Il debutto solista della musicista indie Jenny Hollingworth, che si firma Jenny on Holiday, è un viaggio brillante e dolceamaro nell’anima più malinconica del pop. Nella sua scrittura ci sono echi di Kate Bush, Cyndi Lauper, Tori Amos, Abba e Cocteau Twins: tutta musica che affronta le pene d’amore senza rinunciare a ritornelli ammalianti. L’artista britannica trova un equilibrio tra gli omaggi e la capacità di combinare la frenesia della disco indie con la tristezza dopo una notte passata a piangere. E questo rispetta una delle formule vincenti del pop: testi deprimenti e melodie allegre. Anche se Quicksand heart è il suo primo disco solista, Hollingworth è già una figura nota del pop alternativo grazie al progetto Let’s Eat Grandma, formato con la sua amica d’infanzia Rosa Walton. Il duo esiste ancora, ma nel tempo si era trasformato in un fardello che aveva bisogno di un nuovo inizio. Uscirne per un po’ ha permesso a Hollingworth di provare cose diverse. E anche se queste non sono un cambiamento radicale rispetto al passato, valgono come una catarsi leggera e celebrativa.
Ed Power, The Irish Times
La band britannica The James Hunter Six ha uno stile fluido e ruvido basato sul soul statunitense degli anni sessanta, ma fa molto più che imitarne i cliché. Il cantante e leader James Hunter incarna in modo contagioso le profonde radici emotive del passato e le porta nel presente grazie alla sua abilità narrativa e alla sua voce roca. Il resto del gruppo mantiene il ritmo con fiati che vibrano, un basso martellante, percussioni pulsanti e tastiere e chitarra che entrano un po’ alla volta. Sono quarant’anni di carriera discografica per Hunter, che ha un suono immediatamente riconoscibile e una solida base di fan, tra cui Van Morrison, qui ospite di un pezzo. Chi ha apprezzato i dischi precedenti del gruppo amerà sicuramente anche questo. Parte del successo va a Bosco Mann (alias Gabriel Roth), che ha prodotto gli album del gruppo per la Daptone Records e questo nuovo lavoro per l’etichetta Easy Eye Sound di Dan Auerbach. Roth e Auerbach hanno una sensibilità simile: fanno dischi che suonano come classici del passato per strumentazione e atmosfera, ma con una patina moderna. Ascoltare Off the fence è come scoprire una pila di vecchi 45 giri presi da un jukebox dimenticato in un bar. Non è un concept album ma ha una grande uniformità, che trova la sua forza nella voce di Hunter e nel suo tono ironico, sincero e sottilmente comico.
Steve Horowitz, PopMatters
A differenza dei suoi imponenti poemi sinfonici, la maggior parte della musica per pianoforte del musicista ceco Josef Suk è di dimensioni contenute e spesso di carattere elegiaco. Però è sempre scritta benissimo e in modo idiomatico per la tastiera, e possiamo solo chiederci come mai quasi tutti i pianisti ignorino una musica così sostanziosa, fantasiosa e comunicativa. In particolare Legend, che apre il ciclo dei Moods op. 10, ha tutto ciò che un virtuoso d’inclinazione romantica potrebbe desiderare: melodie slanciate, tessiture lussureggianti, una polifonia ben dosata e un grande climax finale: una specie d’incrocio tra Rachmaninov e Janáček. Le modulazioni irrequiete del Capriccio e il suo umoristico materiale tematico coinvolgono la mente e solleticano l’orecchio. Il lirismo splendido di Dumka e le sue evocazioni del linguaggio parlato danno vita a un piccolo capolavoro. I dieci brani del ciclo pianistico Cose vissute e sognate, che dura 35 minuti, mostrano il compositore in uno stato di particolare ispirazione. Il pianista Karl-Andreas Kolly non solo suona magnificamente dal punto di vista tecnico, ma dimostra anche di saper usare il colore timbrico per mettere in risalto l’atmosfera appropriata di ciascun brano. Raccomandato con entusiasmo.
Jed Distler, ClassicsToday
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