Anche il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz dovrà fare i conti con internet, il “territorio vergine”, come l’aveva definito nel 2013 Angela Merkel. Ma stavolta il mondo digitale appare molto più accidentato e insidioso. Merkel aveva tollerato i trucchetti di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, e l’arroganza di Eric Schmidt, fino al 2020 uno dei massimi dirigenti di Google. Ma i problemi che questi imprenditori hanno creato – con attività di sorveglianza, manipolazione psicologica e non solo – erano prevedibili. Scholz, vista la combinazione esplosiva tra tecnologia, finanza ed energia, avrà un compito più impegnativo. Né la politica tedesca né quella europea sono preparate.

Non è chiaro l’orientamento politico di questo nuovo territorio, ma la sua natura populista è evidente. Per Merkel ai tempi il rischio era che Yanis Varoufakis, l’allora ministro delle finanze greco, lanciasse una criptovaluta nel momento più cupo della crisi dell’euro. Ma i problemi che minacciano Scholz e altri leader europei potrebbero arrivare da ogni parte. Prendete un piccolo stato come El Salvador. Il suo presidente populista Nayib Bukele, al potere dal 2019, di recente si è lanciato in un’avventura che avrà ripercussioni globali. Bukele crede nei bitcoin e per questo a settembre ha imposto a tutti i negozi del paese di accettare i pagamenti con la valuta digitale. Il suo piano più ambizioso, tuttavia, è previsto per il 2022, quando El Salvador emetterà un’obbligazione da un miliardo di dollari chiamata Volcano bond. Metà dei ricavi sarà usata per comprare bitcoin; l’altra metà finanzierebbe la costruzione di un’infrastruttura che usa l’energia geotermica dei vulcani salvadoregni per estrarre altri bitcoin. Se la criptovaluta continuerà la sua ascesa, i guadagni extra saranno condivisi con i primi acquirenti dell’obbligazione. La cosa può apparire donchisciottesca, ma cosa c’entra con l’Europa e la Germania? Il fatto è che il programma di Bekele permetterebbe a tutte le istituzioni d’investire legalmente nei bitcoin. È questo il futuro che ci aspetta: un mondo dove pensiamo che i fondi pensione stiano investendo i nostri soldi in titoli di stato regolamentati, ma in realtà scommettono sulle criptovalute.

Ormai odiare la Silicon valley va di moda. Il congresso statunitense cerca regolarmente di punire i peccati di queste aziende

Ci sono tanti vulcani pronti a esplodere in centinaia di startup spuntate in tutta Europa, ma soprattutto a Berlino. Il nuovo governo di coalizione tedesco, che dice di prendere sul serio le questioni digitali, non dovrebbe cercare di farne nascere delle altre. Farebbe meglio a evitare il rischio di un nuovo e ancora più grande caso Wirecard, la società finanziaria il cui fallimento nel 2020 ha coinvolto l’autorità tedesca di vigilanza, la società Ernst&Young e il governo.

La retorica della “decentralizzazione” che legittima le criptovalute crea un pericoloso vuoto, in cui prospera l’illegalità. Un recente studio mostra che metà dei token (una sorta di gettoni che si possono scambiare tra gli utilizzatori delle criptovalute) presenti nel listino di Uniswap, uno dei più grandi mercati di scambio di monete virtuali, sono falsi. Serve una regolamentazione del settore. Ma è improbabile che i politici europei facciano qualcosa: s’illudono di poter controllare il mondo digitale. È vero, ci sono state alcune vittorie sul fronte della regolamentazione. Per i giganti tecnologici sta diventando più difficile non pagare le tasse, i lavoratori della gig economy hanno ottenuto qualche diritto e le autorità antimonopolistiche possono sorvegliare meglio i mercati.

Il settore tecnologico ha preso un brutto colpo anche dal punto di vista della reputazione. Ormai odiare la Silicon valley va di moda. Il congresso degli Stati Uniti organizza regolarmente delle udienze per punire i peccati di queste aziende. E anche la Commissione europea si è svegliata dal coma. È la fine della battaglia contro lo strapotere dei giganti tecnologici? Tutt’altro, perché nel frattempo è successo qualcosa di strano: una parte del settore vuole distruggere l’altra. Sostenuta da investitori pronti a rischiare, la nuova generazione di startup sta attaccando il modello centralizzato e basato sulla pubblicità di Google e Facebook, sostenendo che penalizza gli utenti. All’improvviso il mondo utopico del web 2.0 sembra distopico. Quando il concetto di web 2.0 è apparso nei primi anni duemila, l’idea era che gli utenti ottenessero tutto gratis, perché erano gli inserzionisti pubblicitari a pagare. Ora alcuni esponenti della vecchia guardia hanno avuto un’illuminazione: Jack Dorsey, cofondatore ed ex amministratore delegato di Twitter, passa il tempo a twittare del Salvador e di bitcoin. Per sconfiggere la distopia del web 2.0 secondo le menti più brillanti della Silicon valley le leggi non funzioneranno. Serve una svolta radicale verso un nuovo modello: il web 3.0, dove tutto è decentralizzato e finanziarizzato. Ogni comunità può creare le sue valute ma anche distribuire certificati di proprietà relativi a risorse condivise, emettendo azioni chiamate token. Questi ultimi possono essere visti come oggetti digitali e programmabili. Se sono tutti uguali tra loro, cioè se sono fungible (sostituibili), funzionano come valuta o come partecipazione azionaria. Se sono unici possono funzionare anche come opere d’arte (da cui l’espressione non-fungible token, token non sostituibili, o nft, che ha conquistato il mondo dell’arte).

Sarebbe sbagliato rifiutare il mondo del web 3.0 come una semplice montatura. È una cosa molto più pericolosa

La promessa populista al cuore del web 3.0 è che, quando le criptovalute avranno purificato le forze della finanza dall’influenza di Wall street, della Banca centrale europea e di altre istituzioni, la politica diventerà obsoleta. Saremo semplicemente in grado di convincere le persone attraverso incentivi finanziari. Come ha scritto su Twitter alcune settimane fa Li Jin, un’investitrice che vive negli Stati Uniti, “molte persone criticano le criptovalute perché ‘finanziarizzano tutto’. In realtà tutto è già finanziarizzato, semplicemente quel valore oggi non premia gli utenti. Le criptovalute possono cambiare la situazione”. È questa la magia delle criptovalute: reindirizzare la finanziarizzazione – che sarebbe una cosa da accettare, non da contrastare – per finalità produttive. Allo stesso modo potremmo “risolvere” il problema del finanziamento dell’arte e della cultura offrendo ai “creatori” degli strumenti per raccogliere fondi senza intermediari. Devono agire come startup che si preparano a un’offerta pubblica iniziale. Visto che siamo tutti capitale umano, perché non lasciare che siano i mercati a decidere quale carriera seguire?

Dato il pesante prezzo ambientale delle soluzioni che si fondano sulle criptovalute – i bitcoin da soli consumano più energia dell’Argentina – ci si potrebbe chiedere che senso ha usare una simile infrastruttura. Ma perché no? Anche i cambiamenti climatici possono diventare dei token: foreste e laghi vanno visti come una nuova “classe di beni”, e le comunità diventano azionisti detentori di token.

Nel web 3.0 c’è un micro-pagamento per ogni cosa. Ogni oggetto può essere “tokenizzato”; chiunque è incoraggiato a pensare a sé stesso come a un marchio aziendale in potenza. Siamo tutti a un clic di distanza dal quotare le nostre famiglie e i nostri cani. Ovviamente le voci critiche hanno ragione: il web 3.0 non è altro che un’abile formula di marketing, un seducente eufemismo per rendere rispettabili le tecnologie su cui si fonda. La maggior parte di queste vengono dal mondo delle criptovalute e della blockchain. Ma sarebbe sbagliato rifiutare il mondo del web 3.0 come una semplice montatura. È qualcosa di molto più pericoloso. Il suo futuro potenziale d’emancipazione rimane ambiguo, ma il danno che può provocare oggi è reale. Ci facciamo subito prendere dal panico per il “capitalismo della sorveglianza” ogni volta che la pubblicità di un albergo di Maiorca c’insegue nel web. Immaginatevi il caos se le persone dovessero accorgersi che, quando aprono un’applicazione del web 3.0 non stanno solo facendo acquisti in rete ma anche creando un prodotto finanziario derivato, mentre i computer al lavoro per convalidare queste operazioni inquinano un paese lontano.

La logica della maggior parte di questi cripto- progetti è antipolitica. Bitcoin voleva rendere obsoleti i sistemi bancari centrali, affidando l’emissione di denaro agli algoritmi. Questi nuovi strumenti tokenizzati mirano a rendere obsoleta la politica. I leader che lodano il potenziale innovativo del web 3.0 dovrebbero rendersi conto che rischiano di perdere il lavoro.

C’è una lezione da imparare dalla disfatta del web 2.0: nessuna regolamentazione è mai eccessiva o prematura. Se Olaf Scholz vuole che le ambizioni politiche del suo governo non cadano nel vuoto delle criptovalute, farebbe bene a prendere di petto questa sfida cruciale. Il problema con i territori vergini è che al loro interno è molto facile perdersi. ◆ ff

EVGENY MOROZOV
è un sociologo esperto di tecnologia e informazione.
Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (Codice 2019).

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati