Le pile di scartoffie, le paure, i viaggi, le domande di chi ti sta accanto ma non capisce fino in fondo quello che provi, e poi improvvisamente il figlio tanto atteso. Antonio Paciletti racconta con uno stile fresco e lineare cos’ha significato per lui intraprendere un percorso di adozione insieme alla moglie Bea. Lo fa in modo magistrale descrivendo ogni fase con grande sincerità. Non nasconde i patimenti, il timore di non essere all’altezza, la diffidenza di chi vede dietro l’angolo solo problemi. E poi si parte per un paese di cui in Italia si parla troppo poco, il Burundi. Il racconto mostra attraverso dei flashback come un’adozione non riguarda solo chi adotta, ma intere comunità. In fondo Paciletti ci dice che Enock, figlio suo e di sua moglie Bea, è figlio di una moltitudine che brilla attraverso la sua pupilla bambina. Una scrittura intima ci porta nel labirinto di un incontro in cui l’adulto insegna e impara. E il libro diventa come lo spazio della casa, multilingue, plurale, incommensurabile. Una lunga salita quella descritta da Paciletti, fatta di momenti di grazia e stop improvvisi. Un libro sulla grande esperienza non solo di essere genitori adottivi, ma di essere genitori. Con la voglia di stupirsi ogni giorno.
Igiaba Scego

Questo articolo è uscito sul numero 1457 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati