A Battaglia, maestro dell’indicibile e dell’inquietudine, riesce sicuramente qualcosa d’importante creando nel 1982, su richiesta dell’editore Bonelli, il suo primo e unico personaggio, l’ispettore Coke. Per un cancro che lo strappò alla vita nel 1983, non gli riuscì di terminare il terzo racconto: ci ha pensato Corrado Roi, gran disegnatore Bonelli influenzato da Battaglia, con Bepi Vigna alla sceneggiatura. Solitamente Battaglia prediligeva gli adattamenti di classici della letteratura. Qui si muove tra echi e rimandi cinematografici e letterari infiniti, compresi gli sceneggiati Rai degli anni settanta intrisi di atmosfere a lui vicine, dove scorrono le tematiche più tipiche del feuilleton di metà ottocento e primo novecento, impregnate di esoterismo. Nel rivisitare con finezza e agilità narrativa questo immaginario, Battaglia ricerca sempre l’essere umano spezzato, o imprigionato, il “dissolversi di figure in un pulviscolo di ombre che ritaglia luci e volumi”. E le sfumature infinite dei suoi grigi evocano atmosfere forti, intense, pregnanti. Storie di sguardi perduti, quello della bambina alla fine di I delitti della Fenice, quello della mummia nell’omonimo racconto. Oppure sguardi agghiacciati, che hanno visto qualcosa di terribile, d’indicibile. L’orrore dello sguardo della Fenice, il cui occhio, fisso, cattivo, quasi maligno entra in quello del lettore (pagina 65) prima di colpire. Inesorabile.
Francesco Boille
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati