Sarebbe insolito, per una storia che comincia nel modo sbagliato, arrivare a conclusioni giuste. E questo vale anche per la storia di com’è nato il mondo moderno. Le ricostruzioni tradizionali attribuiscono un ruolo di primo piano all’età delle esplorazioni partite dall’Europa nel quattrocento, e ai collegamenti marittimi che crearono tra oriente e occidente. A queste imprese si aggiunse la scoperta epocale, anche se fortuita, di quello che sarebbe stato chiamato il nuovo mondo.

Altre spiegazioni della nascita del mondo moderno si concentrano sull’etica e il carattere associati ai valori giudaico-cristiani o sullo sviluppo e la diffusione del metodo scientifico o, in modo ancora più sciovinistico, sulla convinzione che gli europei fossero dotati di un ingegno e un’inventiva senza pari. Nell’immaginario popolare queste idee sono associate all’etica del lavoro, all’individualismo e allo spirito imprenditoriale che sarebbero scaturiti dalla riforma protestante in paesi come l’Inghilterra e l’Olanda.

GABRIELLA GIANDELLI

Naturalmente non si può negare l’importanza dei viaggi compiuti da marinai come Vasco da Gama, che nel 1498 raggiunse l’India attraversando l’oceano Indiano; Ferdinando Magellano, che arrivò in Asia costeggiando la punta meridionale del Sudamerica; o Cristoforo Colombo. Come scrive nella sua prosa elegante la giornalista Marie Arana, quando Colombo salpò verso l’ovest “era un uomo medievale proveniente da un mondo medievale, circondato da idee medievali di ciclopi, pigmei, amazzoni, nativi dai volti canini, antipodisti che camminavano sulla testa e pensavano con i piedi; di razze dalla pelle scura e le orecchie giganti che abitavano in terre dove crescevano l’oro e le gemme preziose. Quando mise piede sul suolo americano non entrò solo in un nuovo mondo: fece il primo passo in una nuova era”.

Queste imprese e scoperte dominano l’immaginario popolare, ma oscurano le vere origini della storia di come il mondo è diventato connesso in ogni sua parte, cioè è diventato “moderno”. Studiando più attentamente i fatti storici, è evidente che l’Africa ha avuto un ruolo centrale. Sottovalutando il ruolo di questo continente, per generazioni si è insegnata una storia fuorviante sulle origini della modernità.

Il primo impulso che diede il via all’età delle scoperte non fu la ricerca di un collegamento tra l’Europa e l’Asia, come molti hanno imparato a scuola, ma piuttosto il desiderio di stringere rapporti commerciali con le società nere e le loro leggendarie ricchezze nascoste nel cuore “più oscuro” dell’Africa occidentale. I più celebri navigatori della penisola iberica non si fecero le ossa cercando nuove rotte per l’Asia, ma lungo la costa dell’Africa occidentale. È lì che i marinai perfezionarono le tecniche di cartografia e navigazione, che la Spagna e il Portogallo sperimentarono imbarcazioni di nuova progettazione, che Colombo imparò a riconoscere i venti e le correnti dell’oceano Atlantico così bene da spingersi in seguito fino al limite occidentale di quel mare con la sicurezza – che nessun europeo aveva avuto prima di lui – di poter tornare sano e salvo a casa.

Prima di lanciare le sue esplorazioni per conto della Spagna, Colombo, italiano di Genova, aveva navigato fino al primo grande avamposto fortificato europeo, che si trovava ai tropici, a Elmina, nell’odierno Ghana. Verso la metà del quattrocento varie spedizioni europee erano partite per l’Africa occidentale in cerca d’oro. Il commercio di questo metallo prezioso, scoperto nel 1471 dai portoghesi nell’attuale territorio del Ghana, fu consolidato nel 1482 con la costruzione della fortezza di Elmina e servì a finanziare la successiva missione di Vasco da Gama in Asia. Questa consistente disponibilità d’oro permise a Lisbona, fino a quel momento capitale di un piccolo e poco facoltoso regno, di surclassare i suoi vicini, cambiando radicalmente il corso della storia mondiale.

Nel 1488 Bartolomeo Diaz, un altro esploratore portoghese che conosceva bene Elmina, superò il capo di Buona speranza, in Africa, dimostrando l’esistenza di una rotta marittima verso quello che sarebbe poi stato chiamato oceano Indiano. Per quasi dieci anni dopo la sua scoperta, però, nessuno cercò di raggiungere l’Asia per quella rotta, fino a quando Vasco da Gama non arrivò a Calicut (oggi Kozhikode), in India, nel 1498. Nell’insegnamento della storia di quest’epoca di mitiche scoperte stranamente non si dice nulla né su questi dieci anni né sui quasi trent’anni trascorsi fra l’arrivo dei portoghesi a Elmina e il loro sbarco in India.

Proprio in quegli anni l’Europa e quella che oggi è identificata come Africa subsahariana entrarono stabilmente in contatto e furono gettate le basi dell’era moderna.

La rimozione di questi trent’anni decisivi è solo un esempio di come da secoli si cerca di ridimensionare, banalizzare e cancellare gli africani e le persone d’origine africana dalla storia del mondo moderno. I fatti sono noti, ma sono semplicemente ignorati, trascurati o nascosti. È di fondamentale importanza restituire a questi cruciali capitoli storici la dovuta importanza nella narrazione comune della modernità.

A partire dal quattrocento, i contatti con l’Africa permisero ai regni europei affacciati sull’Atlantico d’imboccare la strada che avrebbe portato il vecchio continente a superare in ricchezza e potenza i grandi centri di civilizzazione dell’Asia e del mondo islamico. L’ascesa dell’Europa non si fondò su caratteristiche innate o permanenti che ne determinavano la superiorità. In misura tuttora non riconosciuta, fu costruita sulle relazioni economiche e politiche con l’Africa. Al centro, ovviamente, ci fu il colossale, plurisecolare commercio transatlantico di persone ridotte in schiavitù e impiegate nei campi di tabacco, cotone, canna da zucchero e altre colture commerciali nel nuovo mondo.

GABRIELLA GIANDELLI

Il lungo filo che ci porta fino al presente parte da quei trent’anni alla fine del quattrocento, quando i fiorenti commerci tra il Portogallo e l’Africa resero incredibilmente ricco quello che fino ad allora era stato un paese europeo marginale. Le città in Portogallo crebbero a livelli senza precedenti, creando nuove identità che a poco a poco liberarono molte persone dai legami feudali con la terra. Una di queste nuove identità fu quella nazionale, le cui origini vanno ricondotte alla ricerca di ricchezze in terre lontane e poi all’emigrazione e alla colonizzazione nei tropici.

Quando i portoghesi cominciarono ad avventurarsi nel mondo (e per mezzo secolo lo fecero quasi esclusivamente in Africa) furono tra i primi popoli a compiere un salto concettuale. Cominciarono a pensare alla scoperta non come al semplice fatto d’imbattersi in una serie di curiosità assortite o di sbarcare, pieni di meraviglia, in luoghi sconosciuti, ma come a qualcosa di nuovo e più astratto. La scoperta divenne uno stato mentale, e questa fu un’altra chiave di volta della modernità: significava capire che il mondo era infinito nella sua complessità sociale, il che a sua volta richiedeva una mente più aperta (malgrado le colossali violenze e gli orrori che accompagnarono questo processo) e un allontanamento sistematico dal provincialismo.

Questo incrocio fatidico tra l’Europa e l’Africa subsahariana provocò una serie di trasformazioni nelle civiltà di entrambe le regioni e di tutto il mondo, trasformazioni che, in prospettiva, hanno prodotto una cesura straordinariamente netta tra il “prima” e il “dopo”.

Gli europei dell’epoca ne erano ben consapevoli. Fino agli anni trenta del cinquecento, anche dopo l’inizio dei noti commerci delle spezie con l’Asia, Lisbona vedeva nell’Africa la fonte principale di tutto ciò che era nuovo. João de Barros, consigliere della corona, scriveva del Portogallo: “Non conosco in questo regno un pezzo di terra, pedaggio, decima, accisa o qualunque altra tassa reale più affidabile dei profitti del commercio in Guinea”.

Ma per quanto il riconoscimento di Barros della vitalità africana fosse importante, altrettanto degna di nota era l’omissione del fatto che lo schiavismo fosse il pilastro della relazione. Era la prima volta che un resoconto ben informato della modernità in occidente sorvolava sulla centralità della schiavitù nera. Non sarebbe stata l’ultima. Al tempo in cui Barros scriveva, il Portogallo era il dominatore incontrastato del commercio di schiavi africani in Europa, e la schiavitù stava diventando la prima fonte di arricchimento dall’Africa, superando perfino l’oro e gettando le basi di un nuovo sistema economico incentrato sull’agricoltura di piantagione. Con il passare del tempo, questo sistema avrebbe prodotto molta più ricchezza dell’oro africano e delle sete e delle spezie asiatiche.

Sulla falsariga di Barros, nel settecento il britannico Malachy Postlethwayt, esperto di commercio, descrisse le rendite e i ricavi del lavoro degli schiavi nelle piantagioni come “il puntello e il sostegno fondamentale” della prosperità del suo paese. L’impero britannico, scriveva Postlethwayt, era “una magnifica sovrastruttura di commercio americano e potenza navale [costruita] su fondamenta africane”. Negli stessi anni un pensatore francese altrettanto illustre, Guillaume-Thomas-François Raynal, definì le piantagioni europee coltivate dagli schiavi africani “la causa principale del rapido moto che oggi agita l’universo”. L’inglese Daniel Defoe, autore di _Robinson Crusoe _ma anche commerciante, autore satirico e spia, superò entrambi: “Niente commercio africano, niente negri; niente negri, niente zucchero, zenzero, indaco eccetera; niente zucchero eccetera, niente isole, niente continente; niente continente, niente commercio”.

Postlethwayt, Raynal e Defoe avevano sicuramente ragione, anche se non comprendevano a fondo i motivi di quelle dinamiche. Più di qualsiasi altra parte del mondo, l’Africa fu il cardine della macchina della modernità. Senza il traffico dei popoli dalle sponde africane, le Americhe avrebbero contato assai poco nell’ascesa dell’occidente. La manodopera africana, nella forma della schiavitù, rese possibile lo sviluppo del continente americano. Senza le loro braccia, i progetti coloniali dell’Europa nel Nuovo mondo sarebbero stati impensabili.

Grazie allo sviluppo dell’agricoltura di piantagione e a una serie di colture commerciali che avrebbero cambiato il corso della storia (tabacco, caffè, cacao, indaco, riso e soprattutto zucchero), i legami profondi e spesso brutali dell’Europa con l’Africa favorirono la nascita di un’economia capitalista davvero globale. Lo zucchero prodotto dagli schiavi accelerò la convergenza dei processi di industrializzazione. Lo zucchero trasformò radicalmente le diete, permettendo una produttività del lavoro molto più alta e rivoluzionando la società europea.

Prima di condurre le sue esplorazioni per conto della Spagna, Colombo aveva navigato fino al primo grande avamposto europeo, che si trovava a Elmina, nell’odierno Ghana

Sulla scia dello zucchero, il cotone coltivato dagli uomini e dalle donne portati come schiavi in Sudamerica contribuì ad avviare formalmente l’industrializzazione, che fu accompagnata da una seconda ondata di consumismo. Per la prima volta nella storia umana ci fu abbondanza e varietà di capi di vestiario. Il boom dell’economia del cotone negli Stati Uniti, che precedette la guerra civile scoppiata nel 1861, fu di proporzioni sbalorditive. Il valore creato dal commercio e dalla proprietà di schiavi negli Stati Uniti – distinto da quello del cotone e di altri prodotti coltivati dagli schiavi – era superiore a quello di tutte le fabbriche, le ferrovie e i canali del paese messi insieme.

Una serie di scontri ormai dimenticati tra potenze europee per il controllo delle ricchezze dell’Africa contribuì a costruire il mondo moderno rafforzando il sistema di alleanze nazionali. Spagna e Portogallo si affrontarono in violente battaglie navali in Africa occidentale per avere accesso all’oro. Nel seicento Olanda e Portogallo (allora unito alla Spagna) combatterono l’equivalente di una guerra mondiale negli attuali Congo e Angola per il controllo del commercio di esseri umani nei territori più ricchi di schiavi dell’Africa. Dall’altra parte dell’Atlantico il Brasile – che all’inizio del seicento era il più grande produttore di zucchero coltivato da schiavi – si ritrovò coinvolto in questo conflitto e cambiò ripetutamente fronte. Qualche decennio più tardi l’Inghilterra fece guerra alla Spagna per il controllo dei Caraibi.

Perché delle potenze lontane si contendevano così ferocemente questi territori? La risposta arriva dalla minuscola Barbados. Intorno al 1660, appena trent’anni dopo che l’Inghilterra aveva introdotto un modello imperniato sul lavoro degli schiavi nelle sue piantagioni sull’isola (modello che era stato messo a punto nella colonia portoghese di São Tomé poco più di un secolo prima), lo zucchero di Barbados valeva più delle esportazioni di metallo di tutta l’America spagnola.

In questa storia di lotte militari per il controllo della terra e degli schiavi (e dei miracoli economici che ne scaturivano) emerge un altro conflitto: la guerra contro i neri. Questa guerra prevedeva la ricerca sistematica di nuove strategie per sottomettere gli africani, per fare in modo che si schiavizzassero a vicenda, o il loro reclutamento come delegati e combattenti, sia nella corsa ad accaparrarsi i territori delle popolazioni native americane sia negli scontri contro i rivali europei nel nuovo mondo.

Con questo non si vuole negare la capacità di agire degli africani. Ma le conseguenze di questa guerra sullo sviluppo dell’Africa sono state incalcolabili. Secondo la maggior parte degli storici, gli africani deportati nelle Americhe furono circa dodici milioni. Questa stima atroce non comprende altri sei milioni di africani che con ogni probabilità furono uccisi nelle terre di origine o in quelle vicine durante la caccia agli schiavi. Le stime variano, ma una percentuale compresa tra il 5 e il 40 per cento degli schiavi morì durante le brutali traversate via terra per raggiungere la costa o nei barracoon, i recinti dove i neri fatti prigionieri restavano rinchiusi, a volte per mesi, in attesa di essere imbarcati sulle navi negriere. Un altro 10 per cento morì in mare in condizioni fisiche e psicologiche estreme durante la traversata atlantica. Se consideriamo che verso la metà dell’ottocento la popolazione totale dell’Africa era di circa cento milioni, possiamo farci un’idea dell’enorme aggressione demografica che fu la tratta degli schiavi.

La guerra contro i neri fu ugualmente feroce sulla sponda occidentale dell’Atlantico, e altrettanto determinata fu la resistenza degli schiavi. Un po’ dappertutto, dal Brasile alla Giamaica alla Florida, si formarono società di fuggitivi in cerca della libertà. Si è spesso sottolineato che gli africani furono coinvolti nella vendita di schiavi agli europei. Meno noto è che in molte parti dell’Africa, per esempio nei regni del Kongo e del Benin, gli africani lottarono per mettere fine alla tratta di esseri umani, dopo aver visto le conseguenze che aveva avuto sulle loro società. Gli schiavi resistettero alla tratta facendo scoppiare rivolte a bordo delle navi o semplicemente gettandosi in mare per non finire in catene.

In molte piantagioni americane, l’aspettativa di vita dei neri nel momento in cui erano venduti come schiavi era stimata in un massimo di sette anni. Nel 1751 un coltivatore inglese ad Antigua riassunse con queste parole l’atteggiamento prevalente dei proprietari verso gli schiavi: “È più conveniente far lavorare gli schiavi fino allo stremo, consumarli prima che diventino inutili e incapaci di prestare servizio; e poi comprarne di nuovi per rimpiazzarli”.

Ho avuto la fortuna di conoscere l’Africa quando studiavo all’università, prima come visitatore affascinato durante le vacanze scolastiche e poi vivendoci per sei anni dopo la laurea. Ho fatto la gavetta come giornalista scrivendo di Africa e viaggiando, e ho sposato una donna cresciuta in Costa d’Avorio ma la cui famiglia veniva da una zona vicina del Ghana. All’epoca non lo sapevo, ma nel quattrocento a pochi chilometri dal suo villaggio d’origine furono scoperti i primi giacimenti d’oro dell’Africa occidentale, che gli europei avevano cercato per anni. Fu una scoperta che cambiò il mondo.

Nel 1986 ho lasciato l’Africa per andare a lavorare al New York Times. Tre anni dopo, il mio primo incarico come corrispondente estero è stato nei Caraibi. Quella regione fu il crocevia delle rotte che determinarono le trasformazioni globali del mondo moderno. A parte gli specialisti, pochi immaginano che a quell’epoca isole come Barbados e la Giamaica erano più importanti delle colonie inglesi che in seguito sarebbero diventate gli Stati Uniti. Tra tutte spiccava Haiti, che nel settecento diventò la colonia più ricca della storia. Nell’ottocento, dopo la rivoluzione degli schiavi, Haiti ebbe un’influenza nel mondo pari a quella statunitense, soprattutto contribuendo all’affermazione di un valore fondamentale dell’illuminismo: la lotta alla schiavitù.

Quando vivevo ai Caraibi, ho avuto occasione di vedere qualche scampolo del ruolo straordinario svolto da questa regione nella nostra narrazione globale. Nella Repubblica Dominicana sono entrato in mare fino alle ginocchia per assistere a uno scavo archeologico che cercava di identificare un relitto della prima spedizione di Colombo. Un’altra volta ho scalato una cima immersa nel verde nel nord di Haiti dove Henri Christophe, uno dei primi leader neri del paese, costruì una fortezza, la Citadelle Laferrière, armandola di 365 cannoni per difendere l’indipendenza della nazione dalla Francia. Altri indizi sono spuntati quando ho esplorato le montagne e le foreste pluviali della Giamaica e del Suriname, e con mia grande emozione sono riuscito a farmi capire parlando twi (la lingua franca del Ghana, che avevo imparato per corteggiare mia moglie) con i discendenti delle comunità di fuggiaschi, i maroon. A quei tempi, però, non avevo ancora idea del quadro generale: come molti corrispondenti, ero troppo occupato a stare dietro all’attualità per approfondire i collegamenti storici.

Pur consapevole del silenzio e dell’ignoranza forzata che circondano il contributo fondamentale dell’Africa e degli africani allo sviluppo del mondo moderno, spesso sono rimasto sorpreso da quanto è difficile accedere alle tracce materiali di questa storia, o trovare forme di memoria locale che rendano giustizia al ruolo svolto dall’Africa. Ho riscontrato queste difficoltà in molti posti che hanno plasmato la nostra storia comune, come la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo, dove i siti ufficiali dedicati alla memoria della tratta atlantica sono pochissimi. Ho faticato a trovarne anche a São Tomé, l’isola dove per la prima volta fu adottato il modello della piantagione schiavista. A ricordarlo non c’è neanche una targa commemorativa.

Ma la più grande sorpresa l’ho avuta a Barbados, il cui zucchero prodotto dagli schiavi contribuì, nel seicento, a sancire l’ascesa dell’Inghilterra. Non molto tempo fa ho visitato l’isola, determinato a trovare più tracce possibili di questo passato, e ho scoperto che sono state meticolosamente nascoste o cancellate. Volevo assolutamente visitare uno dei più grandi cimiteri di schiavi, dove sono stati portati alla luce i resti di quasi seicento persone. Ho fatto fatica anche solo a trovare il cimitero, che non è segnalato su nessuna strada. Pochi abitanti del luogo sembravano al corrente della sua importanza storica o perfino della sua esistenza.

L’unica cosa che sono riuscito a trovare, guidando su una strada sterrata e piena di buche fino a quando l’istinto non mi ha detto di scendere e proseguire a piedi, è stata una radura lungo una piantagione ancora attiva, con canne da zucchero alte un metro e ottanta. Su un cartello sbiadito attaccato a un palo di ferro arrugginito c’era scritto che il sito faceva parte di una fantomatica slave route, via degli schiavi. Ma non c’erano altre informazioni. Mentre il sole scendeva rapidamente a ovest mi sono guardato intorno, ho scattato un po’ di foto e poi ho fatto mente locale mentre il vento fischiava tra le canne, provando disperatamente a rievocare gli orrori commessi in questi luoghi e la ricchezza e il piacere che il sudore dei morti aveva procurato ad altri.

La forma più eclatante di cancellazione della storia, però, non riguarda le piccole comunità sparse lungo la costa atlantica di reduci della tratta degli schiavi o di discendenti dei lavoratori delle piantagioni. La rimozione di gran lunga più importante ha avuto luogo nelle menti delle persone del mondo sviluppato. In alcune città del nordatlantico, da Richmond in Virginia a Bristol nel Regno Unito, abbiamo assistito a straordinari momenti di iconoclastia. Abbiamo visto abbattere statue di persone che per secoli erano state considerate eroi del sistema imperiale ed economico fondato sullo sfruttamento violento di persone strappate all’Africa.

Affinché questi gesti abbiano un significato duraturo ci aspetta un compito più grande e difficile. Dobbiamo cambiare il nostro modo di guardare alla storia degli ultimi sei secoli, soprattutto rispetto all’Africa e al ruolo fondamentale che ha svolto nella conquista di tutto ciò che oggi ci è familiare. Tutto questo comporterà una riscrittura dell’insegnamento della storia nelle scuole e uno stravolgimento dei programmi universitari. Costringerà noi giornalisti a ripensare al modo in cui descriviamo e spieghiamo il mondo. Ci obbligherà a mettere in discussione quello che sappiamo, o che pensiamo di sapere, su com’è stato costruito il mondo di oggi, e a incorporare questa nuova visione nelle nostre discussioni quotidiane.

In questo compito non possiamo più nasconderci dietro l’ignoranza. Quasi un secolo fa W.E.B. Du Bois aveva già detto tutto quello che c’era da sapere su questo tema: “È stato il lavoro dei neri a creare il commercio del mondo moderno, che è cominciato come commercio dei corpi degli schiavi stessi”. È arrivato il momento di riconoscerlo. ◆ fas

Howard W. French

è un giornalista statunitense. Insegna alla Columbia university graduate school of journalism, a New York. Questo articolo è un adattamento dal suo ultimo libro, Born in blackness: Africa, africans, and the making of the modern world, 1471 to the second world war. È uscito sul Guardian con il titolo Built on the bodies of slaves.
©2021 Howard French. Published by arrangement with Liveright P.C. a division of W.W.Norton & Co. and ALS Agenzia Santachiara.

Questo articolo è uscito sul numero 1436 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati