Mentre fanno i conti con una Cina in ripresa, gli Stati Uniti di Trump sembrano essersi dimenticati i meccanismi che gli avevano garantito la supremazia dopo la guerra fredda. Questi meccanismi erano sostenuti non solo dal potere militare, ma anche da un’ideologia che minimizzava i rischi del dissenso antisistema. I governi statunitensi sapevano che il punto di forza di un’egemonia è l’invisibilità delle sue operazioni. Spingere altri paesi a comportarsi come vuoi tu è più facile se tutti credono non solo che sia solo nel loro interesse ma anche che rientri nel corso naturale della storia. Perché preoccuparsi del colonialismo se uno può convincere gli altri paesi ad arrendersi grazie alle favole sui benefici del libero scambio?
Di tutti i miti che hanno rafforzato l’egemonia mondiale degli Stati Uniti negli ultimi trent’anni, quello della tecnologia è stato il più potente. Presentava la tecnologia come una forza naturale e neutrale, in grado di cancellare le differenze di potere tra paesi. Era una cosa che non si poteva modificare, bisognava adattarsi: stava nascendo un villaggio globale, grazie alle reti e ai bit. Si potevano usare molte lingue per parlare di “fine della storia”, ma la lingua che esprimeva meglio il concetto era quella della tecnologia. Non c’era mai stato un modo di essere così ottimisti sul capitalismo senza quasi doverne pronunciare il nome. Quello che importava non era chi possedeva la tecnologia, ma come la usava.
L’ideologia di internet ha fatto il gioco degli interessi statunitensi, producendo molte grandi aziende. Nel 2018 però questa ideologia ha il fiato corto
Queste metafore hanno nascosto verità fondamentali sul rapporto tra tecnologia e potere. La prima è che il villaggio globale era globale solo nella misura in cui il suo principale sostenitore – gli Stati Uniti – aveva bisogno che lo fosse. La seconda è che non c’era niente di naturale o neutrale negli standard, nelle reti e nei protocolli dell’universo digitale: finita la guerra fredda, la maggior parte di questi standard doveva rafforzare l’influenza degli Stati Uniti. La terza verità è che entrare a far parte di una rete unica e inviolabile non è mai stato un lasciapassare per la liberazione nazionale. Armi informatiche, intelligenza artificiale, sorveglianza, interconnettività e digitalizzazione invece che eliminare vecchi squilibri, ne hanno creati di nuovi.
L’ideologia di internet ha fatto il gioco degli interessi statunitensi, producendo molte delle più grandi aziende tecnologiche del mondo. Nel 2018 però questa ideologia ha il fiato corto. Il villaggio globale statunitense si sta disintegrando. Basta guardare alle piattaforme digitali che, con la loro capacità d’imporsi in qualsiasi contesto, avrebbero dovuto rappresentare l’apice dell’egemonia tecnologica della superpotenza mondiale. Il piano ha funzionato, ma solo all’inizio. Poi la Silicon valley ha scoperto che gli alleati degli Stati Uniti stavano finanziando le aziende concorrenti in altre parti del mondo. Pensiamo a Uber: le sue ambizioni globali sono state frenate da Ola in India, DiDi in Cina, 99 in Brasile, Grab nel sudest asiatico e Yandex Taxi in Russia. A parte Yandex, questi concorrenti, compresa la stessa Uber, sono stati finanziati dalla giapponese SoftBank e poi inglobati nel suo Vision Fund, un fondo d’investimento che raccoglie soldi degli alleati più vicini a Washington, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti. Uber si è arresa.
La crescita della Cina ha messo in discussione altri miti. Gli standard che un tempo erano neutrali, come il 5g per la telefonia mobile, sono contestati e Pechino spinge per regole più favorevoli alle sue industrie. Inoltre le ambizioni globali della Huawei e della Zte e la crescita della Tencent, di Baidu e Alibaba hanno costretto Washington a uscire allo scoperto rivendicando esplicitamente la sua egemonia. Il veto di Trump alla fusione tra Qualcomm e Broadcom e la proposta della Casa Bianca di nazionalizzare la rete 5g sono solo due esempi. Spogliati dei loro miti fondativi, gli Stati Uniti faranno fatica a convincere gli altri paesi a dare libertà di manovra alle aziende americane. O a rinunciare agli investimenti nell’intelligenza artificiale o ad accettare le disposizioni inserite nei trattati commerciali, che chiedono la libera circolazione di dati.
I limiti dell’egemonia tecnologica statunitense erano evidenti a Obama, che aveva rilanciato la mitologia americana della “libertà di internet” mentre cercava di contenere l’espansione della Cina. Ora, grazie a Trump, questa mitologia è finita. Il presidente sta minacciando la supremazia tecnologica del suo paese anche in altri modi, tagliando i fondi per la ricerca, limitando l’immigrazione e addirittura evitando lo smantellamento della cinese Zte, accusata di aver violato gli embarghi statunitensi, per guadagnare potere negoziale.
Gli Stati Uniti dopo Trump non torneranno alla strategia di Obama. A quel punto sarà tardi per fermare la Cina. Washington continuerà a contestare l’ordine globale che ostacola la Silicon valley, scegliendo una strategia più energica contro Pechino. Quando scoppierà la guerra fredda tecnologica, non sarà così chiaro quale blocco rappresenterà i veri interessi del capitalismo globale. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati





