Come metafora del sogno americano Crux è di un’ovvietà quasi brutale: parla letteralmente di arrampicata. I protagonisti, Dan e Tamma (diminutivo di Tamarisk), hanno 17 anni e vivono ai margini polverosi del Joshua Tree national park, in California. Tutto il tempo libero che riescono a ritagliarsi lo dedicano ai massi di granito, nonostante l’attrezzatura insufficiente: niente materassini né corde per attutire le cadute, e le scarpette di Dan arrivano da un cassonetto. Tra Dan e Tamma non c’è alcuna tensione romantica; lui è etero, lei rivendica con esuberanza la propria omosessualità, e il loro legame si fonda quasi esclusivamente sull’arrampicata. “Ogni giorno arrampicato sul granito era il giorno più bello del mondo”, scrive Tallent. Il lessico tecnico del climbing, che l’autore padroneggia con naturalezza, dà vita ad alcuni dei passaggi più lirici del libro. Sia Dan sia Tamma stanno salendo verso qualcosa: lui punta a una borsa di studio universitaria, lei vuole entrare nel mondo dei professionisti. Se andasse male, Tamma sogna di mollare tutto e vivere off grid nello Utah. Entrambi fuggono anche da qualcosa: le loro famiglie sono schiacciate da spese mediche astronomiche e scelte sentimentali sbagliate. Tallent però evita la predica e mostra la precarietà dei suoi personaggi più che declamarla. In questo senso Crux si avvicina ai migliori romanzi recenti sulle ferite fisiche ed emotive dell’America che si trova ai margini.
Mark Athitakis, Los Angeles Times
La sua intenzione non era scrivere un romanzo, ma quando l’uruguaiana Eugenia Ladra se n’è resa conto aveva già riempito quaranta pagine e la storia era ancora lontana dalla fine. Così ha continuato a costruire l’universo di Pueblo Chico, il luogo in cui si svolge la sua prima opera, L’esca. Ogni personaggio sembra candidarsi per un ruolo da protagonista, ma nessuno lo è davvero perché, in fondo, lo sono tutti. Al centro del romanzo ci sono il paese e i meccanismi con cui si organizza una comunità isolata. Tra i personaggi troviamo Marga, l’adolescente che i vicini pensano porti sfortuna; Recio, il giovane straniero che approda in paese; Justa, la nonna; Olga, la levatrice; i pescatori; il cieco Godoy, che vive recluso; e Luisito, proprietario della taverna La Paraíso. Le loro vicende mostrano le norme di quella comunità, che però hanno un sapore universale. È il caso di Marga e del suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, segnato dalla scoperta della sessualità. La storia è ambientata in un passato recente ma ancora analogico: Marga, come l’autrice, nasce negli anni novanta e il presente narrativo si colloca nei primi anni duemila. “Le ho ceduto la mia storia di quel periodo”, dice Ladra. “Non avrei potuto ambientarla nel presente: con la tecnologia ho un rapporto nullo, ho imparato da poco a farmi un selfie. Niente di ciò che racconto è reale, ma non avrei potuto scriverlo senza aver prima vissuto certe esperienze”.
Carmen López, elDiario.es
Il romanzo, ambientato nel Tamil Nadu degli anni quaranta, racconta la storia di Ponna e Kali, una coppia di contadini la cui felicità è offuscata dall’impossibilità di avere un figlio. Ponna è una moglie devota e remissiva, il tipo che sembra esistere solo nell’immaginario maschile tamil. Kali la tratta con grande affetto e nutre per lei un desiderio primordiale che però non si può del tutto definire amore. Considerata dalla società una donna sterile, Ponna è esclusa dalla comunità, mentre Kali viene spinto a prendere una seconda moglie. Dodici anni senza figli sono scanditi da migliaia di visite ai templi, preghiere, offerte. La coppia riceve il consiglio di partecipare alla festa di un tempio locale: per una notte le norme sociali si allentano, tutti gli uomini sono considerati dèi e alle donne che desiderano un figlio è concesso di avere rapporti con degli sconosciuti. Nell’avvicinarsi al culmine, la narrazione, abilissima, si fa frenetica come una festa religiosa; presente e passato entrano ed escono dall’inquadratura al ritmo fragoroso dei cimbali. L’impareggiabile capacità di Murugan di restituire il parlato tamil mette a nudo l’organismo complesso della società che descrive. Per un libro che è valso al suo autore minacce di morte, è una lettura sorprendentemente pacata e sensuale.
Meena Kandasamy, The Guardian
Questa sì che è arte. Il nuovo romanzo di Wolf Haas, Falso contatto, si legge con incredibile facilità: è avvincente come un thriller perfettamente oliato e, allo stesso tempo, così sofisticato da far quasi impazzire per l’entusiasmo intellettuale. Non si può rivelare troppo della trama: il romanzo vive soprattutto del modo in cui gli eventi si compongono lentamente ma inesorabilmente. Basti dire questo: Franz Escher è un viennese single sulla cinquantina, piuttosto eccentrico, che lavora come oratore funebre e coltiva solo due passioni: i puzzle e i libri sulla mafia. E conosciamo anche Elio Russo, un mafioso che ha tradito i suoi (tranne il boss) per ottenere la libertà grazie a un programma di protezione testimoni. Con un nuovo volto può rifarsi una vita in Germania e poi si trasferisce a Vienna, con una donna che rispetta il silenzio sul suo passato perché anche lei ha qualcosa da nascondere. E hanno una figlia, destinata a scatenare un’enorme quantità di drammi. Va semplicemente letto.
Adam Soboczynski, Die Zeit
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