Secondo alcune stime, dopo la seconda guerra mondiale nacquero in Italia tra i 1.500 e i tremila brown babies, frutto delle unioni tra soldati occupanti (per lo più afroamericani) e donne italiane. Anche se la costituzione repubblicana stabilì presto l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione “di razza”, la loro vita non fu facile: il paese usciva da un regime giuridicamente razzista che aveva fatto del colore della pelle (anzi, della mancanza di colore) dei suoi cittadini un tratto distintivo dell’identità nazionale. Basandosi con precisione su fonti d’archivio e sulla stampa dell’epoca, su film e su testimonianze dirette, questo libro fa capire quanto la storia della generazione di coloro che furono chiamati “mulattini” sia importante per capire e illuminare una serie di temi estremamente attuali: la razializzazione delle persone, cioè il processo di attribuzione di caratteristiche identitarie (nel caso, il fatto di essere “di colore”); i pregiudizi di genere, che connotarono sistematicamente le madri come vittime di violenza o “sventurate”; l’assistenza, spesso gestita dalla chiesa, che per risolvere il “problema meticcio” di questi bambini arrivò a ipotizzare di farli emigrare in Brasile; le teorie scientifiche che continuavano a essere quelle immaginate durante il fascismo. Così, spiega Patriarca, il modo di guardare ai brown babies contribuì a riprodurre e irrigidire i pregiudizi. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1438 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati