“Eravamo sei amici e un van…”. Canta così l’estate delle lettere 2026. Stessa spiaggia, stesso Mari, a piedi nudi o in Ciabatti, con un nuovo protagonista: il furgoncino. Scatola nera che registra sommovimenti teorici, anche i più balzani (l’aspetto fisico come origine del bene e del male), per lanciarli ai quattro venti come veline di gossip letterario. Domanda: quel cenacolo su ruote è luogo d’interesse pubblico o privato? La tv, oracolo bistrattato, ne illumina da tempo le enormi potenzialità drammaturgiche. Nel 1994, Alberto Castagna girava l’Italia su un camper bianco con un cuore rosso dipinto sulla fiancata. Stranamore consegnava messaggi di mariti pentiti desiderosi di ricominciare. L’arrivo in piazza era un evento cittadino con un popolo ansioso di scoprire cosa albergasse dietro il portellone. Il mezzo meccanico era il messaggio sentimentale. Negli anni di Non è la Rai, Piero Chiambretti si appostò con un van fuori dagli studi per intercettare le indicazioni che Gianni Boncompagni impartiva in diretta ad Ambra Angiolini. Una postazione d’intelligence mobile per squadernare i segreti dello spettacolo italiano. Prima ancora, la truppa dell’A-Team aveva già assegnato al pulmino un ruolo attivo: ricovero, officina, arma. In quest’ottica, il van dello Strega sublima tutti gli elementi narrativi appena elencati: il tradimento, lo spionaggio, il giustizialismo. È televisione che non sa ancora di esserlo. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati