Uno stato fallito. Una trappola degli aiuti umanitari. Una terra apparentemente maledetta dalla natura e dagli esseri umani. Quando il mondo osserva Haiti, uno dei paesi più poveri del pianeta, la solidarietà per le sue sofferenze infinite è spesso messa in secondo piano dai rimproveri e dalle lezioni paternalistiche sulla corruzione e la cattiva gestione della cosa pubblica.

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È noto che nel 1804 gli haitiani rovesciarono gli schiavisti francesi e dichiararono l’indipendenza dell’isola, diventando il primo stato moderno a essere nato da una rivolta di schiavi.

Ma pochi conoscono la storia di quello che successe vent’anni dopo: le navi da guerra francesi si presentarono di nuovo davanti a una popolazione che aveva pagato la libertà con il sangue, dandole un ultimatum: avrebbe dovuto pagare ancora, questa volta versando una grande quantità di denaro contante, altrimenti ci sarebbe stata una guerra. Per generazioni i discendenti di un popolo schiavizzato hanno versato ai discendenti degli antichi aguzzini soldi che avrebbero potuto essere usati per costruire scuole, strade, ospedali o per dare vita a un’economia stabile.

Per anni, mentre i giornalisti del New York Times raccontavano i problemi di Haiti, una domanda ha continuato ad aleggiare nell’aria: e se il paese non fosse stato saccheggiato dalle potenze straniere, dalle banche estere e dai suoi stessi leader politici fin quasi dalla sua nascita? Quanto denaro in più avrebbe avuto a disposizione Haiti per costruire una nazione? Per più di un anno una squadra di corrispondenti del New York Times ha analizzato documenti dimenticati da tempo e abbandonati in archivi e biblioteche di tre continenti, cercando di trovare una risposta a questa domanda e d’individuare una cifra che indicasse il prezzo pagato dagli haitiani per la libertà. Queste sono le conclusioni dell’inchiesta pubblicata il 22 maggio 2022.

L’ultimatum

Nel 1825 una nave francese carica di cannoni entrò nel porto della capitale haitiana Port-au-Prince. Dalla nave sbarcò un emissario di re Carlo X, che presentò agli haitiani una richiesta sorprendente: la Francia pretendeva un risarcimento dalle persone che aveva ridotto in schiavitù.

Di solito sono gli sconfitti a dover pagare i risarcimenti, non i vincitori. Appena un decennio prima la Francia era stata costretta a risarcire i paesi vicini dopo le fallimentari campagne di Napoleone, lo stesso imperatore che era stato battuto dagli haitiani. Haiti, però, era virtualmente sola al mondo: senza alleati potenti, temeva di essere invasa ed era ansiosa di poter avviare un rapporto commerciale con altri paesi. Così decise di accettare l’ultimatum. La richiesta consisteva in 150 milioni di franchi, da versare in cinque rate annuali. Molto più di quanto Haiti potesse permettersi. La Francia costrinse Port-au-Prince a chiedere un prestito a un gruppo di banche francesi in modo che il paese potesse cominciare a pagare. Questo sforzo di Sisifo è passato alla storia come il “doppio debito”.

Circolo vizioso

Il New York Times ha rintracciato ogni pagamento fatto da Haiti nel corso di 64 anni. In totale la cifra corrisponde a 560 milioni di dollari attuali.

Ma la perdita per il paese non può essere misurata solo sommando i soldi versati alla Francia e ai creditori internazionali nel corso degli anni. Ogni franco spedito al di là dell’Atlantico verso una banca europea era un franco che non circolava tra gli agricoltori, i lavoratori e i mercanti di Haiti, e che non era investito in ponti, scuole o industrie, il genere d’investimenti che aiutano le nazioni ad affermarsi e prosperare.

Dopo aver analizzato migliaia di pagine di documenti d’archivio (alcuni vecchi di secoli) e aver consultato quindici economisti di fama internazionale, abbiamo calcolato che i pagamenti alla Francia sono costati ad Haiti tra i 21 e i 115 miliardi di dollari in termini di crescita economica mancata. Una cifra otto volte più grande dell’intera economia haitiana nel 2020.

“Neocolonialismo attraverso il debito” è la definizione usata da Thomas Piketty, uno degli economisti consultati. “Un prosciugamento che ha alterato pesantemente il processo di costruzione dello stato”, ha aggiunto.

Ed è stato solo l’inizio. Il doppio debito ha contribuito a spingere Haiti in un circolo vizioso d’indebitamento che ha mutilato il paese per più di un secolo.

Il governo francese mise in ginocchio Haiti con le sue richieste di risarcimenti, ma negli anni successivi i francesi usarono una tattica diversa: la mano tesa di un socio commerciale.

Dopo cinquant’anni di pagamenti pesantissimi legati al doppio debito, gli haitiani festeggiarono una bella notizia: finalmente il paese avrebbe avuto la sua banca nazionale, il genere d’istituzione che in Europa aveva finanziato la costruzione di ferrovie e fabbriche.

Una banca a Parigi

Tuttavia, la banca nazionale di Haiti era haitiana solo di nome. In realtà fu una creazione del Crédit industriel et commercial, una banca parigina conosciuta con la sigla Cic, e dei suoi investitori. La banca haitiana era controllata da Parigi e, su ogni transazione fatta dal governo di Port-au-Prince, riceveva una commissione. I documenti originali ritrovati dal New York Times mostrano che il Crédit industriel et commercial e i suoi investitori sottrassero decine di milioni di dollari dal paese caraibico e nel frattempo lo affossarono facendogli chiedere altri prestiti.

Non passò molto tempo perché gli haitiani si rendessero conto che qualcosa non stava funzionando. “Non è curioso”, scrisse un economista haitiano, “che una banca che sostiene di voler aiutare un paese con le casse vuote, invece di cominciare depositando dei soldi, prelevi qualsiasi cosa abbia valore?”.

Occupazione statunitense

Nel 1915, quando l’esercito statunitense invase Haiti, la spiegazione ufficiale fu che la nazione era troppo povera e instabile per farcela con le sue risorse. Il segretario di stato statunitense dell’epoca, Robert Lansing, non si sforzò più di tanto di mascherare il suo disprezzo per la “razza africana”, e definì l’occupazione come una missione civilizzatrice per mettere fine “all’anarchia, alla barbarie e all’oppressione”.

La Francia ha lavorato per seppellire questa parte del suo passato o almeno per sminuirla. Anche ad Haiti la storia è rimasta a lungo sconosciuta

Tuttavia, l’inverno precedente erano emersi altri motivi dietro l’invasione: nel dicembre 1914 una piccola squadra di marines era entrata nella sede della banca nazionale haitiana e ne era uscita con cinquecentomila dollari in oro. Nel giro di pochi giorni quell’oro era finito nel caveau di una banca di Wall street.

“Ho contribuito a far sì che Haiti e Cuba diventassero due luoghi decenti da cui i ragazzi della National city bank potessero ricavare dei guadagni”, scrisse anni dopo il generale che aveva guidato le forze statunitensi ad Haiti, presentandosi come un “malvivente al servizio del capitalismo”.

Sotto la pressione della National city bank, il precursore del gigante bancario Citigroup, e di altre potenze di Wall ­street, Washington assunse il controllo di Haiti e delle sue finanze, come dimostrano decenni di corrispondenze diplomatiche, rapporti finanziari e documenti d’archivio consultati dal New York Times.

Nei decenni successivi gli Stati Uniti restarono la potenza dominante ad Haiti: sciolsero il parlamento con la forza delle armi, uccisero migliaia di persone e spedirono buona parte dei guadagni prodotti dall’economia ai banchieri di New York, mentre gli agricoltori che avevano contribuito a generare quei profitti soffrivano la fame.

Alcuni storici parlano di sviluppi positivi per l’isola durante l’occupazione degli Stati Uniti, come la costruzione di ospedali, più di mille chilometri di strade e un servizio pubblico più efficiente. Ma allo stesso tempo sottolineano il ricorso degli statunitensi al lavoro forzato, con i soldati che legavano gli operai e li costringevano a costruire le strade senza pagarli, sparando a chiunque cercasse di fuggire.

Per un decennio un quarto delle entrate complessive di Haiti fu usato per rimborsare i debiti controllati dalla National city bank e dalla sua affiliata, come dimostrano i venti rapporti annuali compilati dai funzionari statunitensi.

In alcuni periodi gli incaricati di controllare le finanze di Haiti usarono più soldi per i loro stipendi e le spese personali che per la sanità del paese, in cui vivevano due milioni di persone.

Un problema antico

“Sono stati traditi dai loro fratelli e poi dalle potenze straniere”, spiega Georges Michel, uno storico haitiano. Come molti esperti di storia di Haiti, anche Michel pensa che i problemi e la sfortuna del paese non possono essere capiti senza riconoscere che la cultura della corruzione è profondamente radicata.

Da sapere
Più di un anno di lavoro

◆ Il 22 maggio 2022 il quotidiano statunitense The New York Times ha pubblicato in prima pagina e sul suo sito un progetto in più parti su Haiti intitolato The ransom, il riscatto. Gli articoli sono tradotti anche in francese e in creolo. Visto che la storia riguarda Haiti, ha spiegato il giornale, è giusto che il materiale sia il più possibile accessibile agli haitiani. La speranza è che sia letto in radio, il mezzo d’informazione più usato nel paese caraibico. L’articolo pubblicato in queste pagine riporta le conclusioni dell’inchiesta, il risultato di più di un anno di lavoro e indagini in Europa, ad Haiti e negli Stati Uniti. La domanda a cui hanno cercato di rispondere i giornalisti del New York Times è stata: “Quanto starebbe meglio oggi Haiti se le potenze straniere non avessero depredato le sue ricchezze per generazioni dopo l’indipendenza nel 1804?”. La risposta non è semplice, ma secondo il giornale Haiti oggi sarebbe diversa se la Francia non avesse chiesto il pagamento di un pesante indennizzo economico.


Il funzionario haitiano dell’ottocento che ideò un accordo perfetto per una banca di Parigi e poi si trasferì in Francia per godersi il pensionamento? “Non è il primo caso di un funzionario haitiano che abbia tradito l’interesse del suo paese per avere un vantaggio personale”, spiega Michel. “Direi che per Haiti è quasi la normalità”.

I leader del paese hanno sempre saccheggiato le sue casse per fini personali. I politici eletti hanno perfino detto pubblicamente alla radio che hanno accettato tangenti. E gli oligarchi controllano monopoli estremamente redditizi praticamente senza pagare tasse. L’ong Trans­parency international, che ha sede a Berlino, in Germania, e si occupa di corruzione, colloca Haiti tra i paesi più corrotti del mondo.

Il problema risale a molto tempo fa. Nel 1875 i banchieri francesi accordarono un prestito ad Haiti e incassarono direttamente il 40 per cento del totale. Gran parte dei soldi rimasti furono usati per pagare altri debiti e il resto finì nelle tasche di funzionari haitiani corrotti, che secondo gli storici si arricchirono a scapito del futuro del loro paese.

Quasi un secolo dopo, quando un medico colto e di mezz’età che si chiamava François Duvalier fu eletto presidente, le prospettive del paese sembravano migliori: per la prima volta in più di 130 anni Haiti non doveva sostenere il peso di un devastante debito estero. Era il 1957.

Nei ventotto anni successivi Duvalier e il figlio Jean-Claude instaurarono una dittatura che diventò tristemente famosa per la sua corruzione e brutalità. Molti professionisti scapparono dal paese. La situazione già disperata si aggravò ulteriormente mentre i Duvalier misero da parte centinaia di milioni di dollari. Haiti non era mai stata così povera.

Il doppio debito imposto ad Haiti è in gran parte stato dimenticato. Anche se generazioni di francesi hanno beneficiato degli effetti dello sfruttamento creato dai loro antenati, questa realtà non è quasi mai insegnata a scuola. Abbiamo parlato con più di trenta discendenti delle famiglie che hanno ricevuto pagamenti grazie al doppio debito. La maggioranza non ne aveva mai sentito parlare.

La rivelazione di Aristide

“È una parte della mia storia di famiglia che non ho mai conosciuto”, ha ammesso un discendente di sesta generazione della prima moglie di Napoleone. Non è un caso. La Francia ha lavorato duramente per seppellire questa parte del suo passato o almeno per sminuirla.

Anche ad Haiti la storia completa è rimasta sconosciuta a lungo. Poi, nel 2003, il presidente Jean-Bertrand Aristide (che era già stato eletto nel 1991 e di nuovo nel 1994) sconvolse la popolazione haitiana denunciando il debito imposto da Parigi e chiedendo un risarcimento. La Francia reagì cercando immediatamente di screditare Aristide. D’altronde il riferimento ai risarcimenti era molto pericoloso per un paese con altre ex colonie che continuavano a soffrire per le conseguenze dello sfruttamento. L’allora ambasciatore francese ad Haiti ricorda che la richiesta di Aristide fu “esplosiva”.

“Dovevamo disinnescare quella bomba”, racconta.

Aristide comunicò perfino la cifra precisa che la Francia doveva pagare e fu deriso. Ma le perdite a lungo termine di Haiti, come ha verificato il New York Times, sono sorprendentemente vicine alla stima fatta da Aristide. Anzi, forse l’ex presidente haitiano era stato fin troppo prudente.

Nel 2004 Aristide fu messo a forza su un aereo, al termine di una manovra per destituirlo orchestrata dagli Stati Uniti e dalla Francia. Gli statunitensi e i francesi hanno difeso quella decisione sottolineando la necessità di stabilizzare Haiti, che all’epoca attraversava un periodo di disordini. Ma in seguito un altro ex ambasciatore ha ammesso che la scelta potrebbe essere stata influenzata da altri fattori.

La rimozione improvvisa del presidente Aristide, ha detto l’ex ambasciatore, era “probabilmente in parte legata” alla sua richiesta di ricevere un risarcimento dalla Francia. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1463 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati