La carriera parlamentare del democratico statunitense Ro Khanna è stata contraddistinta dal tentativo di tenere insieme aspetti apparentemente inconciliabili. Khanna rappresenta il 17° distretto della California, un’area della Silicon valley dove si trovano le sedi della Nvidia e della Intel. Nel 2016 è stato eletto al congresso con l’appoggio di titani della tecnologia come Sundar Pichai, Eric Schmidt e Marc Andreessen. Khanna è uno dei più ricchi deputati del congresso, ma nel 2020 è stato copresidente della campagna elettorale di Bernie Sanders e oggi sostiene la proposta di una tassa patrimoniale in California.

Per Khanna non ci sono contraddizioni, ma solo un’unica entità politica a cui fare presenti i suoi interessi condivisi. “Dobbiamo fare in modo che l’America benefici del successo della Silicon valley e assicurarci che la Silicon valley non diventi un’isola”, ha detto nel 2019. “Altrimenti saremo costretti ad affrontare una rivolta contro alcune delle forze che a mio parere fanno bene alla società”. Ora, però, Khanna potrebbe aver raggiunto il limite di quello che può essere riconciliato.

Conosciamo meglio le relazioni di Epstein rispetto al passato, ma sappiamo ancora poco sui crimini del finanziere e sull’identità di chi potrebbe averli commessi insieme a lui

A luglio, insieme al parlamentare repubblicano del Kentucky Thomas Massie, Khanna ha introdotto l’Epstein files transparency act, una legge che invitava il dipartimento di giustizia a pubblicare tutti i documenti non classificati relativi al caso dell’ex finanziere Jeffrey Epstein, condannato per sfruttamento sessuale di minorenni, e della sua complice Ghislaine Maxwell. Ai due deputati si sono aggiunte personalità del movimento Maga come Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene, creando un gruppo che ha sfidato il presidente Trump e lo speaker della camera Mike Johnson per forzare l’esame della legge in parlamento, dov’è stata approvata con una larga maggioranza.

Oggi, dopo la pubblicazione di milioni di documenti, Khanna appare scosso sia da quello che ha scoperto sia da quello che non ha scoperto. Attualmente sono stati resi pubblici 3,5 milioni di pagine di email, messaggi di testo e documenti processuali, ma il governo ha annunciato che in totale ci sono più di sei milioni di pagine. Inoltre i documenti che l’opinione pubblica può consultare sono stati preventivamente revisionati e censurati dai legali del dipartimento di giustizia guidato da Pam Bondi. Todd Blanche, viceministro della giustizia che ha gestito il processo, è stato uno degli avvocati di Trump. “Ancora non abbiamo l’elemento più forte, ovvero le testimonianze delle vittime rilasciate all’Fbi, con i nomi di chi ha commesso violenze sessuali e altri crimini”, ha ammesso Khanna il 10 febbraio.

Il risultato è che conosciamo la rete di Epstein molto di più rispetto al passato, ma sappiamo ancora poco sui crimini del finanziere e sull’identità di chi potrebbe averli commessi insieme a lui. Il dipartimento di giustizia e l’Fbi confermano che Epstein ha “danneggiato più di mille vittime”. Ha davvero fatto tutto da solo e con l’aiuto di Ghislaine Maxwell? Probabilmente molto di quello che vorremmo sapere non si trova nelle email di Epstein e dei suoi amici. “Mandami un numero da chiamare, non mi piace lasciare tracce di queste conversazioni”, scriveva il finanziere a Steve Tisch, miliardario e comproprietario dei New York Giants.

Nei documenti che abbiamo potuto visionare ci sono continui riferimenti a segreti e fatti che non possono essere condivisi. Penso al biglietto di auguri per il cinquantesimo compleanno di Epstein apparentemente firmato da Donald Trump: “Che ogni giorno possa portare un altro splendido segreto”. Quali erano questi segreti? (Trump nega di aver scritto il biglietto).

Detto questo, i documenti del caso Epstein rivelano comunque tanto. La rete del finanziere va oltre le categorie che siamo abituati a usare per inquadrare la società statunitense. Era amico di Noam Chomsky e Peter Thiel, di Steve Bannon, Kathryn Ruemmler (consulente legale della Casa Bianca di Barack Obama) e Howard Lutnick. Una rete senza limiti politici, industriali e territoriali.

Molte persone cercavano di starne alla larga, ma per altri la sua vicinanza ai ricchi e potenti era la prova che qualsiasi cosa avesse fatto non poteva essere poi così grave

Sono rimasto a lungo sbalordito da come Epstein fosse riuscito a tenere vicine persone così diverse tra loro, anche dopo essere diventato un rischio per chi lo circondava. Da questa prospettiva, i documenti sono chiarificatori. Epstein emerge come un trafficante di soldi, contatti personali, informazioni e di esseri umani. Aveva l’istinto giusto per capire i desideri dei suoi interlocutori: i ricchi vogliono essere presi sul serio, i meno ricchi vogliono sfoggiare gli ornamenti dell’opulenza, molti uomini volevano sesso e tutti desideravano contatti.

Leggere i documenti significa osservare un uomo mentre sfrutta le brame dei suoi conoscenti. Nel 2013 scrive a Elon Musk per fargli presente che “con l’apertura dell’Assemblea generale verranno a casa molte persone interessanti”. Musk non sembra impressionato. “Volare a New York per incontrare i diplomatici dell’Onu mentre non fanno nulla sarebbe un modo irresponsabile di usare il mio tempo”, risponde. A quel punto Epstein cambia approccio. “Pensi che io sia un ritardato? Nessuna sopra i 25 anni e tutte molto carine”. Pare che Musk abbia ignorato l’invito.

Epstein aveva molti soldi (in gran parte ottenuti truffando altri), ma la sua valuta più universale erano i contatti. La crescita della sua rete, sostanzialmente, si alimentava da sé. Molte persone lo vedevano per quello che era e cercavano di starne alla larga, ma per altri la sua vicinanza ai ricchi e potenti era la prova che qualsiasi cosa avesse fatto non poteva essere poi così grave. Dopotutto, guarda con chi va a cena! La rete ha permesso a Epstein di commettere abusi e, fino a un certo punto, di proteggerlo dalle conseguenze.

L’inchiesta del New York Times sul suo rapporto con la multinazionale JPMorgan Chase dipinge un quadro chiaro di come Epstein usasse i suoi contatti per difendersi da potenziali conseguenze. All’interno della banca i suoi prelievi e trasferimenti di contante avevano sollevato i sospetti riguardo a un traffico a scopi sessuali. La sua condanna per adescamento di minorenne sembrava confermare quei timori. Ma Epstein si era dimostrato talmente prezioso per la JPMorgan – aiutando la banca a ritagliarsi uno spazio nel mondo dei fondi speculativi e mettendola in contatto con l’uomo d’affari emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem e con Sergey Brin di Google – che i vertici hanno ignorato per anni questi segnali. Alla fine la banca ha tagliato i ponti con Epstein, ma gli alleati del finanziere hanno continuato a sottolineare quanto fosse “considerato affidabile da alcune delle persone più ricche del pianeta”. Come potevano sbagliarsi?

Di recente Ro Khanna ha cominciato a parlare di una “classe Epstein” per indicare “i ricchi e potenti che agiscono come se fossero al di sopra della legge e, forse, al di sopra della moralità”. All’inizio mi è sembrata una forzatura, perché quello che rende Epstein particolarmente disprezzabile è la pedofilia e non ero sicuro di quante persone nella sua rete fossero a conoscenza di quell’aspetto. Ma più leggo i documenti e più mi è difficile negare la solidarietà di classe evidente al loro interno. “Dicono che ami le belle donne quanto me, e molte di loro sono piuttosto giovani”, ha dichiarato Trump nel 2002 al New York Magazine parlando del finanziere. Nel 2008 Epstein è stato condannato per adescamento di minore. “Ti stimo e mi sento furioso per quello che è successo”, scriveva Peter Mandelson, all’epoca commissario europeo al commercio. Jes Staley, che era dirigente della JPMorgan, gli scrisse durante la crisi finanziaria: “Spero che terrai la tua isola. C’è la possibilità che tutti noi avremo bisogno di viverci”. “Certo, c’è sempre posto per tutti voi”, rispose Epstein. Nel 2023 la JPMorgan ha fatto causa a Staley accusandolo di non aver avvertito la banca dei crimini del finanziere. Il procedimento si è risolto con un patteggiamento.

Nel 2018 il Miami Herald aveva pubblicato un’inchiesta in cui citava la testimonianza di “oltre ottanta donne che dichiarano di essere state molestate o violentate da Epstein dal 2001 al 2006”. Il giorno dopo l’ex segretario al tesoro Larry Summers aveva scritto al finanziere facendogli notare che “sei tornato sulla stampa”, prima di passare ad altri argomenti.

Nel 2019 Steve Bannon aveva inviato a Epstein un link dell’articolo del Daily Beast intitolato “Un tribunale ordina la pubblicazione dei documenti riservati sul presunto giro di prostituzione di Jeffrey Epstein”. Il finanziere non ha risposto, o almeno non via sms.

I conoscenti di Epstein magari non sapevano tutto, ma molti di loro ne sapevano abbastanza. È evidente che esisteva una solidarietà che lo proteggeva e rendeva possibili i suoi crimini.

Il giornalista Anand Giridharadas mi ha fatto notare una cosa: un tempo il potere e il prestigio derivavano dalla terra, dal titolo o dalla famiglia, ma oggi consistono “nella posizione di un individuo, nel numero di contatti che ha”. In che modo questo cambia il comportamento delle élite moderne? “Mi chiedo se il coraggio sia un valore passato in secondo piano, perché essere coraggiosi significa rompere questi legami”, ha aggiunto Giridharadas.

Vale la pena sottolineare che la rete di Epstein, per quanto ampia, è rimasta molto contenuta se paragonata alla società statunitense e a quella globale. Oggi ci viene offerta una finestra su una frangia peculiare dell’élite globale, quella che ha scelto di restare in contatto con lui. Non sappiamo in che modo molte persone hanno deciso di stare lontane dal finanziere, perché non sono citate nei documenti.

Eppure, anche per chi pensava di conoscere i costumi dei potenti, i documenti sul caso Epstein sono traumatici. Per Khanna hanno reso indispensabile un confronto con i limiti della sua azione politica. “Di sicuro non voglio i forconi contro i miliardari”, mi ha detto. “Ma sono tra quelli che vorrebbero vedere i responsabili pagare per i propri crimini. Abbiamo bisogno della fiducia della gente. La certezza di un sistema giudiziario imparziale nei confronti delle élite è essenziale per costruire la fiducia in un progetto democratico più ampio”. ◆ as

Questo articolo è uscito sul New York Times.

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati