Il futuro della tecnologia è il futuro dei suoi finanziatori. E i finanziatori sono cambiati. Prima erano i militari, poi i venture capitalist. Oggi si apre un nuovo capitolo: i fondi multimiliardari, spesso legati agli stati, sono i nuovi padroni della tecnologia. Il leader del settore è il gruppo giapponese SoftBank, una multinazionale che ha investito in Uber, WeWork, Alibaba e Nvidia. Le sue aziende producono cani robot (Boston Dynamics) ma offrono anche servizi di dog sitting (Wag). Il modello della SoftBank è semplice: mettere in piedi aziende che generano liquidità (come gli operatori di telefonia mobile), usarle come garanzia per prendere in prestito enormi quantità di denaro (il debito a lungo termine della SoftBank è di circa 130 miliardi di dollari) e comprare aziende tecnologiche.
Grazie a tassi d’interesse tra i più bassi di sempre, la SoftBank ha tratto beneficio dalla crisi finanziaria. Ha fatto in modo che la Apple, il produttore di processori Qualcomm e vari fondi patrimoniali sovrani contribuissero al suo fondo da 98 miliardi di dollari chiamato Vision Fund. L’Arabia Saudita si è impegnata a versare 45 miliardi di dollari, Abu Dhabi 15 e il Bahrein sta valutando una partecipazione. Il fondatore della SoftBank, Masayoshi Son, vuole lanciare fondi come Vision Fund ogni due o tre anni. Vuole anche investire centomila miliardi di yen (circa 755 miliardi di euro) in mille aziende di robotica e intelligenza artificiale. Dove prenderà questi soldi? L’Arabia Saudita, per esempio, userà l’offerta pubblica iniziale del gigante petrolifero Aramco per rimpinguare il suo fondo patrimoniale sovrano. Altri vorranno unirsi.
Il principale fondo sovrano del mondo, quello della Norvegia, è gestito in modo prudente. Non tutti però funzionano così. Alcuni sono solo fondi speculativi
Esistono molti equivoci su come funzionano i fondi sovrani. Il più grande del mondo, quello della Norvegia, è gestito in modo prudente. Non tutti però funzionano così. Alcuni sono fondi speculativi. Come la SoftBank, prendono soldi in prestito con interessi bassi, spesso per rifinanziare il loro stesso debito, destinando il resto a startup tecnologiche. Per esempio i fondi di Malesia, Bahrein e Abu Dhabi, tra i più recenti investitori in tecnologia, usano il debito come leva finanziaria.
La SoftBank e i suoi partner usano il debito per diventare l’avanguardia della trasformazione digitale dell’economia, rafforzando i propri settori strategici: infrastrutture, dati e intelligenza artificiale. Questo crea molte situazioni strane. Prendete Airbnb, che ha tra i suoi investitori il Cic e il Temasek (i fondi sovrani di Cina e Singapore). Spesso Airbnb è accusata di far aumentare gli affitti in città come Amsterdam o Barcellona. Ma dove vanno questi soldi? Certo, permettono ai dirigenti di comprarsi degli yacht costosi. Ma attraverso i fondi sovrani riempiono anche le casse dei governi. Alcuni paesi hanno pensato di lanciare i loro fondi speculativi statali dandogli etichette dall’apparenza innofensiva. Le conseguenze di questo modello non sono chiare, perché gli stati potrebbero essere tentati dall’abbandonare qualsiasi politica industriale, lasciando fare tutto alla SoftBank di turno.
Pensiamo alla Norvegia. Ha beneficiato dell’esplosione delle azioni tecnologiche e il suo fondo possiede una fetta della Silicon valley. Questo ha permesso al paese di aumentare le spese sociali, poiché i guadagni del fondo hanno riempito i buchi di bilancio. Ma mentre le aziende tecnologiche crescono, a volte finanziate dalla Norvegia, il mondo diventa sempre più dipendente dai loro servizi e ci saranno sempre meno tecnologie nazionali in grado di soddisfare le esigenze di cloud computing o d’intelligenza artificiale. Alcuni paesi continueranno a promuovere i propri giganti tecnologici: la Cina, che ha investito 150 milioni di dollari nell’intelligenza artificiale, vuole rafforzare il controllo su dati e reti e non permetterà che le sue aziende siano acquistate dal Bahrein.
Qualcosa di simile sta succedendo negli Stati Uniti. Dopo aver lanciato un piano di nazionalizzazione della rete 5g, Washington per motivi di sicurezza nazionale ha bloccato il più grande accordo tra aziende tecnologiche della storia, la fusione tra la Qualcomm di San Diego e la Broadcom di Singapore, dietro alla quale ci sarebbe la Cina. L’espansione globale di questi fondi non è un antidoto al nazionalismo economico. Se alcuni investiranno migliaia di miliardi di dollari nelle aziende tecnologiche di altri paesi, chiederanno la rimozione delle barriere agli investimenti. Ma la retorica globalista non fa di loro dei nemici del nazionalismo economico, di cui sono anzi i suoi più subdoli fautori.
Gli sconfitti sono gli europei: mentre la Cina e gli Stati Uniti sostengono le loro aziende, l’Europa perde i suoi gioielli. Le società di robotica tedesche e italiane sono state vendute ai cinesi. Nel Regno Unito, la SoftBank ha acquistato il produttore di processori Arm. Una società legata alla SoftBank potrebbe partecipare all’asta per il 5g nel Regno Unito. L’Europa pagherà caro il fatto di non avere né il protezionismo della Cina o degli Stati Uniti né l’abilità finanziaria degli stati del golfo Persico. È brava a vendere auto e occhiali. Ma vendere auto intelligenti e occhiali intelligenti è tutta un’altra storia . ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati





