La Lovell health house di Los Angeles è uno di quei posti che fanno morire d’invidia. Appollaiata sulle pendici di un’altura, questa costruzione modernista di un bianco scintillante è immersa nella luce del sole e ha ovunque finestre che vanno dal pavimento al soffitto. Ci sono anche una piccola piscina, piante di avocado nel giardino, enormi verande e una terrazza sul tetto. È lusso puro, ma con una finalità nobile: il suo architetto – Richard Neutra, celebre per le sue case da manuale – la progettò alla fine degli anni venti per Philip Lovell, un medico naturopata, nutrizionista e titolare di una rubrica sul Los Angeles Times, che credeva nelle virtù dell’alimentazione crudista, del sole e dell’aria fresca. Una casa progettata appositamente per uno stile di vita salutista, dunque, ispirata agli edifici che un tempo ospitavano i malati di tubercolosi.
Ambiente e salute
Da millenni gli esseri umani usano gli spazi fisici per trattare e guarire le malattie, proprio come faceva Philip Lovell, e ridisegnano l’architettura delle città, delle infrastrutture e degli interni per ridurre al minimo i rischi delle malattie contagiose. Al tempo stesso, gli uomini d’affari sfruttano la paura dei germi per vendere prodotti e servizi capaci, almeno così dicono, di eliminare le cause presunte delle malattie (spoiler: questi sistemi non funzionano quasi mai). Solo di recente, soprattutto negli ultimi due secoli, grazie ai progressi della virologia, della batteriologia, dell’epidemiologia e della medicina sono state messe a punto delle armi efficaci contro le malattie infettive, come gli antibiotici e i vaccini. Oggi però, di fronte a malattie nuove come il covid-19, per cui non esistono né terapie né vaccini, una soluzione efficace è tornare alle vecchie misure: distanziamento sociale, quarantena, isolamento e forse addirittura modifiche delle nostre città, quartieri e abitazioni.
“Oggi ci sono malattie del tutto nuove per cui non abbiamo cure, e al tempo stesso viaggiamo in tutto il mondo. Un agente patogeno può trasmettersi a un essere umano il quale, nel giro di 24 ore, può raggiungere qualsiasi città del mondo. Ci resta solo la quarantena”, dice Geoff Manaugh, che con la moglie Nicola Twilley sta scrivendo un libro sul tema. “Per tenere a bada le malattie, dobbiamo tornare a questa misura, come dire, medievale. In questo modo l’architettura e l’urbanistica si trasformano in discipline sanitarie. Oggi possiamo usare gli spazi architettonici come strumenti contro la diffusione delle epidemie. È una sfida molto affascinante”.
Distanziarsi dal pericolo, mettere spazio tra sé e la minaccia, qualunque sia, è un istinto innato nell’essere umano. Già nel 400 aC, Ippocrate sosteneva che le malattie fossero causate da un ambiente malsano e credeva che per la salute fosse essenziale vivere in posti con aria e acqua pulite. Il termine quarantena deriva dal latino e vuol dire “periodo di quaranta giorni”, espressione che si riferisce alle misure di prevenzione prese a Venezia nel trecento per arrestare la diffusione della peste bubbonica. I vascelli provenienti dalle zone colpite dalla “morte nera” dovevano restare all’àncora per quaranta giorni prima che gli equipaggi potessero scendere a terra.
Nel 1969, quando gli astronauti della missione Apollo 11 rientrarono dalla Luna, la Nasa li mise in quarantena per tre settimane in una roulotte Airstream a titolo precauzionale, temendo che potessero aver portato sulla Terra batteri o altri organismi. “La quarantena è una specie di cuscinetto spaziale e temporale”, osserva Manaugh. “Serve a impedirci l’incontro immediato con qualcosa. Dopo secoli, è ancora così”.
Il movimento per la riforma della sanità chiedeva fognature e reti di acqua potabile
Secoli di quarantena
Il libro di Manaugh e Twilley nasce dal lavoro di documentazione che i due hanno svolto in anni di viaggi e di interviste per organizzare la mostra Landscapes of quarantine (Paesaggi di quarantena), allestita nel 2010 presso lo Storefront for art and architecture, a New York. La mostra proponeva un confronto tra i diversi spazi usati per la quarantena attraverso i secoli: dall’Airstream della Nasa alla zona di esclusione di Černobyl; dalle aree della baia di Guantanamo dove gli statunitensi imprigionavano i profughi haitiani positivi all’hiv alle isole intorno alla città di New York: qui venivano trattenuti gli immigrati prima di essere ammessi nel paese, e prima ancora i malati di vaiolo e di altre malattie infettive, come la febbre tifoide.
Per realizzare la mostra, Manaugh e Twilley hanno chiesto a progettisti e designer d’immaginare il futuro della quarantena, tema di grande attualità in un’epoca caratterizzata da resistenza agli antibiotici, nuove malattie, pandemie e bioterrorismo. Le risposte sono state molto diverse: c’è chi ha disegnato una campagna satirica per la sanità pubblica sul miglior modo di impiegare il tempo nei periodi di isolamento e chi ha svolto una riflessione sulle questioni etiche, come la possibilità che gli spazi di quarantena nelle nostre città diventino fattori di discriminazione.
Il rapporto tra spazio ed epidemie di malattie infettive non riguarda solo la quarantena, ma solleva anche problemi di progettazione. I quartieri e le periferie delle nostre città portano i segni di come gli uomini hanno disegnato i loro spazi fisici per rispondere alle malattie infettive. Sara Jensen Carr, che insegna architettura alla Northeastern university, si occupa di questo tema nel libro _The topography of wellness: health and the American urban landscape _(La topografia del benessere: salute e paesaggio urbano americano), che uscirà negli Stati Uniti in autunno. Carr analizza gli interventi di progettazione dall’epoca della rivoluzione industriale ai giorni nostri attraverso la lente delle epidemie, per esempio di colera, tifo e tubercolosi. La studiosa spiega come nell’ottocento l’urbanistica abbia fatto leva sulla sanità pubblica per imporre le sue idee, e come gli architetti modernisti del novecento considerassero gli edifici da loro progettati una sorta di medicina. Poi analizza il modo in cui, negli anni sessanta, la questione delle epidemie sia stata sfruttata per imporre una pianificazione urbanistica discriminatoria; infine illustra l’attuale tendenza a impiegare la progettazione urbanistica per affrontare problemi di sanità pubblica come l’obesità e la salute mentale.
Le prime moderne reti idriche e fognarie furono create all’epoca della rivoluzione industriale per combattere gli agenti patogeni che causavano il colera e il tifo. Prima che questi impianti si diffondessero, le acque di scolo non trattate provenienti dalle abitazioni spesso si riversavano direttamente nelle strade. Solo dopo la grave epidemia di colera scoppiata a Londra negli anni cinquanta dell’ottocento un medico dimostrò che i malati avevano bevuto acqua contaminata. Prima di allora la teoria prevalente era quella del miasma, un’idea risalente al medioevo secondo cui le malattie si diffondevano per il contatto con “aria cattiva”, per esempio i vapori emanati da sostanze organiche in decomposizione.
Dai miasmi ai germi
La scoperta portò alla nascita di un movimento per la riforma della sanità pubblica che chiedeva la creazione di fognature e sistemi per l’erogazione di acqua potabile. Quella mobilitazione, spiega Carr, portò alla costruzione di strade più diritte, piane e larghe, che si potevano lavare e consentivano di installare tubazioni interrate.
All’epoca della guerra civile americana, un ufficiale sanitario di nome Frederick Law Olmsted fece leva sulla salute pubblica per convincere il sindaco di New York a creare Central park, sostenendo che i suoi spazi aperti sarebbero diventati “i polmoni della città”. La fiducia che Olmsted aveva nelle qualità terapeutiche degli spazi verdi influenzò il suo progetto del 1868 per la costruzione del “città-giardino” di Riverside, nell’Illinois, allora considerata un’alternativa più salubre agli ambienti urbani, in quanto consentiva a tutti l’accesso agli spazi ricreativi.
Mentre la teoria del miasma veniva sostituita da quella dei germi, basata sul dato scientifico che le malattie sono causate da microrganismi, il movimento di riforma della sanità pubblica influenzò anche la vita domestica. Come spiega Nancy Tomes nel libro _The gospel of germs: men, women and the microbe in American life _(Il vangelo dei germi: gli uomini, le donne e il microbo nella vita americana), le campagne di sanità pubblica su vasta scala condotte negli Stati Uniti tra gli anni ottanta dell’ottocento e gli anni venti del novecento servirono a far capire che le malattie erano provocate da microrganismi. Fu così che nelle famiglie, soprattutto benestanti, si diffuse l’ossessione per la pulizia. In quegli anni si credeva che determinati mobili fossero ricettacoli di germi, così le persone cominciarono a sbarazzarsene. Un manuale pubblicato nel 1887 esortava le donne ad abbandonare gli arredi in stile vittoriano e a preferire accessori che non attirassero la polvere, considerata portatrice di microrganismi e quindi di malattie. Nel manuale si leggeva, tra le altre cose, che “per propiziarci la dea della salute, possiamo permetterci di sacrificare sul suo altare tutti i tendaggi, i tappeti e le suppellettili superflue che ingombrano i nostri salotti e camere da letto”.
Prima degli anni ottanta dell’ottocento nelle case dei ricchi le stanze da bagno erano arredate come le altre camere, con tappeti, tendaggi e armadietti in legno, ma tra la fine del secolo e i primi del novecento le cose cambiarono. I produttori di pavimenti e rivestimenti per pareti sfruttarono la diffusa convinzione che le superfici lisce e impermeabili fossero più salubri dei tappeti e dei tessili, e negli spazi associati alla presenza di germi – bagni, cucine e lavanderie – si cominciarono a usare materiali come la porcellana, le piastrelle e il linoleum.
La sfera pubblica e gli spazi pubblici sono essenziali per contrastare l’epidemia
Gli architetti modernisti credevano che per curare i malati servissero spazi puliti e salubri, come documenta Sara Carr nel suo libro. Nei sanatori, per esempio, la tubercolosi si curava isolando i malati e assicurandogli l’accesso alla luce del sole e ad aria fresca e secca. Nei sanatori progettati dai modernisti, soprattutto negli anni venti e trenta del novecento, c’erano grandi finestre, balconi, superfici piatte che non attiravano la polvere e pareti bianche che davano un’impressione di pulizia, mettendo in evidenza sporcizia e macchie. Queste caratteristiche furono poi assorbite dagli edifici residenziali, come la Lovell health house di Neutra.
Notoriamente ossessionato dalla pulizia era anche Le Corbusier, probabilmente il più celebre degli architetti modernisti: uno dei suoi progetti più celebri è villa Savoye, con un lavamani proprio accanto all’ingresso. “Le Corbusier”, ricorda Carr, “credeva che la luce e l’aria avessero virtù terapeutiche, e nei suoi progetti adottava parametri precisi: tot metri cubi di aria, tot metri quadrati di finestre. È chiaro che aveva in mente la questione del giusto dosaggio e la teoria dei germi”.
La lotta alle malattie infettive è stata anche uno dei fattori che hanno portato alla riforma dell’edilizia abitativa e al rinnovamento urbano negli Stati Uniti tra gli anni trenta e settanta del novecento. I caseggiati sovraffollati di New York erano considerati dei covi di germi, tanto da essere chiamati fever nests (covi di febbre) e lung blocks (isolati dei polmoni) per via degli alti tassi di tubercolosi tra gli abitanti. I programmi di risanamento dei bassifondi, che riguardarono principalmente i quartieri abitati da afroamericani e ispanici, furono quindi ispirati al concetto di sanità pubblica. I vecchi edifici furono abbattuti per far posto ai casermoni dell’edilizia sovvenzionata, considerati più sani. Negli anni trenta sui manifesti della Works project administration, l’agenzia governativa che ai tempi del _new deal _si occupava di opere pubbliche, era scritto: “I piani di edilizia popolare combattono le malattie”.
“Proponendo un’analogia con il cancro o le malattie infettive, e mappando il fenomeno casa per casa, come fosse colera, le autorità riuscirono a convincere la gente che il degrado urbano era un fenomeno ‘contagioso’ e che minacciava di diffondersi. L’unica soluzione era l’abbattimento delle case”, spiega Carr. “In realtà i quartieri poveri degradati non erano il problema in sé, quanto piuttosto il frutto di scelte politiche, carenza di investimenti e razzismo. L’unico effetto degli sgomberi fu rendere vulnerabili i loro abitanti, lasciandoli esposti alle stesse condizioni sociali che ancora oggi ne pregiudicano la salute”.
Tra il corpo e l’ecosistema
Con il perfezionamento dei vaccini, degli antibiotici e degli antivirali la tendenza a usare l’edilizia per combattere le epidemie s’interruppe. Al massimo l’architettura poteva servire a contenere la diffusione di certe epidemie. Le reti idriche e fognarie e la demolizione degli edifici sovraffollati, per esempio, contribuirono senz’altro a frenare la trasmissione di malattie come la tubercolosi. Ma in confronto alla medicina l’edilizia era ormai un’arma spuntata.
“Quando la teoria dei germi si impose, venne meno il collegamento tra ambiente e sanità pubblica”, scrive Carr. “Quando la lotta a malattie come la polio e la tubercolosi diventò più efficace grazie ai vaccini, gli interventi coordinati delle autorità sul paesaggio urbano cessarono, perché ormai era la medicina il modo migliore per scongiurare quelle epidemie”.
Intanto la medicina e la sanità pubblica cominciarono a divergere: per curare le malattie serviva la prima, mentre la seconda riguardava soprattutto i comportamenti e i sistemi sociali. Oggi, però, di fronte a malattie infettive come il covid-19, per cui non ci sono ancora farmaci, torna d’attualità l’importanza di usare lo spazio per contenere i contagi. In un articolo uscito di recente su The Conversation, tre esperti rispettivamente di sanità ambientale, geografia urbana e suburbanizzazione globale sostengono che bisogna capire meglio il modo in cui sono costruite le nostre città. “Se vogliamo prevedere, scongiurare e fronteggiare con maggiore efficacia le epidemie emergenti, dobbiamo studiare più a fondo i paesaggi delle grandi aree urbanizzate”, scrivono. “La rapida urbanizzazione aiuta la diffusione delle malattie infettive, e gli agglomerati periferici sono particolarmente vulnerabili ai vettori di malattie infettive, come le zanzare o le zecche, e agli agenti patogeni che compiono il salto di specie dagli animali all’uomo”.
In un articolo pubblicato sul sito Citylab, Michele Acuto, docente di politiche urbane globali alla School of design dell’università di Melbourne, ipotizza che la costruzione di reti digitali legate all’esigenza di restare connessi pur osservando il distanziamento sociale possa essere l’equivalente odierno del movimento che, nell’ottocento, usò l’ingegneria civile e la pianificazione urbanistica per affrontare il colera e il tifo.
Nel suo libro, Sara Carr dice di sperare in un ritorno del movimento per il risanamento urbano che a suo tempo creò le reti idriche e fognarie. Pensiamo alla scarsità di bagni pubblici sicuri, puliti e accessibili negli Stati Uniti. Oggi i Centers for disease control and prevention (che si occupano del controllo e della prevenzione delle malattie negli Stati Uniti) consigliano di lavarsi le mani dopo aver starnutito, tossito o essersi soffiati il naso. Ma come possiamo farlo, se i bagni pubblici non ci sono? “Durante l’epidemia di ebola a Kigali, in Ruanda, c’erano ovunque postazioni per lavarsi le mani. Avremo qualcosa di simile anche negli Stati Uniti?”, si chiede Carr. “Il problema è che noi americani non sappiamo prenderci cura delle infrastrutture. Negli Stati Uniti tutto quello che è pubblico è stato abbandonato. Invece dovremmo capire che la sfera pubblica e gli spazi pubblici sono essenziali per contrastare la pandemia”.
Geoff Manaugh mette invece l’accento sull’utilità della tecnologia: “Una smart home, per esempio, potrebbe misurarci la temperatura e dirci che non possiamo andare nelle aree comuni degli edifici”. L’idea di una versione di Alexa che ti obbliga a restare in casa ha senz’altro qualcosa di distopico, ma Manaugh propone anche soluzioni più pragmatiche: “Immaginiamoci tra dieci anni: sarà interessante vedere se i progettisti avranno recepito, magari senza rendersene conto, gli accorgimenti usati nel settore sanitario per rendere gli ambienti meno propizi alla trasmissione dei germi. Questo significherebbe nuovi materiali e nuovi modi di progettare gli spazi”.
Per ora il futuro resta incerto, con il diffondersi della pandemia altre questioni sorgeranno. Il nostro stile di vita è stato sconvolto quasi dall’oggi al domani: ospedali presi d’assalto, città in lockdown, scuole chiuse e lavoro da casa. Sara Carr cerca di capire quali effetti avranno questi cambiamenti sociali sul nostro modo di progettare e costruire. “Bisogna riproporre un tema che abbiamo trascurato, ma che in passato è stato molto trattato, da Ippocrate fino all’ecologo statunitense Aldo Leopold: in che modo il nostro corpo rispecchia i cambiamenti dell’ecosistema. Quello cha fa bene al corpo fa bene all’ecosistema. Al centro della mia ricerca”, continua Carr, “c’è il modo in cui il cambiamento climatico influenza la nostra salute: cosa comporta questo fenomeno per l’inquinamento dell’aria? E per le popolazioni vulnerabili? Le pandemie sono legate al riscaldamento del pianeta? E quali insegnamenti possiamo trarne sul lungo periodo?”. ◆ ma
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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 23. Compra questo numero | Abbonati