Proprio quando sto per partire per la prima camminata della settimana mi accorgo di aver dimenticato i bastoni da trekking. Vado di corsa fino alla macchina, ma la mia guida, Claudio Evora, urla: “Prendi l’altro sentiero! Non devi mai rifare la stessa strada. Le streghe potrebbero essere lì ad aspettarti per mangiarti. È la prima regola di queste montagne”.

Mi volto per sorridere a Claudio, ma è già sparito tra le nuvole intorno alla vetta del vulcano Cova de Paul. Se esistono delle streghe, le paludi, le montagne e le foreste di Santo Antão sono il rifugio ideale.

Santo Antão, ottocento chilometri al largo delle coste del Senegal, è l’avamposto più occidentale dell’Africa e resta la meno visitata delle nove isole abitate di Capo Verde. Non ha un aeroporto e ha solo due strade: quella nuova, che costeggia il mare da Porto Novo a Ribeira Grande, e la strada vecchia, di ciottoli, che unisce gli stessi punti ma avvolgendosi tra le montagne. Molti villaggi sono raggiungibili solo da sentieri più adatti alle capre che agli esseri umani.

La gente del posto parla con la stessa naturalezza di magia e della siccità che dal 2016 colpisce l’isola, costringendo molti abitanti a emigrare. Il più delle volte chi è rimasto vive coltivando yam, un tubero simile alle patate dolci, producendo artigianalmente un potente distillato fatto con la canna da zucchero, chiamato grogue, e allevando capre, spesso in grotte lungo ripide scogliere vulcaniche. Qui la terra pianeggiante è un lusso.

Questo paesaggio è una benedizione per gli amanti del trekking e dei viaggi nella natura. Nell’isola sta prendendo piede un turismo ecosostenibile, una nuova ed essenziale fonte di reddito. Dalla vetta del vulcano, un sentiero polveroso si dipana tra terrazzamenti di fagioli congo fino alla Paul valley. Mentre scendiamo con cautela, divisi tra il desiderio di ammirare il panorama e quello di proteggere le nostre gambe affaticate, le persone del posto ci passano agilmente accanto, trasportando sacchi di riso e mastodontiche cataste di canna da zucchero come se fossero piume.

Canna da zucchero

Più in basso due contadini, Adrienne e Antonzinho, c’invitano a prendere un caffè all’ombra del loro cottage color lime. Ogni tanto spariscono nella vegetazione bassa e tornano con della frutta fresca da offrirci.

Dormo all’Aldeia Manga, il primo ecolodge di Santo Antão: alcuni bungalow in mattoni d’argilla e tetto di paglia sparsi in un giardino ricco di vegetazione, tra le montagne, vicino al villaggio di Paul. Ammaliato dalla luce calda del pomeriggio, galleggio nel piccolo lago, mentre un falco pescatore scruta la scogliera. “Quando sono arrivato per la prima volta a Santo Antão, nel 2002, c’erano circa tre turisti a settimana”, racconta il proprietario del lodge, Daniel Reyes Breitenströter. “L’industria turistica ha preso il via solo quando nel 2007 la compagnia aerea Tui ha cominciato a volare a Capo Verde. La maggior parte dei turisti si ferma nelle isole di Sal o Boa Vista ma Santo Antão attira chi ama la natura e non riesce a immaginare nulla di peggio di un resort tutto incluso”.

In poche ore l’oscurità inghiotte la valle. Sdraiato su un’amaca ascolto l’orchestra della notte. La mattina dopo visito una distilleria poco distante dove un enorme fuoco emette un fumo dal vago odore caramellato mentre riscalda il liquido che diventerà grogue. Dopo avermi spiegato il processo, il proprietario mi suggerisce di andare a nord. Percorro il sentiero del Selado do Mocho con lo zaino pieno di pezzetti di canna da zucchero da masticare.

La parte finale del percorso costeggia la Ribeira Chã da Igreja, una spaccatura nel terreno striata di vari minerali. Piccoli mucchi di pietre indicano uno dei modi che la gente del posto ha escogitato per cavarsela in epoca di siccità – raccogliere pietre dal letto del fiume da rivendere ai costruttori. Spaccandosi la schiena, si guadagnano circa 7.750 escudos (70 euro) al mese. Nelle isole di Capo Verde, gli abitanti di Santo Antão sono noti per la loro inflessibile etica del lavoro.

Dopo aver attraversato un territorio così impervio, mi sorprende il Mamiwata, il più ambizioso progetto di ecoturismo di Santo Antão. Inaugurato ad aprile di quest’anno, ha un orto giardino e una vigna biodinamica e usa corrente elettrica generata da pannelli fotovoltaici. Venti stanze minimaliste dalle linee squadrate si sporgono sul mare dalla roccia, nella costa settentrionale. Nonostante siano alloggi di lusso, il prezzo è di cento euro a notte.

Kai Pardon, uno dei proprietari dell’albergo e il fondatore dell’agenzia turistica a emissioni zero Vista Verde Tours, spiega: “A causa della mancanza di opportunità, sono più i capoverdiani che vivono fuori di quelli che rimangono qui. La maggior parte della popolazione di Santo Antão va a lavorare nei resort delle isole di Sal e Boa Vista, in genere guadagnando appena 16.600 escudos (150 euro) al mese, che vanno via per pagare l’affitto. Durante la pandemia molti sono tornati a casa e ora possiamo offrirgli dei posti di lavoro che gli consentano di rimanere”. L’albergo dà lavoro trenta persone, tutte locali.

Nel resto della settimana facciamo molte altre escursioni, tutte straordinarie. Il sentiero da Cruzinha a Ponta do Sol zigzaga per piramidi di roccia fino a spiagge nere e lucenti, dove rare tartarughe marine depongono le uova. Nell’arido nordovest, il sentiero per Cha da Morte ci conduce tra colate laviche fino a Babilónia Lajedos, una fattoria e ristorante a conduzione comunitaria che rappresenta una vitale fonte di reddito per uno dei distretti più poveri dell’isola.

Ma nonostante la varietà e la bellezza dei paesaggi di Santo Antão, sono le persone a essermi rimaste più impresse. Quando ho detto ad alcuni amici capoverdiani che stavo andando a Santo Antão, tutti hanno descritto i suoi villaggi montani come le ultime roccaforti della morabeza (la condivisione disinteressata di qualsiasi cosa si abbia). È una caratteristica diffusa nei rapporti personali, come è diffuso l’odore di barbecue nei villaggi il fine settimana. Ho conosciuto la morabeza nel ristorante Da Joanna a Selada do Mocho, un paese di montagna senza strade, dove la proprietaria ci ha servito un pasto generoso, esortandoci a riempire più e più volte i piatti con yam, maiale, patate dolci e riso. E poi ancora a Tarrafal, sulla costa occidentale sferzata dalle onde, la mia ultima tappa, dove alcuni pescatori hanno sgozzato una capra in strada e mi hanno invitato a unirmi all’intera comunità per il banchetto.

Più sorprendentemente l’ho vista nell’uomo che mi è corso dietro al porto, giusto un istante prima che salissi sul traghetto per andarmene. Senza dire una parola mi ha consegnato la ciabatta che avevo dimenticato sotto il letto della mia stanza a Ponta do Sol, dall’altra parte dell’isola. È sparito tra la folla di venditori di formaggio di capra e guava prima che potessi ringraziarlo. Sbalordito, mi giro verso la guida. “Tranquillo, succede sempre”, sorride. “Portafogli, telefoni, passaporti: se uno li perde, li ritrova sempre. Qui ci si prende cura gli uni degli altri”.

Frutta e caffè

Quando in Europa hanno soffiato i primi venti di guerra, i prezzi del gas sono aumentati del 30 per cento e procurarselo è diventato sempre più difficile. Un serio problema dato che serve per desalinizzare l’acqua marina da usare nell’agricoltura e in cucina. Le persone si svegliano alle quattro del mattino per mettersi in fila con le loro bombole, ma sono spesso obbligate ad andare alla ricerca di legna da ardere, che però ormai scarseggia.

Quando la nave parte e osservo l’isola allontanarsi, mi riecheggia in testa una frase pronunciata da Antonzinho mentre mi offriva frutta e caffè. Ha pochi soldi, ha spiegato, ma “resto qui perché amo questo luogo. Sono un uomo semplice che vuole condividere con gli altri la felicità che prova”.

Di certo l’isola è ricca di montagne e di sentimenti, ma non posso fare a meno di pensare che un po’ di soldi non guasterebbero. Il numero dei turisti è ora circa la metà rispetto a prima del covid-19, stando a quanto dicono le persone del settore, molte guide e molti autisti sono senza lavoro. Una vacanza di escursioni qui offre ai viaggiatori la possibilità di sperimentare la morabeza locale e, cosa forse ancora più importante, di restituirne un po’. ◆nv

Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati