Il parco nazionale della bassa valle dell’Oder, nel nordest della Germania, 16 agosto 2022. (Patrick Pleul, Picture-Alliance/Dpa/Ap/LaPresse)

Sul New Yorker è uscito un piccolo dizionario del cambiamento climatico scritto da Elizabeth Kolbert. Ecco la voce “Narrazioni”.

“Le narrazioni sono ‘storie’ socialmente costruite che danno un senso agli eventi”, fornendo così “una direzione all’azione umana”, osserva un articolo pubblicato di recente sulla rivista Climatic Change da un gruppo di ricercatori europei.

Le narrazioni sul cambiamento climatico, scrivono i ricercatori, di solito “vedono tutto nero”. Spesso enfatizzano i pericoli. Quando non descrivono gli ultimi disastri (incendi, alluvioni, carestie), ne annunciano di ancora più gravi (incendi più grandi, alluvioni più estese, carestie che minacciano intere regioni). Questo approccio, sostengono i ricercatori, può essere controproducente: “Le narrazioni della paura possono diventare profezie che si autoavverano”.

Se le persone credono che le cose possono solo peggiorare, si sentono sopraffatte. Se si sentono sopraffatte, tendono ad arrendersi, garantendo così che le cose andranno sempre peggio. Una dieta a base di cattive notizie porta alla paralisi, che produce altre cattive notizie. Quello che serve, invece, sono narrazioni che “diano alle persone la possibilità di agire”.

Queste narrazioni dovrebbero proporre una “storia positiva e coinvolgente”, indicare “dove si vuol andare” e descrivere i passi per arrivare a questa destinazione metaforica. Anche le storie positive possono autoavverarsi. Le persone che credono in un futuro migliore sono più propense a impegnarsi per raggiungerlo. Quando si impegnano, fanno scoperte che accelerano il progresso. Lungo il percorso, costruiscono comunità che rendono possibile un cambiamento positivo.

“L’ottimismo è una scelta”, sostiene Christiana Figueres, la diplomatica costaricana che ha guidato gli sforzi per far approvare l’accordo sul clima di Parigi. “Conoscete qualche sfida che l’umanità abbia affrontato con successo e che sia cominciata con pessimismo o disfattismo?”, si è chiesta Figueres in una conferenza di qualche anno fa. “Non ce n’è una”, ha detto, rispondendo alla sua stessa domanda. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati