Dieci anni fa Patricia Nordeen insegnava all’università di Chicago e teneva conferenze in tutti gli Stati Uniti. “Insegnare teoria politica rispecchiava completamente la mia identità”, mi ha raccontato di recente. Il suo lavoro determinava il posto dove viveva e le persone che frequentava. Tutto di quella vita le piaceva molto: le lezioni, la ricerca e le ore passate nei bar dei campus. Si sentiva impegnata in una lunga e affascinante conversazione sulla natura umana e sul governo. Ma a un certo punto Nordeen ha cominciato a stare molto male. Si è dovuta sottoporre a interventi di fusione spinale e soffriva costantemente di emicranie. In quelle condizioni non poteva portare avanti la sua professione. Ha chiesto un congedo per malattia e si è trasferita a casa dei genitori. Per tre anni ha avuto paralisi temporanee. Alla fine le è stata diagnosticata una forma particolare della sindrome di Ehlers-­Danlos, una serie di disturbi ereditari che indeboliscono il collagene, una proteina presente nei tessuti connettivi.

“Ho dovuto ripensare la mia vita”, mi ha raccontato. Senza poter fare il lavoro che amava, si è costruita una nuova identità e una nuova comunità. A causa del dolore cronico faceva molta fatica a scrivere, a volte anche a leggere. Così ha cominciato a disegnare, a dipingere e a creare collage, pubblicando le sue opere su Instagram. Sul social network ha conosciuto persone e stretto amicizie. Ha avviato collaborazioni con altri utenti. Questi progetti tengono allenata la sua curiosità. “Mi trasmettono un senso di accettazione, mi fanno sentire parte della società”, mi ha spiegato. L’arte non le regala le stesse soddisfazioni degli studi accademici e non domina la sua vita. Ma proprio per questo il suo caso rivela un aspetto molto importante, qualcosa con cui prima o poi tutti dobbiamo fare i conti: la necessità di dimostrare a noi stessi e ad altri che non esistiamo solo per lavorare.

Ogni persona ha un potenziale illimitato, un “genio” unico, diceva Thoreau

È vero soprattutto in un momento in cui milioni di persone stanno tornando al lavoro in presenza dopo quasi due anni di disoccupazione di massa e lavoro a distanza. Già prima della pandemia di covid-19 il modo tradizionale di concepire il lavoro – dalle intoccabili quaranta ore settimanali all’idea della scala sociale – ci ha portato a un’insoddisfazione diffusa e a immancabili esaurimenti nervosi. Ora la struttura etica del lavoro è in discussione. I dipendenti sanno che le aziende fanno fatica a trovare personale, quindi sono incentivati a fare nuove richieste ai loro capi. Oggi c’è lo spazio per ripensare il modo in cui il lavoro si combina a una vita soddisfacente. Gli statunitensi sono convinti che il lavoro sia fondamentale per determinare il successo personale. Non è solo uno strumento per guadagnarsi da vivere: è il modo in cui si conquista una dignità e il diritto ad affermarsi nella società e a goderne i benefici. È attraverso il lavoro che diamo prova della nostra caratura morale, ed è nel lavoro che cerchiamo uno scopo e un significato che molti di noi interpretano in termini spirituali.

I politici, gli imprenditori e i leader religiosi hanno promosso questa visione per secoli, dal decreto che nel seicento bandiva gli scansafatiche a Jamestown, in Virginia, al tentativo dei dirigenti della Silicon valley di presentare il lavoro come un’attività trascendente. Oggi il lavoro è il bene più prezioso degli statunitensi, è la missione più grande. Ma spesso non è all’altezza di questi ideali. Nello sforzo per opporsi al modello esistente e per crearne uno migliore bisogna partire dal presupposto che tutte le persone hanno una dignità, a prescindere dal fatto che lavorino oppure no. Un concetto semplice ma allo stesso tempo radicale, perché giustifica l’introduzione di un reddito di base, il diritto ad avere una casa, l’assistenza medica e un salario minimo dignitoso. Inoltre implica che tutte le condizioni di vita vadano considerate normali e legittime: non solo quella del disoccupato ma anche dei pensionati, di chi riceve un sussidio di disabilità o si prende cura di altre persone. Durante la pandemia milioni di persone hanno perso il lavoro da un giorno all’altro, e il congresso degli Stati Uniti ha approvato un piano di sussidi senza precedenti. Questo ha permesso a molte di arrivare alla fine del mese senza essere costrette a lavorare.

Valori indispensabili

L’idea che tutte le persone hanno una dignità prima che comincino a lavorare (o anche se non dovessero mai farlo) è stata al centro dell’insegnamento cattolico per almeno centotrent’anni. Nel 1891 papa Leone XIII scrisse che le condizioni di lavoro, compresi gli orari, andavano adattate “alla salute e alla forza del lavoratore”. Citò i minatori, spiegando che meritavano “orari di lavoro ridotti perché le loro mansioni sono più faticose e pericolose per la salute”. Oggi potremmo dire lo stesso degli infermieri e dei lavoratori che per motivi diversi non possono affrontare turni troppo lunghi. A Patricia Nordeen piacerebbe poter tornare a insegnare, ma le sue condizioni di salute non le permettono di farlo a tempo pieno. Un nuovo modo di concepire il lavoro dovrebbe basarsi sulla compassione e tenere conto che il lavoro danneggia il corpo, la mente e lo spirito. Come scrive Eyal Press nel libro Dirty work (Lavoro sporco), chi lavora in carcere, negli impianti di macellazione della carne e nei giacimenti di petrolio spesso soffre di problemi psichici. Questo smentisce la teoria che il lavoro tempra lo spirito.

Il lavoro retribuito può farci del male in modi più sottili. Ne è convinta Kathi
Weeks, filosofa politica femminista e marxista. L’idea che bisogna lavorare per avere una vita appagante, sostiene, serve a imporre la disciplina. Ogni giorno sentiamo la pressione di dover diventare ciò che vorrebbero i nostri capi, i nostri colleghi e i nostri clienti. Quando questa pressione entra in conflitto con i nostri bisogni e la nostra salute, rischiamo l’esaurimento nervoso. Per limitare questi effetti negativi dovremmo fissare dei limiti più rigidi sull’orario. Weeks propone una giornata lavorativa di sei ore allo stesso salario.

Negli ultimi anni l’opinione pubblica è diventata più consapevole dei problemi di chi lavora nei magazzini o a chiamata, gli stessi settori che si sono rivelati indispensabili durante la pandemia. Forse la compassione potrà spingerci a capire che non abbiamo bisogno di ricevere istantaneamente il prodotto che abbiamo ordinato, e che sono i lavoratori a pagare il prezzo, spesso invisibile, dei prodotti che ci sembrano economici. La riduzione del peso del lavoro deve andare di pari passo con l’aumento del tempo libero. Per mesi la pandemia ci ha impedito di andare a cena con gli amici o ai concerti, di partecipare a manifestazioni e a celebrazioni religiose. Una volta tornati alla normalità queste attività dovrebbero essere al centro della vita, diventare i momenti in cui possiamo esprimerci pienamente e aspirare alla trascendenza.

È vero che spesso le persone trovano un significato profondo nel lavoro. Ma per decenni le aziende hanno sfruttato questo fatto per spingere i dipendenti a trovare il senso della vita nel lavoro. Pensiamo a quello che davvero facciamo per tutto il giorno: chi non svolge un lavoro fisicamente logorante annega in un mare di email inutili. Non può essere lo scopo dell’esistenza di un essere umano. E per i fortunati che hanno un lavoro appagante, la storia di Patricia è un promemoria del fatto che le cose possono sempre cambiare. Un improvviso problema di salute, gli effetti naturali dell’invecchiamento o una crisi economica possono farci perdere il lavoro. Ogni persona ha un potenziale illimitato, un “genio” unico, come lo chiamava Henry David Thoreau. Andare alla ricerca del nostro genio – che sia nell’arte, nella conversazione o nella pratica del jujitsu – ci risveglierà portandoci verso “una vita più elevata di quella che ci aveva fatto assopire”, scriveva Thoreau. Non parlo di quelle attività ricreative, come il turismo enogastronomico, che costringono altre persone a lavorare di più. Mi riferisco a quell’attività che ci permette di sfuggire al normale scorrere del tempo senza muoverci di un chilometro. Thoreau trascorreva le mattine “perso in fantasticherie”, non erano “tempo sottratto alla mia vita”, scriveva, “ma qualcosa di più elevato rispetto alle mie abitudini”.

Più solidali

Questo nuovo modo di vedere le cose dovrebbe spingerci a introdurre il reddito di base e ad aumentare il salario minimo, garantendo orari ridotti a molti lavoratori e una settimana lavorativa più corta per tutti, senza riduzioni di stipendio. Il punto è subordinare il lavoro alla vita. Per riuscirci, sostiene Weeks, dobbiamo capire che non possiamo affidarci solo alle nostre forze. Questo ci porta a un altro elemento fondamentale: la solidarietà, che si fonda sulla consapevolezza che il mio bene e il tuo sono interconnessi. Ognuno di noi, quando interagisce con qualcuno che lavora, ha il potere di rovinargli l’esistenza. Se io lavoro troppo è probabile che imporrò un peso eccessivo anche a te. Ma è vero anche il contrario: la tua comprensione può nutrire la mia.

All’inizio della pandemia abbiamo espresso valori indispensabili per realizzare quest’idea. La salute pubblica ci ha spinti a fissare limiti al lavoro di molte persone e a prenderci cura di chi non lavorava. Abbiamo dimostrato (anche se in modo imperfetto) di poter mettere il benessere degli esseri umani davanti alla produttività. Abbiamo solidarizzato con i medici e gli infermieri che hanno combattuto il virus. Abbiamo limitato le uscite per andare a fare la spesa. È importante che queste attenzioni restino quando la pandemia sarà passata e il lavoro continuerà a minacciare il nostro benessere. ◆ as

Jonathan Malesic è un saggista e docente universitario statunitense. Questo articolo è un adattamento dal libro The end of burnout, che sarà pubblicato negli Stati Uniti nel 2022.

Questo articolo è uscito sul numero 1431 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati