In un certo senso è perfettamente appropriato che la sentenza contro il Manchester City sia arrivata il 29 settembre, nel bel mezzo del congresso del Partito laburista a Liverpool, sulla scia del trionfale discorso del primo ministro Andy Burnham. Io ero presente, e ho letto sullo smartphone le sconvolgenti quaranta pagine con le conclusioni dell’inchiesta (il City ha firmato contratti fittizi, falsificando i bilanci per 900 milioni di sterline tra il 2009 e il 2018) mentre era in corso l’incontro del Socialist campaign group, in cui sono state celebrate l’uscita di scena di Keir Starmer e la svolta a sinistra imposta da Burnham.
Il primo ministro ha incentrato il suo discorso sulla disastrosa direzione imboccata dal Regno Unito negli anni ottanta sotto Margaret Thatcher, con la privatizzazione della rete idrica, dell’energia, dei trasporti, della sanità e dell’edilizia popolare. “Avevamo costruito il bene comune”, ha detto Burnham, “ma la ricchezza condivisa, generata a beneficio di molti, è stata considerata un’opportunità per pochi”.
Questa frase potrebbe benissimo applicarsi al mondo del calcio. La parabola del Manchester City, acquistato nel 2008 da Sheikh Mansour, esponente della famiglia reale di Abu Dhabi, è il simbolo di come negli ultimi decenni “il gioco del popolo” sia stato snaturato con il solo obiettivo di generare profitti. Club sportivi come il City – nati nello smog industriale vittoriano grazie a chiese, scuole e fabbriche, e poi costruiti da generazioni di tifosi fino a diventare luoghi di appartenenza e aggregazione – sono stati venduti proprio quando il calcio aveva abbastanza ricchezza per funzionare autonomamente.
Agli albori della mia carriera di giornalista ho indagato su questa trasformazione, esattamente come ha fatto Burnham all’inizio della sua storia politica, quando era al vertice della commissione del New Labour sul calcio.
Nel mio libro del 1997 intitolato The football business paragonavo l’entrata del calcio nelle logiche di mercato alle privatizzazioni di Thatcher, posizione che ha incontrato il favore dei gruppi di tifosi che si battevano contro l’impennata dei prezzi dei biglietti, le pay-tv e lo strapotere dell’ormai ricchissima Premier league.
Il momento in cui tutto mi apparve chiaro era arrivato nel 1994, mentre mi occupavo della cessione del Manchester City a un ex giocatore, l’amatissimo Francis “Franny” Lee. Sono cresciuto a Manchester e sono da sempre tifoso del City. Negli anni settanta mio padre mi portava alle partite più importanti, in quelle che ricordo come le serate più belle della mia infanzia. I tifosi della mia generazione hanno visto il City vincere un solo trofeo: la Coppa di lega del 1976, grazie a una meravigliosa rovesciata di Dennis Tueart.
A differenza di Manchester United, Liverpool e Arsenal, il City non aveva mai avuto un periodo d’oro prima di Mansour, fatta eccezione per quello tra il 1968 e il 1970. Poco dopo la Coppa di lega la squadra retrocesse e per anni abbiamo vissuto nella speranza di tornare al successo.
Così quando Lee, acclamato dai tifosi, rilevò la squadra, il giorno del riscatto sembrava arrivato. Da tifoso vissi quei momenti al vecchio stadio di Maine road, mentre da giornalista cercai subito di intervistare Lee. Alla fine ci riuscii. Lungo corridoi infiniti, fui scortato fino all’ufficio del presidente, dove Franny mi aspettava alla sua scrivania. Erano tutti così felici di aver portato a termine l’operazione che accettarono di rivelarmi ogni dettaglio. Fu in quel momento che ebbi l’illuminazione: il Manchester City non era più un club. Era un’azienda, e quella appena conclusa era stata un’acquisizione societaria in piena regola. Fanny era solo uno degli imprenditori che avevano formato una cordata per rilevare le azioni. Poco dopo uno degli avvocati mi illustrò le manovre che erano servite per concludere l’acquisto. Gli investitori avevano formato una holding, la Manchester City plc, che avrebbe controllato la vecchia società sportiva.
I milioni delle tv a pagamento del magnate delle comunicazioni Rupert Murdoch avevano appena inondato la Premier league, dopo che i club più importanti avevano deciso di uscire dall’accordo di condivisione dei diritti televisivi con le società delle altre tre divisioni della Football league inglese. Quella separazione ha fatto schizzare alle stelle il valore dei grandi club. I nuovi proprietari volevano quotare in borsa il City (come avevano fatto il Manchester United e altri) per vendere le azioni e fare profitti.
Le holding servivano ad aggirare le vecchie regole della Football association (Fa, l’organo di governo del calcio inglese) che proibivano agli azionisti di incassare dividendi e ai dirigenti di percepire un salario. L’Fa aveva imposto quei vincoli nel 1892, agli albori del calcio professionistico, permettendo ai club di formare società a responsabilità limitata, ma fissando un tetto ai guadagni personali degli azionisti.
L’obiettivo era preservare lo spirito comunitario dei club. Un secolo dopo quelle norme figuravano ancora nel regolamento dell’Fa, all’articolo 34. Per chi aveva a cuore i vecchi princìpi, la rule 34 era diventata il simbolo della svendita del calcio: una norma fondamentale sacrificata in nome dei guadagni degli investitori. Dagli altri era invece considerata antiquata, un ostacolo burocratico che frenava il nuovo dinamismo finanziario del calcio. Per me è stato un pugno nello stomaco.
Le stesse critiche furono presentate alla task force sul calcio del Labour. La Football supporters’ association (l’organizzazione che riunisce i tifosi di calcio in Galles e Inghilterra) chiedeva regole più severe per gestire e controllare i benefici offerti dalla nuova era. In quel periodo i tifosi scoprirono che il calcio tedesco aveva risposto alle trasformazioni portate dalla pay-tv consentendo la riorganizzazione aziendale dei club, ma stabilendo che il controllo dovesse restare al “50 per cento più uno” nelle mani dei tifosi.
◆ Il 29 settembre 2026 una commissione indipendente della Premier league ha giudicato il Manchester City colpevole di gravi violazioni delle regole finanziarie tra il 2009 e il 2018 e di mancata collaborazione alle indagini. La sanzione non è stata ancora stabilita: può comprendere una multa, una penalizzazione in classifica o altre sanzioni sportive. Il City ha presentato ricorso. Bbc
Il Labour degli anni novanta non si sarebbe mai spinto fino a istituire un’autorità di regolamentazione del calcio o a introdurre riforme radicali, ma Burnham si impegnò per ottenere miglioramenti concreti. La Premier league accettò di distribuire il 5 per cento degli introiti televisivi per migliorare le strutture sportive di base attraverso una struttura, la Football foundation, il cui operato è stato effettivamente utile. Burnham sostenne anche la proprietà collettiva dei club da parte di tifosi, contribuendo a creare un’organizzazione che aveva lo scopo di realizzarla, la Supporters direct. Ma i costi proibitivi hanno sempre impedito ai tifosi di acquistare e gestire i club, così la proprietà collettiva è rimasta un fenomeno marginale.
La Premier league, intanto, è andata avanti come un rullo compressore, sempre più dominata dagli grandi interessi finanziari. Alcuni azionisti hanno fatto fortuna vendendo a investitori americani: Martin Edwards ha incassato 90 milioni di sterline dalla cessione del Manchester United, la stessa cifra guadagnata da David Moores (erede della società di scommesse Littlewoods) con il Liverpool.
Lee e i suoi soci, però, non ottennero il successo sperato. Nel 1998 la squadra fu retrocessa in terza divisione.
Il sogno dei tifosi
L’arrivo di Mansour, dieci anni dopo, ha rappresentato l’essenza del “manchesterismo” (cioè spendere denaro pubblico per asset e infrastrutture culturali con l’obiettivo di attirare investitori) molto prima che Burnham diventasse sindaco di Manchester nel 2017 e coniasse l’espressione. Lo splendido nuovo stadio del City è stato realizzato per i giochi del Commonwealth del 2002, con 127 milioni di sterline provenienti dall’amministrazione comunale e dalla lotteria nazionale. Poi il comune ne ha spesi altri 22 per rimuovere la pista d’atletica e permettere al City di stabilirsi nell’impianto. Il piano faceva parte del programma di riqualificazione della zona est di Manchester, che prima della crisi industriale degli anni ottanta era dominata dal fumo delle ciminiere.
Gli amministratori comunali non avrebbero mai immaginato che il Manchester City avrebbe attirato uno degli uomini più ricchi del pianeta e i petrodollari del Golfo. Ma la fama mondiale della Premier league, lo stadio nuovo di zecca e la fedeltà dei tifosi avevano creato le condizioni ideali per l’arrivo di Abu Dhabi.
Se si mettono da parte i diritti umani, le questioni geopolitiche, le perplessità rispetto all’idea che un monarca s’impossessi di un club sportivo e l’assurdità del fatto che un gruppo d’investitori possa controllare una squadra di calcio, bisogna ammettere che l’arrivo di Mansour è stato la realizzazione di un sogno per Manchester. Ha speso miliardi per il club, comprando i migliori giocatori e il miglior allenatore del mondo, Pep Guardiola. E ha anche ampliato lo stadio, ribattezzato Etihad, come la compagnia aerea di Abu Dhabi, la stessa che oggi si lamenta delle “conseguenze negative” dell’inchiesta.
Come ha riconosciuto Burnham, definendo gli investitori di Abu Dhabi “partner importanti nella costruzione della moderna Manchester” e ringraziandoli per il denaro speso, Mansour e i suoi collaboratori hanno investito anche nello sviluppo edilizio, riconvertendo vecchie fabbriche in appartamenti per i giovani professionisti che la città voleva attirare.
I risultati dell’inchiesta sulle irregolarità finanziarie sono stati resi noti al termine di un’indagine della Premier league durata otto anni, che il City ha tentato ripetutamente di sabotare. Il club ha presentato ricorso e, come sempre, sosterrà di avere “prove irrefutabili” che smentiscono le conclusioni della commissione.
Mansour è sempre stato spietatamente determinato a rendere la sua squadra non solo competitiva, ma dominante. Prima del 2008, nei suoi 116 anni di storia il City aveva vinto il campionato per due volte. Le risorse di Mansour hanno portato otto trionfi in Premier league, quattro Fa Cup e il gioiello della corona, la Champions league del 2023. La Coppa di lega, così speciale per la mia generazione, è arrivata a Manchester per ben sette volte.
Al congresso di Liverpool Burnham ha avuto il coraggio di prendere nettamente le distanze dal consenso ancora vivo sulle privatizzazioni di Thatcher, che sono alla radice delle fratture sociali nel Regno Unito di oggi. Mentre il primo ministro lasciava il palco tra gli applausi, la resa dei conti è sembrata arrivare anche per la grande svendita del calcio. ◆ as
David Conn è un giornalista d’inchiesta del Guardian. Il suo ultimo libro è The fall of the house of Fifa (Random Uk 2017).
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati