrebbero essere necessari da quattro a sei mesi perché la variante si diffonda in tutto il mondo”, dice Jeremy Farrar, direttore della fondazione medica Wellcome. Dopo che gli effetti della omicron saranno passati, “è probabile che l’immunità ci garantisca un periodo di calma, ma potrebbe accadere in vari modi”, spiega.

Naso e polmoni

Un segnale incoraggiante è arrivato il 30 dicembre 2021 quando il Sudafrica, dove la omicron era stata rilevata per la prima volta a novembre, ha annullato le limitazioni agli spostamenti imposte alla popolazione dopo l’aumento dei casi. “Tutti gli indicatori suggeriscono che il paese potrebbe aver superato il picco della quarta ondata”, si legge in una nota del governo.

Per Tim Colbourn, che insegna epidemiologia all’University college di Londra (Ucl), è “del tutto ragionevole pensare che il peso del covid-19 possa ridursi del 95 per cento nel 2022: il virus non sarà più uno dei primi dieci problemi sanitari al mondo”. Alcuni esperti considerano la stessa variante omicron un indicatore della futura evoluzione del sars-cov-2, perché la selezione naturale favorisce le mutazioni che si trasmettono in modo più rapido ed efficace tra persone che hanno già una certa protezione immunitaria.

I test di laboratorio mostrano che le mutazioni di omicron le permettono di infettare di più delle varianti precedenti il naso e le vie respiratorie superiori, e di trasmettersi più rapidamente. Al contrario è meno probabile che penetri in profondità nei polmoni, dove tende a provocare danni più gravi. Queste conclusioni sono supportate dalle prove epidemiologiche: il rischio di malattia grave si riduce della metà o più con la variante omicron. La sua alta trasmissibilità comporta lo sbalorditivo aumento dei contagi globali fino a tre miliardi nei prossimi due mesi, quanti nei primi due anni di pandemia, secondo i modelli dell’Institute for health metrics and evaluation dell’università di Washington. “Ma quest’impennata si tradurrà in un aumento di ricoveri ospedalieri più contenuto rispetto all’ondata provocata dalla variante delta o al picco dello scorso inverno”, dice Chris Murray, il direttore dell’istituto.

Da sapere
Le misure in Europa

◆ Di fronte al dilagare della variante omicron, i paesi europei stanno imponendo misure di contenimento per limitare i contagi e proteggere gli ospedali. Ma, nota il giornale on­line statunitense Politico, stanno anche riconsiderando le regole sull’isolamento per “gestire il rischio d’infezioni mitigando gli effetti di un blocco dei servizi fondamentali e le conseguenze sull’economia”. Il 31 dicembre 2021 la Grecia ha dimezzato il periodo di isolamento per i contagiati, da dieci a cinque giorni. In Spagna, Irlanda e Regno Unito l’isolamento per i positivi dura sette giorni. Dal 31 dicembre in Italia chi è vaccinato con tre dosi, con due da meno di quattro mesi o è guarito (sempre da meno di quattro mesi) non deve più sottoporsi alla quarantena in caso di contatto stretto con un positivo, ma deve usare alcune precauzioni, tra cui un periodo di autosorveglianza di cinque giorni. I positivi asintomatici, vaccinati da meno di quattro mesi, possono restare in isolamento sette giorni invece di dieci. Le nuove misure entrate in vigore in Francia il 3 gennaio 2022 eliminano la quarantena per chi ha completato il ciclo vaccinale ed è entrato in contatto con positivi, mentre per i contagiati l’isolamento è di sette giorni.
Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha rilevato che in media le persone vaccinate superano l’infezione in 5,5 giorni e quelle non vaccinate in 7,5. I dati presentati dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) dimostrano che nella maggior parte dei casi il coronavirus si trasmette nei primi due giorni prima della comparsa dei sintomi e fino a tre giorni dopo.


Le prove scientifiche raccolte finora suggeriscono che la omicron sostituirà la delta come variante in circolazione nella maggior parte del mondo, proprio come la delta aveva spazzato via le varianti precedenti. “Questa prospettiva mi rassicura”, dice Farrar. “Sarei più preoccupato se ci fossero diverse varianti che circolano allo stesso tempo, perché significherebbe che stanno sfruttando diverse nicchie ecologiche, e ci ritroveremmo in una dinamica potenzialmente pericolosa di varianti che interagiscono tra loro”.

Evoluzione lineare

Un’altra variante del virus è comunque certa. Le mutazioni nel codice genetico sono eventi casuali durante la replicazione del virus – e nessuno aveva previsto la molteplicità di mutazioni che caratterizzano la omicron – ma le condizioni ambientali che permettono ad alcune varianti di prosperare sono prevedibili.

Ricerche
Più trasmissibile, meno pericolosa

I risultati di sei studi pubblicati nelle ultime settimane – che devono ancora essere sottoposti alla revisione paritaria (peer review) – hanno rilevato che la omicron danneggia meno i polmoni rispetto alla delta e alle altre varianti del covid-19. “Le mutazioni che rendono la omicron diversa dalle precedenti varianti potrebbero aver alterato la sua capacità di infettare vari tipi di cellule”, spiega al Guardian Deenan Pillay, che insegna virologia all’University college di Londra. “Sembra più abile a infettare il tratto respiratorio superiore, tra cui le cellule nella gola”, e questo rende il virus più trasmissibile. Un virus che infetta il tessuto dei polmoni sarebbe potenzialmente più pericoloso ma meno trasmissibile. James Stewart, del gruppo di ricerca di virologia molecolare dell’università di Liverpool, conferma che i topi infettati con la omicron hanno avuto una malattia meno grave e sono guariti più velocemente. “In base ai primi segnali è una buona notizia, ma non bisogna abbassare la guardia”, avverte. Gli scienziati del Centro per la ricerca sui virus dell’università di Glasgow affermano di aver trovato le prove che la variante omicron evade l’immunità delle persone che hanno due dosi di vaccino, ma la terza dose garantisce un “parziale recupero dell’immunità”.

Gli ultimi studi si basano sulla ricerca condotta a dicembre del 2021 dall’università di Hong Kong e su quella guidata dal professor Ravi Gupta dell’università di Cambridge, che ha analizzato i campioni di sangue dei pazienti vaccinati. La sua squadra ha confermato che la omicron è in grado di sfuggire ai vaccini, ma meno capace di entrare nelle cellule dei polmoni. Questi risultati s’inseriscono nel dibattito sull’accuratezza dei tamponi fai da te, conclude il Guardian. Secondo l’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito non ci sono segnali che i tamponi rapidi differiscano nella loro capacità di individuare le varianti delta e omicron, anche se i ricercatori stanno ancora monitorando la situazione. ◆


Un mondo in cui la maggior parte delle persone è esposta al sars-cov-2 favorirà delle varianti che si trasmettono rapidamente e facilmente, eludendo l’attenzione del sistema immunitario umano. È improbabile che le mutazioni che rendono il virus più letale lo rendano più adattabile, e potrebbero addirittura essere uno svantaggio se impediscono una trasmissione efficiente. “Si può immaginare l’emergere di una nuova variante mortale che sia più trasmissibile e anche più dannosa, ma non so quanto sia possibile per questo virus”, sostiene Jennifer Rohn, biologa cellulare che insegna all’Ucl. “Il sars-cov-2 dipende dalla sua capacità d’infettare le cellule e potrebbe già essere vicino all’esaurimento del suo repertorio”.

Se i nuovi agenti patogeni tendono a diventare più miti man mano che si stabiliscono negli esseri umani è argomento di dibattito tra gli scienziati. Ma Paul Hunter, professore di medicina all’Università dell’East Anglia, è convinto che per i coronavirus sia così. Quattro coronavirus, che da tempo circolano in tutto il mondo causando negli esseri umani sintomi simili al raffreddore da lievi a moderati, potrebbero aver causato gravi epidemie quando si sono trasferiti per la prima volta dagli animali alle persone. In particolare, ritiene Hunter, l’ultimo arrivato, oc43, passò dal bestiame agli esseri umani intorno al 1889 e causò la pandemia nota come “influenza russa”, provocando ondate sempre più lievi di una malattia simile al covid-19 per quattro o cinque anni, anche se non tutti sono convinti di questa tesi. “Il sars-cov-2 continuerà a generare varianti all’infinito, ma la nostra immunità creerà una protezione contro la malattia grave ogni volta che saremo infettati”, dice Hunter. “Alla fine smetteremo di preoccuparcene”.

Questo scenario rassicurante potrebbe verificarsi se il sars-cov-2 si evolverà in modo essenzialmente lineare. Esiste tuttavia un piccolo rischio di un improvviso salto evolutivo “fuori dagli schemi, che non proviene dalle varianti esistenti”, sottolinea Farrar. Una possibilità è che il sars-cov-2 si evolva all’interno di una popolazione animale e poi si sposti di nuovo nelle persone. Le pandemie influenzali di solito cominciano con un virus influenzale che proviene dagli uccelli o dai maiali. Oppure potrebbe scambiarsi i geni con un virus diverso, attraverso una ricombinazione genetica. Se, per esempio, qualcuno s’infettasse simultaneamente con il sars-cov-2 e il coronavirus della mers, che non si trasmette facilmente tra le persone ma uccide circa il 40 per cento di chi è infettato, è possibile immaginare un ibrido da incubo che combina trasmissibilità e letalità.

Anche se un tale salto evolutivo non è impossibile, la maggior parte degli esperti lo considera estremamente improbabile. “Mi spaventa molto di più un’altra pandemia causata da un nuovo virus ancora sconosciuto che una qualche variante del sars-cov-2”, dice Colbourn. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati