Archiviato Sanremo, torneremo ancora una volta a pattinare sul tempo. Da un lato l’appuntamento referendario, che rimette in circolo l’antica battaglia sulla giustizia. Dall’altro il ritorno di titoli riverniciati di fresco, come Canzonissima, Stranamore _e _Ok, il prezzo è giusto. Due traiettorie che finiscono per somigliarsi. Da una parte ci divideremo sulla sorte delle toghe, dall’altra ci ricomporremo davanti a format che abbiamo già amato e che siamo pronti a riamare. Rivivremo frammenti di ieri illuminati dai riflettori di oggi, così come saremo chiamati a pronunciarci su quesiti, per esempio quello sulla separazione delle carriere, che nei fatti hanno già trovato un primo approdo nella riforma Cartabia del 2022. Ci troveremo davanti a consultazioni popolari scritte in un burocratese quasi indecifrabile, alimentando uno scontro più emotivo che cognitivo, come il suono tribale delle pentole nella Corrida, che sovrastano l’esibizione del concorrente che accenna l’Aida con le ascelle. Anche sul meccanismo del sorteggio, la tv ci illumina: nessun dirigente affiderebbe mai la conduzione di un programma alla sorte, rinunciando alla sintesi tra corrente autorale, equilibri politici e logiche produttive. Eppure, nello strambo parallelo tra la nostalgia da palinsesto e le dinamiche di palazzo, è la tv a uscirne meglio: almeno ha l’eleganza, e forse la sincerità, di riportarci nel passato senza spacciarlo per un radioso futuro. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati