Alla fine di agosto l’attenzione dell’occidente per la guerra in Ucraina stava calando. I due schieramenti erano impantanati in uno stallo, e i leader occidentali non dovevano prendere decisioni difficili o pensare troppo al futuro del conflitto. Ma gli eventi che si sono succeduti a partire da settembre – le improvvise avanzate ucraine, la mobilitazione dei riservisti russi, l’annessione delle regioni occupate, gli attacchi missilistici contro obiettivi civili e le minacce nucleari – hanno mandato in frantumi quell’illusione, spingendo la guerra in una fase nuova e più pericolosa.

Fin dall’inizio del conflitto il governo statunitense ha mantenuto un atteggiamento equilibrato e realistico, armando e finanziando Kiev ma chiarendo che non si sarebbe mai fatto coinvolgere direttamente. Washington però ha sempre evitato di affrontare un aspetto chiave della sua strategia: in che modo la guerra potrebbe finire? Chi ha invitato a sostenere gli sforzi diplomatici è stato bollato come un ingenuo o un traditore. In parte per una considerazione etica: secondo molti sarebbe immorale spingere l’Ucraina ad accettare un accordo.

Washington afferma che spetta agli ucraini decidere cosa è meglio per loro. Ma questa posizione sta diventando insostenibile

Ma quasi tutte le guerre finiscono con un negoziato. L’escalation russa ha evocato lo spettro di un conflitto con la Nato e dell’uso di armi nucleari. I costi economici globali sono già enormi e aumenteranno con l’arrivo dell’inverno. Anche se oggi una soluzione diplomatica sembra impossibile, gli Stati Uniti farebbero bene ad affrontare le difficili questioni che questa eventualità comporterebbe. Dovrebbero riflettere su quale sarà il momento migliore per tentare una trattativa e su quando i costi di continuare a combattere supereranno i benefici, e trovare il modo di capitalizzare i successi dell’Ucraina senza favorire il prolungarsi dello scontro. Per ottenere il miglior accordo possibile gli Stati Uniti devono tenere unito il fronte occidentale, prendere in considerazione le peculiarità della politica russa e ucraina ed essere flessibili, soprattutto nel valutare quali sanzioni cancellare senza rafforzare il regime di Putin. In caso contrario l’equilibrata risposta statunitense potrebbe essere vanificata dalla pericolosa fantasia di una vittoria assoluta.

Il sostegno statunitense ha permesso a Kiev di recuperare territori e infliggere pesanti sconfitte alle forze russe, mantenendo relativamente basso il rischio di un’escalation incontrollata. L’amministrazione Biden ha sempre affermato che spetta agli ucraini decidere cosa è meglio per loro. Ma questa posizione sta diventando insostenibile. Putin ha scelto di correre nuovi rischi invece di fare un passo indietro, suggerendo che la guerra non finirà con la resa incondizionata della Russia. Anche se per il momento i rischi sembrano gestibili, potrebbe arrivare il momento in cui trattare sarà indispensabile per scongiurare una catastrofe. Le ricadute economiche della guerra aumentano rapidamente. In Ucraina le finanze pubbliche sono devastate e le riserve di valuta si stanno esaurendo. Come ha sottolineato Adam Tooze, “se gli alleati non intensificheranno gli aiuti finanziari ci sono tutti i motivi di temere una crisi sociale e politica”. Intanto in Europa l’impennata dei prezzi dell’energia alimenta l’inflazione e il rischio di una recessione. Tutto questo rende sempre meno credibile la tesi secondo cui sarà Kiev a decidere quando mettere fine alla guerra.

In realtà la questione non è se serve un negoziato per fermare la guerra, ma quando e come questo negoziato deve svolgersi. Gli Stati Uniti hanno di fronte un paradosso: più le forze ucraine prevalgono sul campo, più diventa difficile parlare di un accordo, anche se Kiev ha tutto l’interesse a trattare da una posizione di forza. Mentre aumenta il rischio che Mosca alzi il livello dello scontro, cresce anche la possibilità che qualunque leader occidentale intenzionato a fermare il conflitto sia accusato di essere irrealistico o immorale, o di cedere al “ricatto nucleare”. Ma un dibattito interno sui termini di un accordo accettabile permetterebbe a tutte le parti di farsi trovare pronte quando si presenterà l’occasione di trattare.

Obiettivi flessibili

Per porre le basi di un accordo, Washington deve fare in modo che gli interessi ucraini, europei e statunitensi non divergano. Gli obiettivi degli ucraini non sono necessariamente identici a quelli dei loro alleati occidentali. Per Kiev la posta in gioco è più alta, e con l’economia ormai in rovina il governo potrebbe concludere che non ha più niente da perdere. Ma le operazioni militari ucraine dipendono dalle armi, dai finanziamenti e dall’intelligence occidentali. I paesi europei stanno pagando un prezzo alto per la guerra, e dovrebbero poter dire la loro su come finirà. Questo non vuol dire che l’occidente debba spingere l’Ucraina a cedere, ma che gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero offrire il loro sostegno con l’obiettivo di mettere l’Ucraina nella posizione migliore per negoziare e non solo per continuare il conflitto. Dovrebbero concentrarsi sugli interessi fondamentali di Kiev, come proteggere la sovranità dell’Ucraina e i suoi cittadini. Questi obiettivi dovrebbero essere precisi e limitati: invece di cercare di recuperare tutti i territori controllati prima del 2014 o punire i leader russi, l’Ucraina dovrebbe puntare a traguardi che abbiano meno probabilità di produrre un’escalation e che possano portare a una pace duratura. Washington dovrebbe incoraggiare questa linea e fare presente al governo ucraino, almeno in privato, i limiti del sostegno statunitense e i rischi che ritiene inaccettabili. Chiarire le aspettative oggi ridurrebbe la possibilità di malintesi.

La Casa Bianca deve anche considerare la politica interna di Russia e Ucraina, dato che nessun accordo potrà reggere senza il sostegno interno di entrambi i paesi. La storia suggerisce che un cambio di regime a Mosca è possibile, ma non è probabile né inevitabile. Di conseguenza è meglio concentrarsi su Putin e sui componenti della cerchia ristretta intorno al presidente, valutando quale intesa potrebbero essere disposti ad accettare. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti dimostra che Putin vuole evitare a ogni costo una sconfitta totale. Ma come hanno fatto altri leader autoritari prima di lui, potrebbe presentare un risultato mediocre come una vittoria. Quindi si potrebbe trovare un accordo in cui realtà di fatto come il controllo russo sulla Crimea siano riconosciute, che Putin potrebbe presentare come una concessione sostanziale da parte dell’occidente.

Durante un blackout a Borodianka, 20 ottobre 2022 (Paula Bronstein, Getty)

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj opera in un ambiente politico più aperto e turbolento, in cui le divisioni stanno cominciando a riemergere. Ma il suo dilemma è simile a quello di Putin. La popolazione ucraina si è unita nella lotta contro l’invasore. Dopo aver chiesto così tanto ai suoi cittadini, per il governo sarebbe difficile sottoscrivere un compromesso che possa essere interpretato come un premio per il nemico. Se Zelenskyj dovesse accettare un accordo impopolare, potrebbe essere sconfitto alle elezioni. Un accordo che faccia sentire agli ucraini di aver trionfato avrebbe quindi più possibilità di riuscita: per questo è importante gestire le aspettative fin da subito. Washing­ton dovrebbe invitare Kiev ad assumere una posizione più moderata su punti che potrebbero rientrare in un futuro negoziato (come la Crimea), a smorzare la retorica trionfalista e a sottolineare i benefici che l’Ucraina otterrebbe dagli aiuti per la ricostruzione e dall’integrazione economica con l’Europa.

Alcuni punti non sono negoziabili, a cominciare dalla sovranità e dalle garanzie per i cittadini ucraini, soprattutto quelli che vogliono lasciare i territori occupati dalla Russia. Ma su altri si può essere flessibili. Per esempio, la trattativa non dovrebbe essere vincolata alle frontiere precedenti al 24 febbraio o addirittura al 2014. Un’Ucraina territorialmente più compatta, priva della Crimea e di parte del Donbass, potrebbe essere più stabile e difendibile. In generale è meglio anteporre i risultati concreti ai princìpi astratti. Un’Ucraina indipendente e sovrana che può difendersi da sola e integrarsi con l’economia europea sarebbe un risultato migliore di un paese afflitto da dispute territoriali permanenti.

La cancellazione delle sanzioni potrebbe rivelarsi uno degli aspetti più complicati a livello politico. L’impatto delle sanzioni tende a ridursi con il tempo, per questo sono più utili come merce di scambio che come punizione permanente. Finora le sanzioni occidentali hanno avuto due obiettivi: punire a breve termine la Russia e indebolire a lungo termine il suo apparato militare. La cancellazione di alcune misure potrebbe essere una condizione necessaria per aprire un negoziato, ma bisogna valutare attentamente quali possono essere eliminate. Il congelamento delle riserve di valuta non serve granché a indebolire l’economia russa sul lungo periodo, e permettere a Mosca di recuperarne una parte potrebbe essere utile per arrivare a un accordo. I limiti alle esportazioni, invece, indeboliscono l’industria militare russa sul lungo periodo e andrebbero mantenuti. Inoltre si potrebbe pensare a un approccio graduale, in cui le sanzioni sono progressivamente cancellate in cambio di concessioni concrete da parte della Russia, un aspetto che mancava nel fallito accordo di Minsk.

Tre scenari

Si possono immaginare tre scenari in cui avrebbe senso spingere per un accordo. Nel primo le forze ucraine continuano a ottenere successi e Kiev comincia a parlare di liberare la Crimea. Considerando l’importanza che la penisola ha per il Cremlino, questo aumenterebbe enormemente il rischio che Putin decida di usare le armi nucleari. Nel secondo scenario le forze russe riprendono l’iniziativa e riconquistano ampi territori, dimostrando che la mobilitazione ha funzionato e che è indispensabile un accordo per garantire la sovranità dell’Ucraina. Nel terzo si crea un nuovo stallo, in cui gli Stati Uniti, l’Europa e perfino Ucraina e Russia potrebbero concludere che non vale più la pena sostenere gli enormi costi della guerra.

Ognuno dei tre scenari produrrebbe un accordo diverso. Ma c’è un elemento che li accomuna: l’eventualità che gli esiti militari creino un consenso sui termini di un’intesa. Oggi la situazione sul campo è ancora fluida ed entrambe le parti pensano di poter ottenere una vittoria assoluta. Un accordo sarà possibile solo quando il risultato sarà più chiaro. Fino ad allora, un solido sostegno da parte dell’occidente può fare in modo che lo scenario di una vittoria ucraina resti il più probabile.

I recenti bombardamenti su Kiev e le altre città ucraine lasciano pensare che la Russia sia pronta a una nuova escalation, che comporterebbe rischi e costi ancora più grandi. Anche se non è ancora il momento di negoziare, è meglio pensare fin da ora alle circostanze in cui gli Stati Uniti potrebbero chiedere con decisione la fine del conflitto. Tutte le guerre finiscono. Oggi la prospettiva di un accordo può sembrare poco allettante, ma solo con un attento negoziato sarà possibile difendere a lungo termine gli interessi dell’Ucraina e la sicurezza dell’Europa. ◆ as

Emma Ashford insegna al Centro pergli studi sulla sicurezza della Georgetown university a Washington.

Da sapere
Attacco a Sebastopoli
fonti: financial times, liveuamap

◆ Il 29 ottobre la base navale russa di Sebastopoli, in Crimea, è stata colpita da un attacco condotto con uno sciame di droni aerei e galleggianti. Secondo Mosca la maggior parte dei droni è stata intercettata e solo una nave ha riportato danni leggeri, ma altre fonti suggeriscono che diverse unità importanti siano state seriamente danneggiate, tra cui la fregata Admiral Makarov.

◆ L’Ucraina non ha rivendicato l’attacco, ma la Russia sostiene che Kiev sia stata aiutata da un’unità delle forze armate britanniche, la stessa che avrebbe partecipato al sabotaggio del gasdotto Nord stream. Mosca ha inoltre annunciato il suo ritiro dall’accordo raggiunto a luglio per consentire la ripresa delle esportazioni di grano dall’Ucraina, affermando che i droni hanno usato i corridoi marittimi stabiliti dall’intesa. Il 2 novembre però la Russia ha fatto marcia indietro dopo la mediazione della Turchia.

◆ Dopo l’attacco a Sebastopoli le forze russe hanno lanciato una nuova ondata di attacchi aerei, che hanno preso di mira soprattutto le infrastrutture elettriche. I boombardamenti hanno provocato blackout in tutto il paese, e a Kiev l’80 per cento delle abitazioni è rimasto senza acqua corrente.

◆ Il 31 ottobre Vladimir Putin ha annunciato la fine della mobilitazione parziale ordinata a settembre. La maggior parte delle nuove truppe dovrebbe arrivare al fronte tra marzo e aprile.
Institute for the study of war


Questo articolo è uscito sul numero 1485 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati