Prima per andare da Parigi a Kiev bastavano tre ore. Oggi possono volerci anche tre giorni e mezzo. In aereo fino a Varsavia, poi in macchina fino a Leopoli: un viaggio come si faceva un tempo, che permette di veder scorrere il paesaggio e dà un’idea concreta delle distanze e delle distruzioni provocate dalla guerra, anche lontano dal fronte.

L’ultima volta che sono stato a Kiev era per festeggiare il capodanno con degli amici. Ksiuča Palfi ci aveva portato al Vognyk, una discoteca alla moda dove lavorava come dj. Veloci controlli per il covid all’ingresso, un immenso spazio sotterraneo, clienti eleganti, alcol a fiumi. Verso le cinque del mattino eravamo andati nel suo appartamento, subito dietro Chreščatik, la via principale della città. Inevitabilmente, tra un bicchiere e l’altro avevamo cominciato a parlare delle voci sulla guerra. Ksiuča, piccola e gracile, si era arrabbiata: “Ma non è possibile! Ho aspettato cinque mesi per avere la mia cucina Ikea. Cinque mesi! Se quegli stronzi di russi vengono a rovinarmela, giuro che esco sul balcone con uno Stinger (un razzo anticarro) e li ammazzo!”. Tutti si erano messi a ridere. Meno di due mesi dopo Ksiuča era rifugiata con il suo ragazzo e il suo gatto a Užhorod, alla frontiera slovacca, e mi mandava su WhatsApp un video in cui preparava con decine di altre donne delle casse di bottiglie molotov. Abbiamo riso di nuovo, ma stavolta non era divertente.

A maggio, dato che manca la benzina, per le strade di Kiev girano poche macchine. Ma l’assedio della città è finito dopo il ritiro delle forze russe a marzo, e i ristoranti riaprono, nei supermercati non manca nulla, i bancomat funzionano, la metropolitana e gli autobus hanno ripreso a circolare e i taxi arrivano quando li chiami. La sera Chreščatik è piena di gente, gli hipster sono tornati a invadere il quartiere della Porta dorata e nessuno si stupisce di vedere un giovane soldato con il giubbotto antiproiettile e il kalashnikov a tracolla allontanarsi su un monopattino a noleggio. Gli allarmi aerei continuano a suonare una o due volte al giorno, ma nessuno ci fa caso, anche se ogni tanto qualche missile colpisce ancora la città. È vero, i ristoranti chiudono all’ora dell’aperitivo e il coprifuoco alle 23 limita la vita sociale, ma nessuno si lamenta e comunque la situazione cambia rapidamente. Il 21 maggio il Vognyk ha riaperto le sue porte, e Ksiuča e tornata apposta per l’occasione da Užhorod.

Kiev rimane pronta per un possibile ritorno dei russi, che molti prevedono per il prossimo inverno. Tutte le principali vie di comunicazione e i ponti sul Dnepr sono sbarrati da posti di blocco e ostacoli di cemento che lasciano passare solo un veicolo alla volta. Ai bordi delle strade ci sono camion distrutti che possono essere messi di traverso per bloccare il passaggio. A ogni incrocio importante si vedono cavalli di frisia, bunker ricoperti da reti mimetiche fatte in casa, lunghe trincee scavate dalla gente del quartiere. Un giorno un’addetta stampa dell’esercito, Oksana, ci accompagna in un bosco che costeggia una lunga strada per mostrarci le posizioni delle Forze di difesa territoriale (Terytorialna oborona, To). I miliziani hanno fra i trenta e i quarant’anni e sono tutti volontari, molti di loro hanno comprato su internet dei mirini di precisione, dei visori notturni o dei silenziatori per integrare l’equipaggiamento di base fornito dall’esercito. Solo due, Roman e Oleksandr, sono veterani della guerra in Donbass. Sono loro che addestrano gli altri, tutti senza esperienza militare. Oleksij è un saldatore che si è unito alla To il 25 febbraio, il giorno dopo l’invasione. Saša viveva da sette anni a Dubai, dove lavorava come consulente per l’immigrazione. Anche Oksana è una veterana: ferita da una granata vicino a Luhansk nel 2015, non vede più di notte e male la sera. Ma anche se indossa l’uniforme tiene ancora al suo aspetto: “I vestiti mi piacciono tantissimo. Quando posso, torno a casa, guardo l’ultimo che ho comprato subito prima della guerra e piango”.

Irpin

La strada sorvegliata dai miliziani porta a Irpin e al piccolo quartiere oltre il fiume da cui tanti civili terrorizzati sono fuggiti a marzo. Si riconoscono i luoghi visti così spesso sui mezzi d’informazione: la chiesa con le cupole dorate crivellata di schegge, o il pomposo monumento ai caduti della seconda guerra mondiale, davanti al quale il 3 marzo un colpo di mortaio ha ucciso una donna e i suoi due figli insieme a una giovane volontaria che li aiutava. Dal marciapiede cerco invano il cratere sull’asfalto pensando alla celebre foto di Lynsey Addario, in cui si vedono i quattro morti sdraiati in fila tra le loro valige e la gabbia del piccolo cane risparmiato dall’esplosione, che nel video del New York Times si sente guaire freneticamente.

Poco lontano c’è il grande ponte distrutto, con la passerella di fortuna che i profughi usavano per attraversare il fiume; si può ancora vedere il furgoncino bianco rovesciato all’inizio di marzo, circondato da manifesti e immagini patriottiche. Sul ponte l’ingorgo di macchine abbandonate è stato sostituito dalle ruspe e da un checkpoint; la strada che aggira l’interruzione, lungo il fiume, è già stata asfaltata.

A Irpin quasi tutti gli edifici portano i segni dei violenti combattimenti che infuriavano quando il quartiere era una terra di nessuno tra la riva del fiume, tenuta dagli ucraini, e Buča, occupata dai russi. L’architettura modesta di queste periferie dà un aspetto particolarmente triste alle distruzioni: sulle case e sui palazzi i pannelli isolanti di polistirolo incollati all’esterno delle facciate e mascherati da uno strato di stucco dipinto sono stati strappati, dispersi e carbonizzati dalle esplosioni, lasciando i muri anneriti coperti dai grumi di silicone.

I resti di un’auto esplosa. Buča, maggio 2022 (Antoine D’Agata, Magnum/Contrasto)

Buča

Poi c’è Buča. Era una periferia tranquilla di 37mila abitanti, circondata da grandi boschi e molto vicina al “mare” di Kiev, un grande invaso artificiale creato negli anni sessanta. Tagliata in due dalla ferrovia, la cittadina comprende un ricco quartiere residenziale dove si alternano lussuose dacie, alberghi, negozi di bricolage e ristoranti, diversi “settori privati” di piccole case unifamiliari per lo più abitate da pensionati, edifici di epoca sovietica e grandi residence progettati di recente per attirare i giovani di Kiev in cerca di aria fresca e di spazi verdi. Cinque settimane dopo il ritiro russo la città è stata presa da una frenesia di pulizia, le carcasse dei blindati sono scomparse, le strade sono state riasfaltate, le fosse comuni e le tombe nei giardini svuotate. Via Vokzalna, dove all’inizio di marzo l’artiglieria ucraina ha distrutto una colonna russa, è di nuovo pulita; all’incrocio con via Iablunska, dove sono stati trovati diversi cadaveri con le mani legate dietro la schiena, alcuni dipendenti comunali stanno finendo di ridipingere le strisce pedonali. Le famiglie portano in giro i cani, i ciclisti girano tra le rovine e fanno uno strano effetto con le loro tenute colorate.

Qualcuno riesce a conservare il buonumore, come la vicesindaca Mika Skoryk-Škarivska. Davanti alla porta degli uffici comunali, scardinata e appoggiata contro il muro, ironizza: “I russi fanno di tutto per avvicinarci all’Europa. Grazie a loro possiamo lavorare in un open space”. Ma gli edifici distrutti, i segni delle bombe e il nuovo settore del cimitero, con centinaia di tombe recenti decorate con corone di fiori di plastica, testimoniano la violenza di quello che è successo qui, la desolazione che rimane.

“Siamo stanchi di parlare ai giornalisti!”, mi urla una signora sulla porta del suo giardino. Ma altri ci accolgono più calorosamente. Su via Vokzalna, poco oltre le case polverizzate durante il bombardamento della colonna russa, Vladimir Ivanovič, 66 anni, c’invita a entrare nel suo cortile e ci presenta suo nipote Viačeslav, venuto per aiutarlo a riparare la casa. Alcuni soldati russi avevano piazzato un mortaio nel giardino sul retro. L’interno della casa è un caos assoluto, tutto è sottosopra, rovinato, distrutto; tutto quello che era nuovo è stato rubato. Quando la città è stata occupata dai russi, Vladimir si è rifugiato nel suo pogreb, il sotterraneo che serve a conservare gli alimenti, poi è fuggito con la moglie nel seminterrato della scuola vicina, finché il 12 marzo sono stati portati in salvo dalla Croce rossa. Durante la sua assenza, secondo i vicini i soldati che avevano occupato casa sua ci portavano delle ragazze. In mezzo al disordine ha ritrovato una grande quantità di preservativi usati e di bottiglie vuote, oltre a due collane che penzolano ancora da un palo arrugginito. Nel pogreb c’era anche una ragazza morta. È stato Viaceslav a scoprire il cadavere, dopo la liberazione della città. “Era nuda, riversa sulla schiena, la testa esplosa e le gambe e il ventre coperti da tagli di coltello”, mi spiega tranquillamente. “Portava solo un cappotto di pelliccia e dei sandali e guardava verso l’alto. Era una ragazza di qui, viveva a Kiev ma era tornata per aiutare la nonna. L’hanno usata come un giocattolo, e prima di andare le hanno sparato tre colpi in faccia. La polizia ne ha trovati due, io il terzo”. Me lo mostra, un lungo proiettile sottile da 5,45 mm. Il pogreb è molto piccolo, con pareti di mattoni e una mensola con barattoli di conserve. Sul pavimento c’è un piccolo grumo pieno di vermi: impossibile sapere se si tratta di avanzi di cibo o dei resti della povera ragazza. Il corpo è stato identificato ma la legge vieta di rivelare il suo nome. Anche la sua foto l’avevo già vista, il corpo in parte coperto dalla pelliccia steso davanti all’entrata del pogreb. Ma è diverso quando vedi i luoghi: il corso degli eventi appare in tutta la sua evidenza, i soldati che vanno avanti e indietro fra il mortaio e la casa saccheggiata, bevono, si annoiano, portano delle ragazze per violentarle e poi decidono di tenerne una. Quello che resta impossibile da immaginare sono i pensieri della ragazza durante quei giorni interminabili, il suo terrore, il suo dolore, la sua angoscia.

La fossa comune

Tutti ora sanno quello che è successo a Buča. Tutti hanno visto le immagini dell’immensa fossa comune scavata dai volontari dietro la bella chiesa di sant’Andrea. Ogni giornale ha pubblicato la sua inchiesta, spesso specificando strada per strada i crimini commessi: gli otto volontari civili fucilati accanto alla base russa al 144 di via Iablunska; le due impiegate, una decapitata, trovate vicino alla ferrovia abbandonata; il vecchio ucciso sulla sua bicicletta. Secondo Andri Nebytov, capo della polizia della regione di Kiev, a metà maggio si contavano 1.102 morti solo in questo distretto. Più della metà erano stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, mentre cercavano di scappare o assassinati a sangue freddo. Ovunque gli investigatori fanno indagini per i futuri processi per crimini di guerra. Ma nessuno riesce a capire, ancora meno gli abitanti di Buča. Cercano disperatamente di comprendere non solo le cause, ma anche i fatti.

Ne ho avuto una dimostrazione durante una lunga discussione per strada con un giovane, Vadim Evdokymenko. L’ho incontrato a una fermata dell’autobus in via Iablunska, vicino alla sua casa bombardata e in parte bruciata. Vadim, vent’anni, è un ragazzo molto dolce, dal volto angelico. Fa il parrucchiere e parla rapidamente, in modo nervoso ma molto chiaro. Camminando mi snocciola i morti tra i suoi vicini, come la sua cliente di 23 anni stuprata e uccisa, ritrovata da suo padre all’obitorio con le mani spezzate, probabilmente perché aveva cercato di resistere. Mi mostra anche il suo quartiere, la stazione ferroviaria, la sua scuola elementare, gli edifici di mattoni degli anni sessanta costruiti per gli operai della vicina vetreria, un quartiere di vie silenziose, di piccoli negozi, di gente tranquilla.

Una donna davanti alla sua casa. Buča, maggio 2022 (Antoine D’Agata, Magnum/Contrasto)

Infine percorriamo una strada sterrata tra la ferrovia e un campo sportivo, a dieci minuti da casa sua, e arriviamo in una zona di piccoli garage di lamiera come se ne vedono in tutta l’ex Unione Sovietica. Vadim si ferma davanti a un box completamente bruciato, con il tetto crollato, crivellato di fori: “Qui erano nascoste cinque persone. Quando sono arrivati i russi si sono rifiutati di aprire. I russi hanno gettato dentro una bomba a mano, il garage è bruciato a lungo. Mio padre era uno di loro”. Sul suo telefono mi mostra le foto che gli hanno permesso d’identificare il corpo: un pezzo di coscia in un lembo di jeans, quattro carte di credito, una carta d’identità della fabbrica aeronautica Antonov, una scarpa.

Un po’ alla volta riesco a ricostruire la storia. I russi, entrati a Buča il 27 febbraio, hanno occupato il quartiere il primo marzo; il 3 Oleksij, suo padre, è uscito per andare a cercare della legna vicino alla stazione, poi è andato al suo garage; verso le 16 ha chiamato la moglie un’ultima volta. Poi la rete telefonica è stata interrotta e Vadim e sua madre non hanno avuto più notizie. L’8 i due hanno lasciato la città attraverso un “corridoio verde” che attraversava i campi davanti ai cecchini russi fino ai pullman per l’evacuazione. Per tutto questo tempo pensavano che Oleksij si fosse nascosto da qualche parte, senza poter comunicare con loro, e che lo avrebbero ritrovato più tardi. Ma il 10 marzo un amico di suo padre ha chiamato Vadim per dirgli che in realtà era scomparso fin dal primo giorno: “È uscito dal suo garage per cercare delle sigarette e il suo amico non lo ha più rivisto. Dev’essere rimasto bloccato qui e si è rifugiato con queste persone. Non so chi fossero”.

A questo punto un uomo si avvicina a noi e ci chiede cosa facciamo qui. Vadim gli spiega e l’uomo, di nome Anatolij, scuote la testa: “Tuo padre non è morto qui, di questo sono sicuro”. Vadim risponde sorpreso: “Ma gli ispettori mi hanno detto che era qui!”.

“No, no. Sono quarant’anni che vivo in questo quartiere, conosco tutti. So meglio di loro cos’è successo qui”.

“Conosceva mio padre?”

“Alioša? Certo. Vieni”

Anatolij ci porta lungo un sentiero fiancheggiato da mucchi di macerie, e verso la fine dei garage ci mostra un altro box bruciato. “Tuo padre è morto qui. C’erano anche una donna, due bambini e un altro uomo. Là davanti c’era un carro armato”. Nel piccolo garage tutto è nero, bruciato, si distinguono una bici e delle palle di Natale. Vadim è nervoso, disorientato, ma mantiene la calma. “Vede? Nessuno è d’accordo sul posto dove è successo. Dovrò tornare dagli ispettori. In realtà la polizia non mi ha detto nulla. Ho cominciato a cercare da solo. All’obitorio ho dovuto supplicare per avere le foto”. Un altro uomo si avvicina. “Qui c’erano sei corpi. Alcuni forse sono stati uccisi fuori e poi gettati dentro”. I due cominciano una vivace discussione su chi è stato ucciso, come e quando, a cui si uniscono altri passanti. Un uomo in bicicletta si ferma davanti a loro: “Anch’io vorrei sapere cosa è successo! Questo garage è bruciato per tre giorni, non potevamo aprirlo, saremmo soffocati”. S’interrompono a vicenda raccontandosi le loro storie di orrore, il tono di voce è alto ma calmo, il russo si mescola all’ucraino, non riesco a seguirli. Cercano di ricostituire gli avvenimenti, di stabilire una cronologia, di arrivare a un consenso: una comunità che lavora collettivamente sulla sua incomprensione e sul suo dolore.

La sede del governo regionale di Charkiv, maggio 2022 (Antoine D’Agata, Magnum/Contrasto)

Vyšehrad

Buča è diventata un simbolo. Ma quello che è successo qui si è ripetuto su scala diversa in tutti i villaggi occupati dai russi intorno a Kiev. Prendiamo un esempio a caso tra i tanti che ho raccolto. Alla fine di maggio la polizia mi propone di assistere a una riesumazione nel distretto di Makariv, a circa 45 chilometri a ovest di Kiev. Alcuni agenti ci guidano fino a un piccolo villaggio chiamato Vyšehrad, dove scopriamo in un grande bosco di pini i resti abbandonati di una base russa: bunker, trincee, grandi buche per proteggere i blindati e i pezzi di artiglieria. Quando arriviamo due operai, circondati da poliziotti, esperti e giornalisti, hanno già disseppellito in parte il corpo ma faticano a tirarlo fuori dalla buca. L’odore è forte e gli uomini si sforzano, imprecano, respirano pesantemente, il cadavere è quasi in piedi nel buco, con le gambe bloccate nella sabbia, la testa penzolante e la carne, visibile quando tirano i vestiti, è verde, rossa, rosata. “Pošyol?”, è fuori? “Pošyol”. Finalmente riescono a stenderlo sull’erba, rivelando il volto coperto di terra e irriconoscibile. Poliziotti e giornalisti lo circondano per fotografarlo; una donna in uniforme e giubbotto antiproiettile scrive un rapporto, la sua collega prende delle misure. Un procuratore mi mostra i documenti verdastri e maleodoranti trovati sul corpo: portano il nome di Serhii Ivanovič Kyslytsky, nato nel 1983. Poco più in là il capo della polizia sta rispondendo a un’intervista: è il sesto cadavere che scopre in questa base, quattro avevano un proiettile in testa, il quinto gli organi interni distrutti. Quest’ultimo è stato trovato dal custode del sito, che sondava i mucchi di sabbia con un bastone. Tutti si allontanano per filmare o ascoltare l’ufficiale, il corpo giace per terra, abbandonato, quasi dimenticato.

Alla fine ce ne andiamo. Dal bosco un sentiero chiuso da un cancello di legno porta verso la strada principale. Dietro il cancello un uomo si avvicina e mi fa segno di fermarmi. Abbasso il finestrino e lui si china verso di noi: “Chi è il tipo che hanno trovato? Sapete il suo nome?”. Apro il mio taccuino e gli mostro il nome. “Merda, è Serioža. E Stas? Hanno trovato Stas?”. “No, ce n’era uno solo”.

L’uomo, con i capelli pettinati in avanti, una corta barba bianca senza baffi e occhi azzurro cielo, è agitato, teso. Ci spiega che Kyslytsky e Stas lavoravano nella grande proprietà che si vede alla fine del sentiero, dall’altro lato della strada: Roman, il proprietario, chiama in continuazione per sapere che fine hanno fatto. Lui si chiama Dmytro. Gli dico che la polizia non è sicura che i documenti appartengano veramente al cadavere, dovranno fare una perizia genetica per confermarlo. “Serioža era orfano, non ha una famiglia. Non troveranno nessuno con cui confrontare il suo dna. Avete delle foto?”. Gli mostriamo quella che Antoine ha scattato. Con il suo telefono fa una foto allo schermo e la manda con Whats­App a Roman. Poi lo chiama. Ma Roman afferma che quelli non sono i vestiti di Kyslytsky. Comincia una lunga discussione sui denti dello scomparso, che Dmytro cerca di confrontare con quelli appena visibili sulle foto del cadavere. Ci raggiunge un’anziana vicina, Irina, e discutono dell’ultima volta che hanno visto Kyslytsky e Stas.

“È stato il 2 marzo”, afferma Irina. “Poi non ho più visto nessuno”.

“Per me il 4. È il giorno in cui sono arrivati gli orchi (molti ucraini chiamano così i militari russi). Hanno messo un cecchino nella mia casa”.

Dmytro indica all’angolo della strada principale una grande casa in costruzione. “Ero in macchina con il mio amico Serhii Bogdan. Serhii mi ha detto: ‘Aspettami cinque minuti, vado a vedere se c’è un carro armato’. Lo hanno preso davanti al cimitero e lo hanno ammazzato. Io ho raccolto altre persone e siamo andati nel villaggio più vicino, che ancora non era occupato. Prima di partire ho messo tutti i feriti in quella casa laggiù. Ce ne dovevano essere venticinque, uomini, donne, ragazzi. I russi hanno portato una donna ferita e suo figlio in Bielorussia, ma la Croce rossa è riuscita a farli arrivare in Germania. Suo marito era stato ucciso per strada, era appena uscito di casa e bang”.

“Dal cecchino appostato in casa sua?”.

“Questo non lo so. Ma quello che è certo è che è stato lui a colpire Dyadya Vova”.

Černobyl, maggio 2022 (Antoine D’Agata, Magnum/Contrasto)

“Mio nipote”, interviene Irina, “Vladimir Možarčuk”.

“Due proiettili, uno nel ventre e uno nel braccio. È sopravvissuto, sono io che l’ho portato all’ospedale, ma ancora non può camminare”.

Dmytro mi indica la casa dietro la sua: “Quella con il tetto rosso è la casa del dottor Vynničuk, Pavel Vassylovič: è stato ucciso da un cecchino quando è uscito in strada. Quella dopo, con il tetto grigio, è la casa di Juri Makeev. Doveva avere 60 o 62 anni. Lo hanno ucciso nel suo letto quando sono entrati per fare una perquisizione”. Irina si mette a piangere: “La nostra vita è rovinata per sempre. Tutta la vita”. Dmytro e sua moglie, con un gran numero di gattini nati durante l’invasione, ci fanno visitare la casa in costruzione: rimane un materasso per terra, molte razioni russe, dei graffiti; la polizia ha recuperato le cartucce da 7,62 mm che riempivano il sottotetto, là dove era appostato il cecchino. Un angolo della casa è stato distrutto, colpito da un razzo o da una granata. “Ucraina o russa?”. Dmytro sorride, poi ci mostra sul suo telefono una schermata di Google Maps con l’edifico evidenziato da un cerchio giallo.

“Quando hanno occupato la mia casa ho mandato le coordinate ai nostri chiedendogli di bombardarla. Loro mi hanno preso in giro: ‘Ma guarda un po’, questo vuole che gli distruggiamo la casa!’”.

“Ha funzionato?”.

“Quando siamo tornati la casa era piena di bende insanguinate. Quindi è probabile di sì. In ogni modo non importa, la ricostruiremo”.

La vera tradizione politica ucraina è una resistenza anarchica e locale

Saccheggi

Le spiegazioni avanzate per questi massacri si concentrano su un’unità in particolare, premiata dopo la sua ritirata dalla regione di Kiev da Putin in persona, la 64a brigata di fucilieri motorizzati. Si tratta di un’unità con sede a Chabarovsk, in Siberia orientale, composta principalmente da uomini delle popolazioni più povere di questa grande regione, di etnia russa o di minoranze siberiane affini ai mongoli, quelli di cui parlano gli abitanti quando accusano in blocco i “buriati”. In realtà il vero problema non è etnico ma sociale: oltre a un odio ideologico contro i presunti “nazisti” ucraini, gli invasori della regione di Kiev provavano a quanto pare un fortissimo risentimento di classe. Anatoli Fedoruk, il sindaco di Buča, mi ha riferito le parole di un soldato russo che parlava al telefono con sua madre o sua moglie: “Ma ti rendi conto? Hanno l’acqua calda nelle case e i gabinetti in ceramica!”. Il fatto che le strade dei villaggi fossero asfaltate gli sembrava incredibile. In un video pubblicato su internet si vede un soldato russo che apre un frigorifero ed esclama: “Nutella! Porca puttana, si trattano bene”. Una frase, che circola tra gli abitanti della regione e che ho sentito più volte, sintetizza bene questo sentimento: “A kto vam razrešil žit tak khoročo?” (chi vi ha dato il permesso di vivere così bene?). Questo ha causato i saccheggi di massa, le migliaia di computer, televisori, biciclette ed elettrodomestici portate in Bielorussia sui camion dell’esercito e poi spedite in Russia, come mostrano i numerosi video delle telecamere di sorveglianza pubblicati sui social network. Il giornalista russo Aleksandr Nevzorov ha scritto su Telegram: “Il saccheggio indiscriminato degli orchi di Putin diventa uno dei principali motivi di questa guerra. (…) Nessuno è in grado di pagare il personale in proporzione agli orrori di una guerra insensata, e alla paura costante delle ferite e della morte. Per questo i responsabili non sono puniti e nemmeno rimproverati. In qualunque città o villaggio dell’Ucraina è consentito il furto collettivo”.

Una sera a Kiev Oleksandr, una nuova conoscenza, mi racconta che il 3 aprile, a un centinaio di metri dall’immenso MegaMart distrutto di Buča, ha trovato il cadavere di un soldato russo con trenta tubetti di Sensodyne nelle tasche. “Ma ti rendi conto! Questo buriato ha viaggiato tremila chilometri per venire qui a rubare del dentifricio e morire sui nostri marciapiedi?”.

Identità

Una domanda aleggia sulle rovine, sui cimiteri pieni di tombe fresche e sulle giornate di milioni di persone che cercano di sopravvivere e di combattere in questa guerra senza senso: cos’è l’Ucraina? Cosa significa essere ucraino? La domanda è tutt’altro che retorica, è una questione di sopravvivenza, in un paese invaso da un altro paese che gli nega il diritto di esistere. “Chi può dire se tra due anni l’Ucraina esisterà ancora sulla carta del mondo?”, ha scritto il 15 giugno su Telegram l’ex presidente russo Dmitri Medvedev. Poco prima dell’invasione Putin ripeteva con insistenza che l’Ucraina era solo un “regalo” territoriale fatto da Lenin a dei contadini senza nazionalità e che gli ucraini, o “piccoli russi” com’erano chiamati ai tempi degli zar, erano solo dei russi che parlavano un altro dialetto o al limite un “popolo fratello”, secondo la formula bolscevica.

Va detto che fin dall’indipendenza non è semplice essere ucraino. Il paese è attraversato da profonde divisioni storiche e culturali: non solo tra est e ovest o tra russofoni e ucrainofoni (due divisioni che al contrario di quello che si pensa non coincidono affatto), ma anche tra il sud e il resto del paese, tra Odessa e il resto del sud, fra gli abitanti delle campagne e quelli delle città, tra chi è istruito e chi non lo è. Poi ci sono le minoranze etniche locali (ungheresi, romeni, bulgari, greci del Ponto, tatari della Crimea, rom), gli ebrei e le minoranze che sono arrivate ai tempi dell’Unione Sovietica: russi ovviamente, ma anche azeri, armeni, uzbechi, afgani e così via. Il nome stesso di Ucraina viene da un termine slavo che significa “limes” o “frontiera”, indicando la sua posizione al confine tra diversi imperi. Sono stati questi ultimi a tracciare una delle principali divisioni del paese, che separa le terre annesse nel seicento dagli zar russi – il Donbass, la riva orientale del Dnepr, il sud e la Crimea – dalla Galizia e dalle regioni ai piedi dei Carpazi che erano appartenute alla monarchia austro-ungarica. Dopo un breve periodo d’indipendenza comune sotto il nome di Repubblica popolare di Ucraina (1917-20), i bolscevichi occuparono la maggior parte dei territori un tempo zaristi, mentre le province occidentali furono assegnate alla Repubblica polacca creata a Versailles nel 1919. Le regioni dell’est e del centro vissero quindi la carestia programmata da Stalin nel 1932-1933 per mettere in ginocchio la società contadina ucraina, l’holodomor, che fece almeno quattro milioni di morti, seguita dal grande terrore, che decimò l’élite politica e scientifica ucraina e la minoranza polacca. Le regioni occidentali conobbero invece il dominio polacco e il terrorismo dei nazionalisti ucraini, e poi, dopo la spartizione della Polonia tra Hitler e Stalin nel 1939, l’occupazione sovietica con il suo seguito di massacri e deportazioni di massa.

Questa separazione ha quindi lasciato nel paese due memorie distinte della seconda guerra mondiale. Gli abitanti dell’est ricordano l’esperienza dell’invasione nazista e la lotta nei ranghi dell’Armata rossa. Quelli dell’ovest la resistenza al totalitarismo sovietico che portò prima alla collaborazione con i tedeschi, alla corresponsabilità nell’olocausto e alla feroce pulizia etnica della popolazione polacca; poi ad anni di guerriglia dopo l’annessione definitiva dell’Ucraina occidentale all’Unione Sovietica nel 1944. Questa divisione è molto profonda e determina un rapporto spesso senza sfumature con la storia, con alcuni che considerano i membri dell’Upa (Esercito insurrezionale ucraino) fascisti, collaborazionisti e traditori, e altri che invece li venerano come eroi che hanno coraggiosamente combattuto l’orco sovietico. La guerra attuale ha almeno il vantaggio di aver fatto tabula rasa di queste tensioni, come mi suggerisce Volodymyr Viatrovyč, l’ex direttore dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale (Uinp). “Oggi tutti gli ucraini hanno la stessa esperienza della guerra. E non combattono più in un esercito straniero, tedesco o sovietico, ma nell’esercito ucraino, nel loro esercito”.

Indipendenza

Certo, il sentimento di unità che ha attraversato l’intero paese il 24 febbraio non è arrivato dall’oggi al domani, come mi spiega Anton Drobovyč, il successore di Viatrovyč a capo dell’Uinp. Fin dai primi giorni dell’invasione Drobovyc, un giovane affabile ed energico, si è arruolato nella To e da allora scava trincee nella parte orientale della città, da dove, quando il suo ufficiale gli concede un’ora o due, tiene delle conferenze su Zoom. Lo incontro in un ristorante economico sulla riva sinistra del fiume, dove parliamo davanti a una zuppa di pesce.

“Quelli che prima della guerra dicevano che la questione dell’identità non era un problema perché contava solo il denaro e la benzina a basso prezzo, ora hanno capito che è importante, perché sono venuti a ucciderci proprio a causa di questa identità. Putin dice: ‘Non esiste un popolo ucraino, sono come noi’. Ma il 24 febbraio migliaia di persone si sono messe in coda negli uffici di reclutamento e hanno affermato con la loro presenza: ‘Noi siamo diversi. Né peggiori né migliori di voi, solo diversi’. Questa guerra ha mostrato che tutte le nostre discussioni sull’identità erano attuali”. Drobovyč cita Ihor Terekhov, il sindaco di Charkiv: “È un uomo di stampo sovietico, con una percezione sovietica delle cose. In televisione ho spesso discusso con lui. Ma dopo l’invasione l’Fsb (i servizi di sicurezza russi) gli hanno chiesto di consegnare la città. Molti erano preoccupati, perché Terekhov era uno che voleva che le strade portassero nomi russi. Ma quando hanno cominciato a bombardare Charkiv, il sindaco gli ha risposto: ‘Mi dispiace, ma voi non siete i nostri amici, i nostri fratelli. Questo è un paese indipendente. Non vi consegneremo mai Charkiv e l’Ucraina”.

Nazionalismo

Subito dopo aver passato la frontiera, all’inizio di maggio, alloggio a Leopoli da alcuni amici fuggiti da Kiev a fine febbraio e che non vedono l’ora di poter rientrare. Darina Solodova lavora per il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e Savelij Baraškov è un esperto di mezzi d’informazione digitali, ma entrambi sono soprattutto militanti di sinistra che si ispirano alle tradizioni prebolsceviche. Si oppongono con forza ai nazionalisti di estrema destra, diventati molto popolari negli anni 2010 e poi emarginati da un nazionalismo molto più ampio e condiviso con la rivoluzione di Maidan nel 2014 e la guerra nel Donbass. Giovani e appassionati, cercano di capire il brusco cambiamento della situazione intorno a loro.

“Aveva ragione la gente più strana, i più imbecilli”, osserva con rabbia Savelij. “Li consideravamo degli stronzi. Sono ancora degli stronzi, ma avevano ragione”.

“Per i nazionalisti è facile”, continua Darina. “Avevano ragione e lo sanno. È per la gente di sinistra come noi che è dura. Dobbiamo abituarci a questa nuova realtà”.

“Ma attenzione”, osserva Savelij. “Non è una guerra nazionalista, è una guerra nazionale”.

Da sapere
Kiev alza il tiro

◆Nelle ultime settimane i fronti del conflitto non hanno registrato spostamenti significativi. I russi hanno guadagnato alcune posizioni intorno a Donetsk e hanno continuato a bombardare senza sosta, ma nel complesso l’offensiva nel Donbass sembra ormai in stallo. Tra i motivi c’è anche il moltiplicarsi degli attacchi compiuti dall’esercito ucraino con i sistemi di artiglieria forniti dai paesi Nato, che hanno preso di mira i depositi di munizioni e altri obiettivi cruciali come il ponte di Nova Kachovka, l’ultimo che collegava la città di Cherson con gli altri territori occupati dai russi. La base aerea di Saki, in Crimea, è stata scossa da diverse esplosioni che hanno distrutto almeno una decina di jet russi. Secondo Mosca si è trattato di un incidente, ma per molti esperti è la prova che Kiev dispone dei mezzi per colpire la penisola occupata nel 2014, che ha un grande valore strategico e politico per la Russia.

◆Le Nazioni Unite hanno avvertito che i combattimenti intorno alla centrale atomica di Zaporižžja rischiano di provocare una catastrofe nucleare. I russi, che occupano l’impianto, lo usano per bombardare le città ucraine sull’altra sponda del Dnepr, e il governo di Kiev ha dichiarato che intende rispondere al fuoco. Alcune parti della centrale sarebbero già state danneggiate.

◆L’accordo raggiunto a fine luglio tra Kiev e Mosca per la ripresa delle esportazioni di cereali dall’Ucraina sembra reggere. Più di venti navi sono partite dai porti ucraini sul Mar Nero, trasportando in totale circa seicentomila tonnellate. Tra queste c’è anche il primo carico acquistato dalle Nazioni Unite per alleviare la crisi alimentare in Africa. Reuters


Gli “stronzi” di cui parla Savelij sono i nazionalisti di estrema destra, i famigerati “nazisti” che Putin ha preso come pretesto per giustificare la sua “operazione speciale”. Se ne è parlato molto, in particolare del famoso battaglione Azov. Un giorno a Kiev ritrovo ai tavolini all’aperto di un ristorante italiano un’altra conoscenza di prima della guerra, Dmytro Reznišenko. Dmytro, che non ha ancora quarant’anni, conosce bene i nazionalisti. Lui stesso è un ex nazionalista, che dopo essere sopravvissuto al terribile assedio di Ilovaisk nel Donbass nel 2014 ha fatto un’inversione mentale di 180 gradi: è diventato uno psicologo e un militante liberale, antifascista e attivista per i diritti lgbt. Ha potuto studiare da vicino la personalità fascista e ne ha tratto delle curiose conclusioni, fondate sulla sua esperienza personale. “La verità è che all’epoca eravamo così”, cerca le parole, cerca di spiegare con precisione la sua opinione. “Per noi, capisci, quando hai un’idea, non una vera comprensione del mondo ma una sensazione del mondo, la devi rivestire di una forma ideologica, perché non si può comunicare a livello di sensazioni. E in questo paese non hai molto materiale a disposizione, se non andare a pescare nei simboli del passato, come la bandiera rossa e nera dell’Upa”.

Gli mostro una foto del profilo Telegram di un combattente del battaglione Azov che avevo incontrato l’anno prima a una manifestazione di estrema destra, il corpo interamente coperto di tatuaggi di rune vichinghe e simboli macabri. “Se la fai vedere a qualunque europeo”, continua Dmytro, “penserà subito che si tratta di un criminale o di un neonazista. Ma quando ero di estrema destra tutti i miei amici avevano un amico ebreo o un amico nero, era normale. Era come se avessimo voluto giocare con questa roba, come se non fossimo dei veri fascisti, ma avessimo solo voglia di somigliare a dei veri fascisti. Non penso che la questione dell’antisemitismo sia mai stata sollevata, tranne da qualche mezzo pazzo a cui nessuno prestava attenzione. Al contrario gli ebrei erano piuttosto rispettati. Eppure portavamo delle svastiche”.

Continua a riflettere. “Adesso c’è una sorta di strana sostituzione, alla quale si dovrà dare un nuovo nome. I russi catturano quelli dell’Azov, fanno delle foto dei loro tatuaggi e chiedono: ‘C’è o no il fascismo in Ucraina?’. Ma i tatuaggi non sono il fascismo. Il fascismo è quando l’opposizione è vietata, quando non c’è libertà di espressione, quando le manifestazioni per i diritti dei gay sono proibite. Azov non è il fascismo, è una sottocultura con dei segni che non significano neanche quello che rappresentano. È, come diceva Baudrillard, un simulacro. Ora i russi vogliono processarli per presentarsi come quelli che lottano contro il fascismo. Ma di fatto a Mariupol, ad Azovstal, i veri fascisti hanno sconfitto delle persone che vogliono somigliare a dei fascisti. È un nuovo insieme di significati che non rientra nei modelli tradizionali. Perché nel modello classico i russi sono gli antifascisti e gli Azov sono i fascisti. In realtà è il contrario. Semplicemente, il governo russo non ha adottato l’estetica nazista come abbiamo fatto noi. La loro estetica è sovietica, ma la loro ideologia è na­zista”.

Orizzontalità

Il minimo che si possa dire è che gli ucraini, al contrario dei russi, non hanno il culto del capo. “Se i russi fossero riusciti a uccidere Zelenskyj, saremmo stati tutti molto tristi. Ma non sarebbe cambiato nulla”. È una giovane esponente della vita culturale, Sofia Šeliak, che me lo spiega con calma in un tranquillo cortile davanti a un caffè di Leopoli. Stiamo parlando del tentato attacco al palazzo presidenziale da parte delle forze speciali russe all’alba del 24 febbraio, appena rivelato da Time. “Abbiamo tante reti orizzontali che avremmo potuto resistere. Io dirigo un festival letterario, il Lviv international book forum, e ho subito attivato tutti i miei contatti nel paese per raccogliere denaro, benzina, armi per i nostri ragazzi. Nessuno ci ha chiesto di farlo. Lo abbiamo fatto perché le circostanze lo richiedevano”.

È grazie a questa conversazione che comincio a capire qualcosa di fondamentale: in fondo se c’è una cosa che distingue realmente gli ucraini dai russi non è la lingua o la storia, ma una forma di organizzazione sociale orizzontale che si contrappone radicalmente alla verticalità russa. Questo vale tanto per i militanti, che siano di estrema destra, di sinistra o anarchici, quanto per la gente comune e per i poteri pubblici. Il decentramento introdotto dal governo di Zelenskyj, che assegna molte prerogative ai sindaci locali, che ne hanno fatto un ottimo uso in questa guerra, è solo l’ultima espressione istituzionale di questo istinto profondamente radicato.

Parlando di Ihor Terekhov, Dobrovyč aveva insistito su questo punto: “Quando ha rifiutato le proposte russe, ha parlato prima di Charkiv e poi dell’Ucraina. Perché in Ucraina la questione dell’autonomia locale non è una barzelletta”. Il nazionalismo ucraino di destra, con le sue radici austro-ungariche, è considerato la principale espressione politica dell’“ucrainità”, mentre in realtà si tratta solo di un fenomeno minoritario, presente soprattutto nella parte occidentale del paese. La vera tradizione politica ucraina, quella che forma realmente le coscienze del paese dai tempi dei cosacchi zaporoghi del seicento fino al Maidan, passando per Nestor Makhno e il suo centro utopico a Huljajpole agli inizi degli anni venti, è quella di una resistenza al tempo stesso anarchica e locale.

La più bella espressione di queste idee la incontro alla fine di maggio in occasione di una cena in un ristorante elegante di Kiev con due amici. Sevguil Mussaeva è una tatara di Crimea che dirige l’Ukrainska Pravda, il principale mezzo d’informazione online del paese, mentre suo marito Nikolai Davydiuk è un analista politico. “Di recente”, mi dice Nikolai, “ci siamo chiesti quale animale potrebbe essere il simbolo dell’Ucraina. Tutti i paesi ne hanno uno – l’orso russo, l’aquila statunitense, il gallo francese – ma noi no. Alla fine ci siamo detti che dovrebbe essere l’ape. Perché l’ape? Perché in tempi di pace lavora duro senza che le sia chiesto nulla, senza fare del male a nessuno e senza disturbare i suoi vicini. Ma se si minaccia il suo alveare si arrabbia, e tutte le api attaccano insieme e sono pronte a morire”.

Mi metto a pensare: “In effetti corrisponde bene al vostro modo di essere, ma in questo caso chi sarebbe la regina? Voi non avete uno zar”. Ora è lui a riflettere, sorseggiando il suo bicchiere di vino. Poi il suo volto s’illumina: “Ah, ma è chiaro. L’ape regina sarebbe il paese”. ◆adr

Jonathan Littell è uno scrittore francoamericano. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Taccuino siriano (Einaudi 2012).

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati