Dopo essere diventata l’artista electropop più interessante e innovativa con Brat un paio di estati fa, Charli XCX è partita da un vecchio disco, True romance, per accompagnare il nuovo film di Emerald Fennell. Lei stessa definisce questa colonna sonora “la sorella” di quel lavoro datato 2013. Ad accomunarli, oltre al paesaggio sonoro, è il tema di una passione travolgente, alimentata da un amore edonistico. I testi sono diretti ed efficaci come nel suo album più famoso e s’inseriscono bene nella fissazione esagerata di Fennell per l’agonia, tanto che ascolterete senza ironia ogni singola canzone in frammenti, con o senza la voce, per tutto il film. Tuttavia dopo l’intrigante premessa, sia la pellicola sia la musica soffrono di una stagnazione tematica. La seconda metà del disco diventa ridondante e monodimensionale; manca di complessità, come il film. Nulla è incisivo come House, con John Cale, e altrove a tratti l’album rasenta la convenzionalità. Possiamo considerarlo un lavoro di transizione per la cantante britannica, che lascia intuire una ricerca verso un suono più deciso e organico.
Tanatat Khuttapan, The Line of Best Fit
Non c’è una corrispondenza perfetta tra la parola “tristezza” e la sensazione di barcollare sull’orlo dell’abisso. And so it is, album d’esordio del sassofonista Aaron Shaw, prova a colmare questo scarto: dare voce a quello che sfugge alle parole. Nato dopo una diagnosi di sindrome da insufficienza midollare (bmfs), il disco intreccia temi come l’isolamento, la corporeità e la ricerca di senso, alternando desolazione e gioia, quiete e psichedelia. È insieme viaggio astrale e resa dei conti interiore. Il sax tenore di Shaw pulsa come un organo vitale dentro un ensemble di fuoriclasse della scena jazz di Los Angeles, tra cui Carlos Niño, Nate Mercereau, Sam Reid e Jamael Dean. In Soul journey un’introduzione eterea si trasforma in groove serrato, inaugurando una dinamica di tensione e rilascio che attraversa l’album. Shaw oscilla tra misticismo e ritmo, tra esplorazione e ritorno alla melodia. Windows to the soul divaga e riflette, come un pensiero ossessivo che torna su se stesso. Heart of a phoenix, lunga quasi dieci minuti, affronta il peso della mortalità con urgenza crescente. In Echoes of the heart affiora un’ombra malinconica, mentre altrove emerge l’energia collettiva della scena di Los Angeles, tra echi di Sun Ra e Alice Coltrane. Al centro resta una verità: nella fragilità del corpo, la musica diventa un ponte intimo e necessario.
Linnie Greene, Pitchfork
Jill Scott racchiude moltitudini. Fin dal debutto del 2000, ha irradiato calore, presentandosi come narratrice capace di abbracciare il romanticismo e al tempo stesso di analizzarne le contraddizioni. Ogni album è stato un invito a entrare nel suo diario personale. Oggi, a 53 anni, Scott pubblica il sesto disco in studio, To whom this may concern, mantenendo intatto il coraggio che l’ha contraddistinta. Nei testi riflette sulle macerie dei due divorzi con ironia ma lascia spazio anche alla possibilità di un amore inatteso in A universe. Ma è sul piano musicale che il disco sorprende: è il suo lavoro più sperimentale, un progetto ambizioso che attraversa cocktail jazz, big band, rnb cosmico e perfino disco, richiamando le esplorazioni di Erykah Badu. Nei 19 brani Scott coinvolge numerosi collaboratori, da Om’Mas Keith a JID. Nonostante la varietà, tutto suona personale. Scott alterna canto, spoken word e rap con una voce più matura, capace di leggerezza e potenza, come nel singolo Beautiful people, un inno alla comunità. Il tema della famiglia torna, insieme agli omaggi a icone come Nina Simone ed Ella Fitzgerald. Tra riflessioni sulla spiritualità e momenti più giocosi, l’album è ricco. La durata può intimidire, ma fa parte del suo fascino: Jill Scott continua a evolversi senza perdersi e si conferma una presenza centrale nell’rnb contemporaneo.
Steven J. Horowitz, Variety
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