In una puntata della serie Mad men, ambientata negli anni sessanta, lo spettatore assiste con raccapriccio a una scena in cui una famiglia al termine di un picnic in un parco sgrulla la tovaglia facendo cadere piatti e bicchieri di plastica e lasciandoli lì. Leggendo questo memoir s’impara che in quell’epoca persino la rivista Life reclamizzava “lo stile di vita usa e getta” in cui i nuovi materiali promettevano di smettere di preoccuparsi di lavare, asciugare, riparare e conservare ciò che si usava quotidianamente. Si scopre anche che, nonostante le apparenze, si continuano a sgrullare le tovaglie senza preoccuparsi, anche quando le si vuota in una pattumiera e anche quando la pattumiera serve alla raccolta differenziata. L’iperconsumo decollato dal secondo dopoguerra ha avuto come conseguenza anche l’invenzione di un ciclo di gestione che più che alla logica del reimpiego risponde a quella dell’allontanamento dalla vista. E il ciclo prevede anche che dalla vista sparisca chi della spazzatura si occupa correndo dietro ai camion compostatori, sollevando enormi pesi, lordandosi d’immondizia con il gelo e la canicola. Di queste cose parla Simon Paré-Poupart, netturbino per scelta, che cita Boltanski e Bour­dieu e che pur potendo fare altri lavori torna sempre alla spazzatura, orgoglioso rappresentante di un mondo sommerso con cui prima o poi occorrerà fare i conti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati