Dietro le porte di legno a grate di una locanda tradizionale di Kyoto, il proprietario Hiroya Shimizu è in difficoltà: la struttura registra da mesi il tutto esaurito, ma tra la gestione degli ospiti, i letti da rifare e l’organizzazione della cucina c’è un disperato bisogno di altri dipendenti. Shimizu vorrebbe chiedere al personale di lavorare di più, ma la legge che limita gli straordinari glielo impedisce. “Siamo sempre a corto di manodopera”, dice. “Ma devo attenermi alle regole”.

Presto però tutto potrebbe cambiare. Per rispondere alle esigenze di imprenditori come Shimizu, la prima ministra Sanae Takaichi vuole rivedere le norme introdotte nel 2019 che limitano le ore di straordinario a 45 alla settimana e a 360 all’anno. La leader conservatrice ha promesso di rilanciare l’economia stagnante del paese, tra l’altro affrontando la carenza di manodopera causata dal calo demografico.

L’iniziativa ha toccato un nervo scoperto in un paese perseguitato dall’eredità del karoshi, cioè la morte per il troppo lavoro. I familiari delle vittime e i leader sindacali, infatti, temono che la decisione di Takaichi cancelli progressi ottenuti a caro prezzo. Ma con le modifiche proposte le aziende sperano di ridurre la carenza di manodopera che minaccia la loro sopravvivenza. Dall’ultima rilevazione della Banca del Giappone è emerso che le imprese registrano la più grave contrazione di manodopera dal 1992. Secondo il Tokyo shoko research, un’agenzia che si occupa di rischio di credito e ricerche di mercato, l’anno scorso 397 aziende sono fallite per mancanza di personale.

L’inflazione ha peggiorato il problema, perché l’aumento dei salari e quello dei costi in generale rendono gli imprenditori meno propensi ad ampliare il personale. “C’è poco margine per assumere o formare nuovi dipendenti”, dice Susumu Yamamoto, dell’azienda edile Kashiwaya Sekkei, spiegando di aver rifiutato appalti proprio per questo motivo.

Ma non sono solo gli imprenditori favorevoli a questi cambiamenti. Secondo il ministero del lavoro, in media i lavoratori giapponesi dipendono dagli straordinari per un 6 per cento del loro reddito annuale. I limiti stringenti si sono tradotti in buste paga più leggere, un fattore che secondo gli analisti spiegherebbe perché le proposte di Takaichi sono state accolte positivamente. Un recente sondaggio uscito sulla stampa giapponese ha rilevato che più del 60 per cento degli intervistati appoggia l’iniziativa, una percentuale che arriva all’80 per cento nella fascia d’età tra i 18 e i 29 anni.

“È vero che alcuni lavoratori desiderano un orario più lungo perché i limiti agli straordinari hanno ridotto le loro entrate”, afferma Wakana Shuto, docente alla Rikkyo university di Tokyo. “Nella formazione dei salari in Giappone si danno per scontati gli straordinari e la gente ci fa affidamento per arrivare a fine mese”. Reiya Omura, 29 anni, racconta che il suo salario base in un precedente posto di lavoro nel settore informatico, comprensivo di 45 ore di straordinario, era di 205mila yen (meno di 1.200 euro) al mese. “Con l’aumento dei prezzi è estremamente difficile vivere a Tokyo”, dice. Per questo è favorevole alla deregolamentazione. “Alla fine la gente dipende dagli straordinari”. Adesso Omura lavora per un’azienda più grande con limiti più rigidi sull’orario di lavoro. “Il mio capo mi dice sempre di non sforare l’orario”, racconta. “Ma se non finisco potrei causare problemi gravi ai clienti, e questo mi sembra inaccettabile”.

I familiari delle vittime

Il Giappone non è l’unico paese alle prese con i cambiamenti nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti e in Europa il periodo post-pandemico ha imposto una maggiore flessibilità, e in alcuni paesi si stanno sperimentando settimane lavorative di quattro giorni. Ma per Tokyo il dilemma è se creare più benessere per una classe di lavoratori in calo o tornare alla cultura del lavoro a oltranza che ha alimentato la crescita nel dopoguerra. Per i familiari delle vittime di karoshi il dibattito ha riaperto vecchie ferite. Il marito di Emiko Teranishi si è ucciso perché poteva prendersi solo due giorni di riposo al mese nel ristorante di Kyoto dove lavorava. Teranishi ha trovato orrendo il discorso inaugurale in cui Takaichi ha lanciato la proposta. Per molti, tra l’altro, la prima ministra dà il cattivo esempio, visto che di recente ha fissato un incontro con i suoi collaboratori più stretti alle tre del mattino prima di un’audizione in parlamento. Dopo la morte del marito, avvenuta trent’anni fa, Teranishi si è battuta per aumentare la consapevolezza sui pericoli dell’eccesso di straordinari. Il problema è tutt’altro che risolto, dice. Secondo i dati del ministero del lavoro, nel 2024 il numero di casi di karoshi è arrivato a 1.304, il più alto da quando si è cominciato a registrare il dato, cioè più di vent’anni fa.

Alcuni esperti, inoltre, non sono convinti che ricorre a più straordinari possa stimolare la crescita. La manodopera sta invecchiando, mentre aumenta la quota delle lavoratrici, che preferiscono orari più corti. La produttività oraria in Giappone è ferma a sessanta dollari, di molto inferiore ai 116,5 dollari degli Stati Uniti e ai 98 della Germania.

“Ma il Giappone è ormai lontano dall’epoca in cui tutto funzionava perché gli uomini lavoravano con orari lunghissimi”, dice Shuto . “Tenuto conto del declino demografico è impossibile tornare a quel modello”.

Eppure alcuni imprenditori sono convinti che i limiti agli straordinari frenino l’economia. Secondo Jun Nakahara, funzionario della Federazione giapponese delle imprese edilizie, una maggiore flessibilità permetterebbe alle aziende edili di lavorare di più in inverno in cambio di orari più leggeri in estate. Accordi di questo tipo, dice, potrebbero essere vantaggiosi anche per i lavoratori.

Secondo i sindacati, invece, in questo modo le imprese possono esercitare più facilmente pressione sui lavoratori per indurli a “offrirsi volontari” per gli straordinari. Nel 2024 il numero di casi di disturbi mentali legati al lavoro ha superato per la prima volta quota mille, e nel 60 per cento dei casi la causa è stata un problema con i dirigenti. Per Tomoko Yoshino, leader del Rengo, il più grande sindacato giapponese, “dopo gli sforzi fatti per conciliare meglio famiglia e lavoro, questo ci sembra un passo indietro. Non possiamo fare compromessi sulla necessità di proteggere la vita e la salute dei lavoratori, dobbiamo resistere con forza”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati