◆ Il caso di Francesca Barra, che per vivere un lutto interrompe il suo lavoro in televisione, getta luce su un tema sensibile, universale: l’umano diritto al pianto in una sfera personale e raccolta, o almeno familiare. Sono cresciuta tra donne vestite di nero. A partire dalla mez za età erano quasi sempre in lutto: per un genitore o un suocero, più tardi per il marito. Quegli indumenti scuri, poi sbiaditi, diventavano una divisa. Segnalavano un dolore privato, ma anche il ricordo del defunto da parte della comunità, stampato sul corpo delle donne più care. Agli uomini non era richiesto, di nero bastava un bottone, una spilla diciamo, appuntata alla giacca o alla camicia bianca nelle occasioni pubbliche, rare nel mondo contadino. Per rispetto al defunto non si accendeva la radio, chi ce l’aveva. La durata della rinuncia al colore variava con il grado di parentela: per i più stretti da uno a tre anni, tutta la vita per il marito. Un ergastolo in nero. L’elaborazione collettiva del lutto non esiste più e se ripenso a quelle donne, a mia madre con le calze scure anche d’estate per il nonno, non provo nessuna nostalgia. Certo, i soli tre giorni di astensione dal lavoro previsti oggi sono un eccesso al contrario. Anche il dolore sembra un prodotto del capitalismo, quantificabile e mercificato. Ma non ubbidisce a questa riduzione, e per molti di noi richiede un silenzio, un ritiro più lungo.
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





