Gli ufficiali di stato maggiore spesso si lamentano in silenzio, perché le guerre non hanno obiettivi politici precisi. La parte più difficile, pensano, è guidare le forze aeree, terrestri e marittime. I politici potrebbero facilitare le cose fornendo scopi chiari e coerenti. Ma non succede. E alla fine gli ufficiali sono sempre delusi. La guerra in Ucraina lo conferma.

Si potrebbe pensare che oggi gli obiettivi dell’Ucraina siano chiari. Non è così. Tra loro ci sono l’indipendenza, un governo libero e il ripristino della sovranità all’interno dei confini nazionali, ma Kiev dovrà decidere cosa significa quest’ultima frase: accettare la perdita di altri territori? Tornare alla linea di contatto precedente al 24 febbraio? Recuperare le aree del Donbass perse dal 2014 oppure riprendere tutti i territori che facevano parte del paese nel 2013, Crimea compresa?

I leader politici ucraini devono decidere anche se chiedere risarcimenti e aiuti per la ricostruzione, e se la libertà di aderire all’Unione europea e la possibilità di entrare nella Nato debbano far parte di un eventuale accordo di pace. Ovviamente questo presuppone che in futuro ci sia un’intesa e non un conflitto a bassa intensità, come quello che dal 2014 è costato migliaia di vittime a Donetsk e Luhansk.

Per quanto riguarda la Russia, all’inizio i suoi obiettivi erano piuttosto chiari: rovesciare il governo di Volodymyr Zelenskyj, occupare tutta l’Ucraina (o almeno tutta l’Ucraina orientale) e ridurla a uno stato vassallo (un po’ come la Bielorussia) o addirittura incorporarla in quello che sarebbe stato un nuovo impero russo.

Ma la sconfitta alla periferia di Kiev ha costretto i russi a cambiare strategia e a concentrarsi sull’occupazione della costa del mar Nero e del Donbass. Poi le cose sono cambiate ancora: ora Mosca sembra voler creare un corridoio terrestre tra Russia e Crimea e occupare quasi tutto il Donbass. E potrebbe esserci un nuovo sconvolgimento, con la creazione di un conflitto congelato che paralizzerebbe lo stato ucraino. Nel frattempo l’energica risposta dell’occidente farà sì che un altro obiettivo primario per la Russia diventi alleggerire il peso delle sanzioni occidentali. E se Mosca dovesse subire nuove sconfitte sul campo, anche la sopravvivenza del regime di Vladimir Putin – che prima della guerra non era in discussione – diventerebbe un punto fondamentale.

Gli obiettivi sono cambiati anche per gli alleati occidentali di Kiev. Inizialmente il loro scopo era sostenere la lotta dell’Ucraina, coraggiosa ma destinata all’insuccesso, e contribuire a gettare le basi per un’insurrezione che avrebbe costretto Mosca a pagare per la sua aggressione. Quando è diventato chiaro che l’Ucraina poteva provocare gravi perdite alle forze russe e perfino sconfiggerle, la prospettiva è cambiata. Come ha detto il segretario alla difesa statunitense Lloyd Austin, Washington punta a indebolire la Russia in modo che non possa compiere simili aggressioni in futuro.

Questi sono gli obiettivi più o meno concreti dei diversi protagonisti. Ci sono poi anche quelli più astratti, espressi con parole come umiliazione, dignità, reputazione, vendetta e rivalsa. La guerra è fatta di passioni e di idee, non solo di conquiste territoriali. Ignorare l’importanza di simili emozioni sarebbe un errore.

Sotto pressione

E così in questo conflitto, come in tanti altri del passato, non sono semplicemente gli obiettivi a determinare il corso delle battaglie, ma anche le battaglie a stabilire gli obiettivi. Alcuni traguardi possono essere dichiarati, altri impliciti, altri ancora ammessi a mezza bocca. Mantenere una direzione coerente in guerra è uno sforzo costante per i vertici politici e militari, che alimenta la frustrazione degli ufficiali di stato maggiore (e degli analisti che scrivono sui giornali). È sempre stato così: nel 1939 l’intervento del Regno Unito per difendere l’indipendenza della Polonia diventò presto una guerra per rovesciare Hitler. Nel 1945 la guerra degli Stati Uniti per contenere l’espansionismo asiatico del Giappone e vendicare l’attacco di Pearl Harbor si trasformò in una lotta per eliminare gli imperi europei, stabilire un ordine economico globale aperto e salvare l’Europa dalla dittatura non solo nazista ma anche comunista.

Da sapere
La situazione sul terreno
fonte: financial times, liveuamap

Gli Stati Uniti devono ancora riflettere molto sulle finalità politiche di questa guerra. Il punto più importante, però, è già stato accettato: spetterà all’Ucraina decidere cosa vuole ottenere. Gli ucraini stanno sopportando un carico di sofferenze e sacrifici che non si vedeva in Europa dalla seconda guerra mondiale, e combattono per una causa giusta. Hanno tutto il diritto di decidere quello che possono o non possono accettare.

Sul campo di battaglia, per quanto ci è dato sapere, Kiev sta vincendo. L’esercito russo, brutale e incompetente, ha subìto gravi perdite; è formato in gran parte da uomini non addestrati, che hanno a disposizione armi vecchie e mal tenute. I suoi generali sono stati incapaci di orchestrare una campagna per garantirsi la superiorità aerea o di lanciare offensive coordinate sul terreno. E i soldati si sono abbandonati a saccheggi, stupri e omicidi. Com’è giusto che sia, questi elementi di ordine morale modificheranno, o forse faranno passare in secondo piano, i freddi calcoli geopolitici sugli equilibri di potere in Europa.

Pur essendo ancora sotto pressione, in termini di effettivi e armamenti le forze ucraine non sono così svantaggiate come si potrebbe pensare: considerati i mezzi sottratti al nemico, è probabile che sul campo abbiano più carri armati dei russi. In teoria, con una popolazione di quaranta milioni di abitanti, possono mettere in campo un esercito consistente. A differenza dei russi, inoltre, possono contare (grazie agli alleati occidentali) su forniture di armi che non rischiano di essere interrotte da sanzioni o inefficienza. Sempre grazie agli alleati, dispongono anche di dati d’intelligence molto più sofisticati di quelli dei russi. Infine gli ucraini hanno motivazioni molto più solide, e hanno dimostrato un’abilità di gran lunga superiore a quella dell’esercito russo. Quest’ultimo si affida ancora al fuoco d’artiglieria, che crea un paesaggio di devastazione attraverso il quale avanzano carri armati e veicoli di fanteria obsoleti e mal equipaggiati.

Mano a mano che gli ucraini accumuleranno altri successi in battaglia, alzeranno il tiro. Sul fronte opposto, dopo aver perso decine di migliaia di uomini e gran parte del suo equipaggiamento di prima linea, l’esercito russo sta compiendo quelli che potrebbero essere i suoi ultimi, convulsi sforzi per distruggere le forze nemiche nel sud e nell’est del paese. Come le operazioni precedenti, probabilmente anche queste falliranno. Se succederà, per i russi si apriranno grandi falle lungo la linea del fronte. È possibile anche una situazione di stallo, che creerebbe una serie di obiettivi plausibili per ciascuna parte. Ma la prospettiva di un collasso delle forze armate russe è ancora più probabile, e darebbe vita a obiettivi molto diversi.

Una lunga attesa

Ogni guerra finisce, e anche questa finirà. Per l’occidente alcuni obiettivi post-bellici sono già chiari: aiutare a ricostruire l’Ucraina e metterla in condizione di respingere un nuovo attacco russo. Allo stesso modo, è probabile che la Nato esca da questo conflitto più ampia, più unita e più forte di prima.

Ma tutto questo lascia intatto il problema della Russia. Il paese non sarà ricostruito dall’esterno, come la Germania e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Se gli sconvolgimenti arriveranno dall’interno, è probabile che saranno opera di nazionalisti delusi e non di liberali (molti dei quali sono già scappati all’estero). Magari Putin se ne andrà, ma è facile che i suoi successori arriveranno sempre dai servizi di sicurezza o dall’esercito. E il paese non sarà in grado di tornare a far parte della comunità internazionale. La Russia è stata complice di azioni orribili negli ultimi decenni, pensate ai bombardamenti di Grozny e Aleppo. Ma ora si porta addosso il marchio di Caino. L’omicidio tra fratelli è il più antico crimine umano, e fino al 24 febbraio la Russia considerava gli ucraini fratelli. La natura ingiustificata dell’attacco russo, la sua ferocia, la spudoratezza delle sue menzogne e delle sue minacce e la grottesca pretesa di egemonia sugli stati ex sovietici renderanno più che mai difficile ricreare quell’ordine eurasiatico che Mosca stessa ha distrutto.

In futuro per gli Stati Uniti il compito politico più difficile sarà trattare con una Russia sconfitta e umiliata, indebolita ma ancora pericolosa, isolata ma non priva di simpatizzanti o collaboratori in tutto il mondo. Nella sua forma originaria, la dottrina del contenimento si basava sull’esistenza di un’Unione Sovietica dominata da un’ideologia razionale che, prima o poi, sarebbe crollata per l’incapacità di mantenere le sue promesse. Molto probabilmente stavolta avremo a che fare con una bestia rabbiosa e ferita che graffia e morde, animata da una bizzarra combinazione di nazionalismo e nichilismo.

L’occidente non avrà scelta: dovrà rafforzare gli stati alla periferia della Russia, in Asia centrale e in Europa orientale, sperando, contro ogni logica, che il nuovo “malato d’Europa” recuperi la sua sanità morale. Non ci sarà alcun ritorno al vecchio status quo. Ci aspetta invece una lunga attesa, vigile e armata. ◆ ff

Eliot A. Cohen è professore alla scuola di studi internazionali dell’università Johns Hopkins di Baltimora, negli Stati Uniti, e collabora con il settimanale The Atlantic.

Questo articolo è uscito sul numero 1461 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati