L’epidemia del nuovo coronavirus ha raggiunto Hong Kong in un momento in cui la regione è ancora scossa da mesi di agitazione politica. Le proteste – esplose dopo il tentativo della governatrice Carrie Lam d’introdurre una legge sull’estradizione verso la Cina continentale considerata uno strumento nelle mani di Pechino per arrestare i dissidenti – si sono trasformate nel corso del 2019 in una battaglia quotidiana tra la polizia e i manifestanti, arrestati a migliaia. Con l’inizio del nuovo anno sono arrivati i primi casi di covid-19, che hanno portato nuove preoccupazioni. L’epidemia, che al momento ha contagiato più di 75mila persone uccidendone più di duemila in Cina, ha riportato alla luce vecchie paure. Ancora una volta i cittadini di Hong Kong sentono di non poter contare sul governo in un momento di crisi. I leader locali all’inizio hanno chiuso il confine solo per metà, poi un po’ di più, ma mai completamente. Nel frattempo il governo, in attesa di istruzioni da Pechino, non ha saputo nemmeno garantire la fornitura di mascherine e carta igienica.
L’ansia per la diffusione del virus ha spinto molte persone a chiudersi in casa, ma le proteste non sono finite, anche se la partecipazione si è ridotta. L’8 febbraio centinaia di persone si sono riunite per ricordare la scomparsa di uno studente universitario che a ottobre era morto mentre cercava di sfuggire ai gas lacrimogeni. La polizia ha disperso i manifestanti e ha arrestato 119 persone. Anche le proteste più contenute si concludono con gli arresti e l’uso di gas lacrimogeni e spray urticante.
I cittadini sentono di non poter contare sul governo in un momento di crisi. In attesa di ordini da Pechino, i leader locali non hanno saputo garantire neanche la fornitura di mascherine
Nel frattempo, sulla scia della mobilitazione dell’anno scorso, emergono nuove forme di dissenso. Di recente il personale ospedaliero ha deciso di scioperare per chiedere la chiusura del confine con la Cina continentale, in modo da evitare un’epidemia di covid-19 a Hong Kong. La protesta è stata organizzata dalla Hospital authority employees alliance, un sindacato che a dicembre contava appena trecento iscritti. Sulla spinta degli scioperi proclamati durante le proteste del 2019, oggi il sindacato ospedaliero conta circa 18mila iscritti. L’ultima mobilitazione non ha avuto successo, ma ha dimostrato che il movimento di protesta di Hong Kong è cambiato.
L’idea che i dipendenti ospedalieri possano scioperare durante un’emergenza sanitaria può sembrare assurda, ma è la dimostrazione di quanta poca fiducia abbia la popolazione di Hong Kong nei confronti delle autorità. Non bisogna dimenticare che Hong Kong è stata una delle principali vittime dell’epidemia di Sars, esplosa nella provincia del Guangdong nel novembre del 2002 ma tenuta segreta dal governo cinese fino a febbraio del 2003. I tentativi d’insabbiamento della Cina proseguirono fino ad aprile. Nel frattempo a Hong Kong erano morte 299 persone per il virus.
Fino a pochi mesi fa gli organi della propaganda cinese accusavano i manifestanti di Hong Kong di essere “traditori della patria” spalleggiati dall’estero. L’animosità tra i due fronti era cresciuta al punto tale che i cinesi continentali chiamavano “scarafaggi” i manifestanti, che a loro volta rispondevano chiamandoli “cani”. Il nuovo coronavirus non ha cancellato questo antagonismo.
Oggi in alcuni negozi di Hong Kong ci sono cartelli con la scritta “non serviamo clienti che parlano mandarino” o chiunque venga dalla Cina continentale. Sui social network e sui muri della città il sentimento anticinese è rimasto inalterato. A Hong Kong si vocifera che i cinesi continentali stiano facendo incetta di maschere protettive e disinfettanti, anche se in realtà le code davanti ai negozi sono composte quasi esclusivamente da residenti. Inoltre i cinesi continentali sono accusati di privare Hong Kong delle sue risorse, dai letti in ospedale al latte in polvere. Ma basta fare un giro in città per accorgersi che non è così.
Davanti alla nuova epidemia il governo cinese ha agito più tempestivamente rispetto al 2003, ma non ha saputo resistere alla tentazione di nascondere le notizie e rafforzare la propaganda. La governatrice di Hong Kong, dal canto suo, ha gestito male la risposta al virus, tanto che una delle città più ricche dell’Asia si ritrova senza carta igienica. Nonostante tutto, le autorità cercano ancora d’impedire ai manifestanti d’indossare le maschere protettive durante le proteste. E quando i dipendenti dell’ospedale hanno deciso di scioperare, Lam si è rifiutata d’incontrarli.
Oggi quasi tutti i punti d’accesso via terra sono chiusi, ma gli aeroporti restano aperti. Le voci si diffondono incontrollate, mentre i cittadini ammassano scorte in preda al panico: riso, carta igienica, mascherine. Nessuno dubita che una volta superata la crisi ricominceranno le proteste contro un governo locale imposto dall’alto e contro la temuta assimilazione alla Cina continentale. Il virus ha aumentato l’ostilità nei confronti di entrambe le cose. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati




