◆ La mattina dopo il primo giorno mi sveglio tutta dolorante, ed è già ora di ricominciare. Prendo l’abbacchiatore, mi annoierei a stendere e ritirare i teli sotto gli ulivi. Ti sono sempre piaciuti i lavori da maschio, dice mio cugino aiutandomi a indossare lo zaino con la batteria dentro. Impugno l’asta in carbonio e pettino i rami, la vibrazione scuote loro e me. Andiamo avanti così, per ore. Mi sforzo per arrivare all’ultimo frutto su in cima, come mi ha insegnato mio padre. Che neanche uno vada sprecato. Dopo averlo contrastato per una vita – lasciamo qualcosa agli uccelli! – questa ubbidienza postuma mi sconcerta. Sarà l’effetto della mancanza, o sto invecchiando pure io. Mi piace sentire la fatica, il sudore, la speranza che mia zia ci chiami per il pranzo. Ci aiutiamo, raccogliamo prima le loro olive, poi le mie. Qui abbiamo quasi tutti un uliveto di famiglia, il mio è tra i più piccoli. Molti prendono le ferie in questo periodo inconsueto, per fare la raccolta, per consumare durante l’anno l’olio di casa. È un prodotto che i supermercati vendono poco, da noi. Intanto sogno le polpette della zia. È un lavoro, ma anche un rito, non più accompagnato dai canti, impossibili con il frastuono dei macchinari. Le famiglie disperse si ritrovano in campagna, figli, nipoti volenterosi, poi a tavola. Dopo le polpette assaggiamo il primo olio restituito dal frantoio, questo sapore così verde, erbaceo.
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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





