Per la prima volta nella sua storia Hong Kong ha un piano quinquennale come il resto della Cina, per “allineare le priorità della città” a quelle della nazione, come sostengono le autorità. I piani quinquennali sono una delle certezze dei paesi comunisti, con i loro obiettivi dichiarati in modo preciso e per tappe. Sono una tabella di marcia per i funzionari governativi e spesso anche uno dei motivi per cui gli stessi funzionari governativi, se non riescono a raggiungere in tempo gli obiettivi prefissati, scelgono di abbellire un po’ le statistiche.
In Cina i piani quinquennali esistono dal 1953, cioè da quando il Partito comunista decise che la fase di ricostruzione dopo la guerra era finita. Per Hong Kong, tornata sotto la sovranità cinese nel 1997 dopo un secolo e mezzo di regime coloniale britannico, non erano previsti dei piani quinquennali, almeno fino al 2047, anno in cui la città avrebbe dovuto completare la sua transizione al controllo cinese secondo la logica “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping. In teoria, la transizione da un regime all’altro avrebbe dovuto seguire anche un altro slogan: “nessun cambiamento per cinquant’anni”. I tempi, però, si sono accelerati.
Anche se molti stanno andando via, la popolazione di Hong Kong non sta diminuendo perché per ogni persona che lascia la città ne arriva un’altra dalla Cina continentale
Può una città che vuole ancora presentarsi al mondo come capitale asiatica della finanza e snodo dell’imprenditoria internazionale essere gestita con un piano quinquennale? O le due cose sono troppo in contraddizione? Vedremo.
Intanto il 16 settembre John Lee, capo dell’esecutivo di Hong Kong, ha reso pubblico il primo piano quinquennale della sua amministrazione. E se l’esistenza del piano in sé è a suo modo rivoluzionaria, il contenuto è piuttosto conservatore. Prima di tutto viene sancita la necessità di procedere con la costruzione, al confine con Shenzhen, dell’area di Northern Metropolis, a cui Hong Kong sta già lavorando. La nuova città, che dovrebbe accogliere fino a due milioni e mezzo di persone e che costerà 26 miliardi di euro circa, si propone come polo “logistico e tecnologico”. Ospiterà nuovi campus universitari dove almeno centomila studenti dovranno essere “non di Hong Kong”. Presumibilmente, dunque, verranno dalla Cina continentale.
La Northern Metropolis, al tempo in cui era ancora possibile protestare, era stata il bersaglio di numerose manifestazioni a Hong Kong a causa dell’impatto ambientale dei cantieri e della demolizione di villaggi abitati da migliaia di contadini, destinata a ridurre ulteriormente la terra coltivabile dell’ex colonia. Ma per John Lee è urgente, e da oggi al 2030 almeno 900 ettari (sui 300mila totali previsti) devono essere pronti per cominciare la costruzione: disboscati, diserbati, disabitati e bonificati. L’ha detto anche Xia Baolong, il principale rappresentante del Partito comunista di Pechino a Hong Kong, che ha sollecitato i gruppi immobiliari a impegnarsi nel progetto.
La Northern Metropolis è parte integrante della Greater Bay area, pensata per integrare in modo più stretto Hong Kong e la Cina, collegando le città del Guandong a Hong Kong e all’ex colonia portoghese di Macao (tornata sotto sovranità cinese nel 1999).
Del resto l’integrazione è già in atto: anche se molti se ne stanno andando, la popolazione di Hong Kong non sta diminuendo perché per ogni persona che lascia la città ne arriva un’altra dalla Cina continentale. Cambia l’atmosfera e la lingua che si sente parlare per le strade, ma non il numero di abitanti. Chi parte, poi, si sposta meno verso i luoghi della diaspora formata da chi non voleva vivere sotto la nuova legge sulla sicurezza nazionale (imposta da Pechino dopo le proteste del 2019). Oggi è più facile che scelga Shenzhen, diventata ormai molto più di una città-fabbrica. Come a dire che, se si deve accettare la mancanza di libertà, tanto vale andare dove la vita costa di meno, considerando che per una casa, i generi alimentari, i divertimenti e i trasporti oltre frontiera di solito si paga dal 48 al 50 per cento in meno.
Restando in tema, la parte più conservatrice del piano in realtà riguarda la natalità: per contrastare il calo delle nascite, registrato sia a Hong Kong sia in Cina, sono stati annunciati vari incentivi economici per invogliare le donne a diventare mamme: circa 3.000 euro a chi ha un secondo figlio, oltre a sgravi fiscali e diminuzione delle prime rate del mutuo per le coppie con più di due figli che decidono di comprare una casa.
Visto che a Hong Kong non c’è più un’opposizione – dopo che i partiti favorevoli alla democrazia sono stati banditi, e chi non sostiene il governo viene considerato inadatto a partecipare alla vita pubblica – il primo piano quinquennale è stato accolto con un consenso diffuso. Le voci contrarie, nella Greater Bay area integrata, ormai sono praticamente scomparse. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati





