Einaudi, 176 pagine, 13 euro Riccardo Staglianò continua la sua inchiesta sull’aumento delle disuguaglianze nella nostra società e dopo aver trattato in libri precedenti del ruolo giocato dalle piattaforme nel bilancio familiare e nel turismo, nonché del generale travaso di valore dal lavoro al capitale, passa dalla protesta alla proposta offrendo argomenti per una tassazione delle grandi fortune. La struttura è limpida: tre capitoli scanditi da casi concreti, cifre, interviste. Nel primo si parla degli effetti dello straordinario ampliarsi della forbice tra super-ricchi e poveri: distruzione dello stato sociale, rischi per la sanità pubblica, affitti rari e cari. Nel secondo si fa la storia della tassazione delle ricchezze dall’antichità a oggi, mostrando come l’idea di un piccolo prelievo sui grandi patrimoni (come quello della “tassa Zucman”) non mandi in rovina nessuno, tantomeno un ceto medio in progressiva erosione. Lo mostrano i paesi in cui questa tassazione esiste – Svizzera, Norvegia e Spagna – che insegnano anche come l’idea di una fuga generalizzata dei ricchi sia in gran parte una bugia interessata. E allora perché non si fa ovunque? Il terzo capitolo spiega che non accade perché una buona parte della sinistra – in Italia e non solo – accetta la narrazione della destra secondo cui un simile provvedimento causerebbe un impoverimento della società. Bisognerebbe industriarsi per crearne una nuova più giusta. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati