◆ Una volta era un lago di acqua e nebbia, altra forma dell’acqua. Il Fucino raccontato da Ignazio Silone è oggi una piana coltivata intensivamente, molto fertile. I vecchi agricoltori hanno lasciato il passo ad aziende e cooperative che si servono di manodopera straniera, la sola disposta a passare le giornate sugli ortaggi e le famose patate. I turni iniziano anche di notte. La vita sociale a zero, molti lavoratori sono qui da vent’anni e non sanno l’italiano. Parlano solo la lingua di origine. I figli, scolarizzati, sono i loro interpreti e mediatori culturali. Almeno non vivono nelle baracche: sovraffollano, pagandole, le case vecchie dei paesi, dove gli italiani non abitano più. Spesso non agibili, scaldate con stufe a legna. Non so se siamo ancora gli abruzzesi forti e gentili descritti da Primo Levi. Il Fucino oggi è diverso. Oltre agli esempi virtuosi di imprenditori in regola, esiste il sommerso, e un caporalato. Ma a sentire i racconti di parte è gestito solo da migranti, e sono “loro” che chiedono di lavorare in nero. È capitato che gli irregolari trovati dagli ispettori del lavoro siano stati poi denunciati dai proprietari dei terreni per averli occupati abusivamente. E giacché erano lì, “loro” si sono messi a raccogliere finocchi, sai com’è. Non così lontano, sull’altopiano di Campo Imperatore, spadroneggia nel silenzio la mafia dei pascoli. Non siamo riusciti a preservarci.
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati




