Vestito con una leggera vestaglia da ospedale, scalzo e in stato confusionale, senza cibo né acqua, con il catetere attaccato e con addosso il pannolone, il 13 giugno 2008 Omar Abu Jariban, un abitante di Gaza, fu gettato al bordo di una strada e lasciato morire. Il giornalista Chaim Levinson all’epoca raccontò questa storia sul quotidiano israeliano Haaretz. Lo scrittore David Grossman ne rimase sconvolto. Il 28 gennaio l’intero popolo palestinese è diventato Abu Jariban. Il ruolo della polizia che abbandona in piena notte un uomo ferito è stato interpretato dal presidente statunitense Donald Trump e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il resto del mondo ha recitato il ruolo dell’ospedale che resta a guardare senza fare niente.

Nel 2008 fu una tragedia umana.Due giorni fa è stata una tragedia nazionale. La Casa Bianca ha dichiarato l’avvio della terza nakba (“catastrofe”, un termine usato per indicare l’esodo forzato dei palestinesi nel 1948). I palestinesi sono stati gettati al bordo di una strada e abbandonati al loro destino. Gli israeliani di destra gongolano, quelli di sinistra come al solito sono smarriti, e gli altri paesi stanno zitti. È la fine.

Perché la sicurezza di Israele viene garantita senza che nessuno alzi un dito per assicurare la sicurezza dei palestinesi, il cui sangue viene versato con tanta facilità?

Il 28 gennaio la Casa Bianca sembrava il partito religioso ortodosso Habayt hayehudi (Casa ebraica), piena di kippah e di ebraicità. Bisogna essere anti-semiti per sorprendersi di questo? Con tutti questi pacificatori maneggioni repubblicani (tutti i vari David Friedman, Sheldon Adelson, Jason Greenblatt, Avi Berkowitz e il genero del presidente Jared Kushner), tutti questi presunti mediatori imparziali, è impossibile perfino riuscire a ipotizzare un abbozzo di accordo giusto.

Non è difficile immaginare cosa può passare per la testa di qualsiasi palestinese e di qualsiasi persona in cerca di giustizia davanti a questa foto di classe tutta ebraica e di destra. Non solo i palestinesi erano totalmente assenti dalla cerimonia, ma è anche impossibile trovarli nel piano che potrebbe segnare il loro futuro e che proclama l’eliminazione della loro ultima opportunità di ottenere un tardivo rispetto, un po’ di giustizia, un briciolo di comprensione. Sono stati lasciati a sanguinare al bordo della strada.

Questa è la loro terza nakba. Dopo aver perso gran parte della terra, delle proprietà e della dignità nella prima, e la libertà nella seconda, ora è il momento della terza, arrivata a schiacciare tutto quello che resta della loro speranza. Hanno tentato di tutto. La battaglia diplomatica e la lotta armata, la protesta non violenta e il boicottaggio economico. Non ha funzionato. “L’accordo del secolo” conferma quello che sapevamo già: il male prospera, stavolta in modo particolarmente unilaterale, razzista e arrogante. Il più forte prende tutto. I palestinesi otterranno dopo molti anni la caricatura di uno stato indipendente, e solo se accetteranno una serie di umilianti condizioni di resa che perfino il collaborazionista più meschino non accetterebbe mai. Israele, d’altra parte, ottiene quasi tutto, e subito.

Perché solo i palestinesi devono sopportare tutto? Israele ha dimostrato di meritare qualcosa in questi cinquant’anni di occupazione? Ha minimamente rispettato il diritto? Ha dato ascolto alla comunità internazionale? Dev’esserci un premio per gli occupatori? E per i coloni? Per cosa, e perché, cari Stati Uniti?

Israele ottiene tutto e senza condizioni, mentre i palestinesi, un popolo pacato considerati i terribili abusi che subisce, devono ancora dimostrare di meritare le briciole di giustizia che il presidente statunitense gli lancia. Perché la sicurezza di Israele dev’essere garantita, attraverso le generazioni e contro ogni rischio, senza che nessuno alzi un dito per assicurare la sicurezza dei palestinesi, il cui sangue viene versato con tanta facilità? Anche una ragazzina di Gaza merita di dormire al sicuro la notte, ma chi si preoccupa di lei alla Casa Bianca?

Se il piano di Donald Trump verrà realizzato (dio ce ne scampi) sarà la fine del popolo palestinese. Non la fine fisica ma la fine in quanto nazione. Chiunque ritenga che questo sia un buon motivo per festeggiare è invitato a unirsi alle celebrazioni in piazza Rabin per la liberazione di Naama Issachar (una donna israeliana arrestata in Russia per spaccio e rilasciata in seguito alla visita di Netanyahu a Mosca) e a votare il partito nazionalista Likud o l’alleanza sionista Blu e bianco, che differenza fa? Ma chiunque abbia ancora un briciolo di serietà morale dovrebbe essere inorridito da questa feroce pace dei vincitori, che potrà anche andare a finire bene per Israele, ma non finirà mai bene per gli israeliani.

Israele non si è mai assunto delle responsabilità per la prima e per la seconda nakba, probabilmente si sottrarrà anche alle responsabilità per la terza. Ma non riuscirà mai a sfuggire alla colpa e all’infamia di aver distrutto un altro popolo. ◆ fdl

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati