Che succede al ragazzo nella bolla quando la bolla scoppia? Il ragazzo cade da una grande altezza. Il mezzo con cui Boris Johnson è salito al potere è stata la Brexit. Lo ha condotto fino a un punto in cui in un mondo sano di mente non avrebbe mai dovuto trovarsi. Ma le bolle sono imprevedibili nei loro movimenti, e non durano a lungo. La stessa cosa valeva per l’avventura di Johnson come premier.

Sui mezzi d’informazione britannici e nel Partito conservatore circola una storia sugli eventi surreali che hanno portato alla sua caduta: avrebbero tutti a che fare con il personaggio, nulla a che vedere con la politica. Ma è solo un’illusione. Il personaggio di Johnson è infatti inscindibile dalla più grande decisione politica presa dal Regno Unito negli ultimi cinquant’anni: l’uscita dall’Unione europea.

La sua grande forza, infatti, è stata la straordinaria capacità di incarnare un intero, ed epico, progetto politico. Altri avevano a cuore la Brexit e hanno lottato a lungo per realizzarla. Ma Johnson, a cui non importava niente, ha dato a quell’idea un’ampia forma fisica, una voce, un atteggiamento. I vecchi bacucchi euroscettici hanno scritto un copione, ma è stato Johnson a interpretarlo. Senza la sua brillante capacità di metterla in scena, la Brexit semplicemente non ci sarebbe stata.

I vignettisti dell’ottocento inventarono la personificazione dell’Inghilterra – il grande, grosso e testardo John Bull – e Johnson l’ha reinventata come Boris: grande, grosso, testardo, anarchico, insofferente alle regole, amante della libertà, divertente. È per questo che il 52 per cento degli elettori britannici ha votato nel giugno 2016. Non per un programma politico ed economico, perché non ne esisteva uno. Ma per uno spirito di “libertà”, una parola che si è incarnata nella forma improbabile, sgraziata ma immediatamente riconoscibile di un populista laureato a Eton.

È difficile sopravvalutare il ruolo di Johnson come principale punto di forza del fronte per la Brexit nel referendum del 2016. Dagli exit poll era emersa una forte correlazione tra l’opinione che gli elettori avevano di lui e il modo in cui avevano votato. Non è esagerato ipotizzare che se Johnson si fosse schierato contro la Brexit, come avrebbe potuto benissimo fare, il Regno Unito sarebbe ancora nell’Unione europea.

Nessuna conseguenza

Perché Johnson è stato così straordinariamente influente in un momento così cruciale? In primo luogo perché, nella sua straordinaria fusione tra idiota di buona famiglia e uomo del popolo, è riuscito a coniugare due modi dell’essere inglese. Uno era quel bizzarro intruglio che è l’anarchismo conservatore, l’incoscienza privilegiata di una classe dirigente post-imperiale decadente. L’altro era il dito medio rivolto all’“establishment” apprezzato da una classe operaia post-industriale.

Il ragazzo viziato del club Bullingdon e il punk nichilista non sono poi così distanti. Boris li ha riuniti creando un’alleanza interclassista che ha portato alla Brexit e ha distrutto il muro rosso della vecchia fedeltà proletaria su cui faceva affidamento il Partito laburista.

Una manifestazione contro Johnson a Londra, 6 luglio 2022 (Henry Nicholls, Reuters/Contrasto)

In secondo luogo, Johnson ha incarnato una promessa che era al cuore del momento storico della Brexit, cioè quella che non ci sarebbero state conseguenze. Se parte del fascino della Brexit era che si può incasinare tutto, l’altra e cruciale metà era che si può incasinare tutto senza pagare alcun prezzo. Se c’è una frase che sintetizza tutta la parabola di Johnson è proprio “nessuna conseguenza”. Nella sua vita privata, nella sua carriera giornalistica e nelle sue avventure politiche è sempre stato quello che esce indenne dai pasticci che ha creato e lascia che siano gli altri a raccogliere i cocci.

Nessuno meglio di lui avrebbe potuto incarnare la promessa che la Brexit sarebbe stata così, che i britannici avrebbero potuto (come Johnson ha ripetutamente promesso) lasciare l’Unione europea ma godere comunque di tutti i suoi vantaggi. Non dimentichiamo che Johnson sosteneva che dopo la Brexit il Regno Unito avrebbe potuto mantenere un posto nella Commissione europea.

Ma alla fine ci sono state delle conseguenze. Man mano che si accumulavano, il personaggio reale di Johnson non si dimostrava all’altezza di quello immaginario. La prima e più ovvia conseguenza è che un uomo così palesemente incapace di governare se stesso non può governare un paese. Lo sapevano tutti. Johnson aveva già ricoperto due importanti incarichi politici. Quando era sindaco di Londra il suo lavoro era stato subito delegato a dei subordinati competenti, mentre lui faceva lo showman e si concedeva progetti idioti e grandiosi (Boris island, il Garden bridge) per i quali, per usare un termine del suo vocabolario da etoniano adolescente, ha sperperato decine di milioni di sterline. Come ministro degli esteri è stato quasi universalmente considerato il peggior titolare di quella prestigiosa carica.

Il fatto che Johnson fosse semplicemente incapace di ricoprire dignitosamente un incarico di responsabilità la dice lunga sull’autoproclamato patriottismo di molti conservatori, che pur sapendolo benissimo gli hanno comunque dato le chiavi del governo.

C’è un bel verso in una canzone degli Elbow: “Voglio vivere in una città in cui tutti sanno come sono fatto e non gl’importa”. La Brexit ha trasformato il Partito conservatore nella città in cui tutti sapevano esattamente chi fosse Johnson ma non gliene importava, fintanto che la sua prorompente energia riusciva a tenere in piedi la loro bolla per un altro anno o due.

E purché lui fosse divertente. La grande abilità di Johnson era saper cancellare la differenza tra una cosa seria e uno scherzo. Ma il problema di ogni numero comico è che richiede la partecipazione del pubblico. Se il pubblico decide che non è più divertente, il numero muore in modo imbarazzante sul palco.

Da sapere
La corsa è cominciata

◆ Il 13 luglio 2022 ha preso il via il leadership contest, con cui i deputati conservatori sceglieranno il sostituto di Boris Johnson alla guida del partito e quindi del prossimo governo. Tra gli otto pretendenti, alla prima votazione è risultato in testa l’ex ministro delle finanze Rishi Sunak, uno dei primi a dimettersi per protesta contro Johnson, seguito dalla ministra del commercio Penny Mordaunt e da quella degli esteri Liz Truss. A ogni tornata i candidati meno votati saranno eliminati, finché ne resteranno solo due. La scelta finale avverrà tramite il voto postale di tutti gli iscritti al partito. Il risultato dovrebbe essere annunciato entro il 5 settembre. Bbc


Probabilmente sarebbe successo comunque, semplicemente perché governare è una cosa seria. Ma il ritmo di questo cambiamento è stato notevolmente accelerato dalla pandemia di covid-19. In tempo di pestilenza, il numero di Johnson non era più divertente. Non che non ci abbia provato. In uno scatto d’ira avrebbe detto al suo staff: “Basta con questi fottuti lockdown, preferisco veder accatastarsi migliaia di morti”.

Ma nessuno rideva più. E l’anarchica violazione delle regole che era piaciuta a tante persone in Inghilterra è diventata improvvisamente meno attraente quando si è scoperto che Johnson e i suoi subordinati stavano violando tutte le regole che le persone comuni dovevano rispettare, spesso al costo di grandi sacrifici personali ed emotivi. La “libertà” si è rivelata ciò che ha sempre significato per l’alta borghesia: il diritto di fare ciò che vuole e di dire ai contadini di obbedire. I contadini si sono finalmente resi conto che non erano coinvolti nello scherzo, ma ne erano l’oggetto.

La seconda volta

Senza il campo di forza protettivo dello “scherzavo”, Johnson non ha più potuto evitare le conseguenze del suo cinismo, della sua corruzione e della sua incompetenza. La sua abituale falsità, avendo perso la venatura di comica evasività che l’aveva resa attraente per tanti suoi compatrioti, ha finito per apparire per quello che era: una rozza e costante menzogna. Forse, però, tutto questo non avrebbe avuto molta importanza se non fosse stato per un’altra conseguenza: lo scoppio della bolla Brexit. Johnson è riuscito a spremere due energie distinte (e sostanzialmente contraddittorie) dalla sua retorica sulla Brexit. Ma nessuna delle due poteva essere sostenuta. L’energia iniziale era quella di un ottimismo senza limiti: l’età dell’oro, i pascoli illuminati dal sole, la nuova alba di un Regno Unito invincibile, in cui menagrami e pessimisti sarebbero stati messi in fuga e tutto sarebbe andato per il meglio, nel migliore dei mondi possibili.

La cultura politica inglese era terribilmente sensibile a questo tipo di farneticazioni, ma le chiacchiere sono chiacchiere. Lo spillo appuntito della realtà stava già aspettando la bolla. La Brexit sta rendendo la maggior parte dei britannici più poveri.

Johnson, tuttavia, ha avuto una seconda possibilità di manipolare questa storia. L’ha trasformata in un messaggio molto meno ambizioso: facciamola finita con questa maledetta storia. Ha vinto le elezioni e ha ottenuto una schiacciante maggioranza parlamentare con uno slogan incredibilmente sfacciato: Get Brexit done (Portiamo a termine la Brexit). Questa formula ammetteva implicitamente che la maggior parte delle persone voleva semplicemente non essere più scocciata dal grande progetto di Johnson. Ma non è riuscito nemmeno a mantenere la promessa di far finta che tutta questa faccenda non fosse mai successa, perché non aveva altro da offrire. Alimentare e sfruttare l’ostilità degli inglesi nei confronti dell’Europa è sempre stato il cavallo di battaglia di Johnson. Ma una volta che la Brexit è successa davvero, il cavallo è morto sotto di lui.

“Boris” è stato come un gruppo con una sola canzone famosa. Quel pezzo ha venduto milioni di copie, ma i successivi sono stati dei flop. Johnson ha dovuto diventare una patetica tribute band di sé stesso, usando il protocollo dell’Irlanda del Nord per suonare una versione sempre più stonata della stessa vecchia canzone. Il Partito unionista democratico (Dup) nordirlandese e gli ultras della Brexit avranno anche applaudito, ma la stragrande maggioranza degli elettori è rimasta semplicemente annoiata e confusa.

Un circo senza clown

Che ne sarà della Brexit senza Johnson? Definirla un Amleto senza il suo principe significherebbe darle una dignità che non ha. C’è troppa farsa intrecciata a questa tragedia. Forse sarà solo un circo senza il suo clown, il suo equilibrista, il suo illusionista e il suo contorsionista. Johnson è stato tutte queste cose e la sua esibizione è stata vertiginosa, a volte sommamente ridicola e a volte incredibilmente impavida. La tragedia per i suoi connazionali sta nel fatto che questo circo non è destinato a chiudere le tende e a lasciare la città. Si è insediato nella piazza principale e non può essere spostato.

Chi può sostituire Johnson come principale interprete? Nessuno. Parte del motivo per cui la corsa alla successione è così aperta è che Johnson non può avere un successore. Ha incarnato un progetto che non ha futuro, bloccato in un momento da cui non può uscire.

L’unica utilità di Johnson per il suo paese è stata quella di uno stress test. Ha dimostrato che l’ordine esistente era così fragile che un assurdo opportunista, armato solo di battute penose e di un’inesauribile faccia tosta, poteva manipolarlo come voleva. Se il Regno Unito vuole avere un futuro, deve cominciare a chiedersi non come Johnson sia caduto, ma come abbia potuto salire così in alto.◆ ff

Fintan O’Toole è un giornalista e scrittore irlandese

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati