La commissione per la dissuasione lavora soprattutto di lunedì. Quel giorno sono in molti a bussare alla sua porta: un adolescente beccato venerdì a fumarsi una canna davanti a scuola, un ragazzo sulla trentina che sabato ha partecipato a una rissa in un bar (aveva della cocaina in tasca), un turista sorpreso a fumare hashish per strada domenica sera. A ognuno di loro un poliziotto ha lasciato un foglietto con l’indirizzo di un palazzo bianco nel centro di Lisbona. Al primo piano c’è la sala d’attesa, un po’ come dal medico, solo che qui a riceverti c’è un ufficiale di polizia.

La commissione aspetta nella sala accanto. Tutte le persone fermate devono rispondere alla stessa domanda: per quale motivo avevano della droga?

Lisbona, 15 gennaio 2021 (Patricia De Melo Moreira, Afp/Getty Images)

“Molti pensano che le droghe in Portogallo siano legali, ma non è così”, dice la commissione agli arrestati. Poi spiega come funziona la legge portoghese, che le droghe non risolvono i problemi e che il sistema può aiutare chi le usa. Di solito la visita finisce così.

João Goulão aveva vent’anni quando un amico gli offrì dell’eroina. Se l’avesse accettata, forse la storia del suo paese sarebbe stata completamente diversa. Il Portogallo ha varato la sua strategia contro la droga nel luglio del 2001. “Le Nazioni Unite si sono infuriate”, ricorda Goulão. “È arrivata una delegazione speciale e ha preteso che il governo ritirasse quelle norme. Ha minacciato sanzioni, ha preannunciato il narcoturismo e la diffusione delle droghe tra gli alunni delle scuole elementari”.

Goulão è il coordinatore nazionale antidroga e il direttore del Servizio d’intervento nelle dipendenze. Nel suo ufficio ci sono foto in cui posa accanto al premier portoghese, a papa Francesco, a diversi politici europei e ai suoi quattro figli.

Mi mostra anche un’altra foto, scattata nello stesso ufficio in cui ci troviamo. È in piedi con un uomo sorridente di circa quarant’anni. Una persona che molti anni prima ha aiutato a liberarsi dall’eroina. “È venuto un paio d’anni fa per ringraziarmi”, racconta Goulão.

Oggi però riceve soprattutto politici, giornalisti ed esperti di tutto il mondo che vanno da lui per capire il fenomeno portoghese. Goulão comincia sempre con una piccola lezione di storia. Spiega che durante i cinquant’anni della dittatura di António de Oliveira Salazar il Portogallo era tagliato fuori dal mondo. È tornato ad aprirsi solo dopo la rivoluzione dei garofani del 1974, quando cominciarono ad arrivare gli abitanti delle ex colonie e i soldati di ritorno dalle guerre coloniali. Gli uni e gli altri portarono con sé tonnellate di droghe, facilmente reperibili all’estero. “Le droghe avevano il sapore della libertà”, dice Goulão. “E così, in una società del tutto impreparata a fronteggiarle, è cominciato il boom degli stupefacenti”.

In poco tempo gli unici due centri pubblici per il trattamento delle dipendenze si riempirono. Si stima che negli anni ottanta l’1 per cento della popolazione portoghese assumesse eroina. Ogni giorno c’era almeno una morte per overdose. Anche i contagi da hiv schizzarono alle stelle.

Il dottor Goulão, che all’epoca era medico di famiglia nella regione dell’Algarve, all’università aveva seguito solo un semestre di lezioni sulle dipendenze. Non sapeva cosa dire alle famiglie in cerca di sostegno per i loro parenti tossicodipendenti. E così si limitava ad ascoltare.

Distribuzione di metadone a Lisbona, 2017 (Horacio Villalobos, Corbis/Getty Images)

Racconta di avere perfino curato un cane che era diventato tossicodipendente perché il suo padrone fumava crack vicino a lui. Soffriva di astinenza e il dottore ha dovuto somministragli del metadone finché non ha smesso di ululare.

Ma un giorno il centro per il trattamento delle dipendenze Taipas di Lisbona, aperto alla fine degli anni ottanta dal ministero della salute, ha scoperto questo medico del sud così apprezzato dai pazienti. È stato invitato a svolgere un tirocinio, e poi incaricato di dirigere un centro simile nell’Algarve. Con il tempo è diventato il direttore dell’intera rete portoghese dei centri per il trattamento delle tossicodipendenze.

All’inizio mancava ancora una strategia chiara e legalmente valida su come curare le persone. Il dottor Goulão doveva mandare via di continuo i poliziotti che volevano schedare i pazienti. “Bisognava smettere di rinchiudere i malati in carcere. Del resto non si imprigionano i diabetici, anche se la malattia è conseguenza delle loro azioni, ovvero della cattiva alimentazione. Non bisognava schedarli, ma curarli”, racconta Goulão.

Alla fine i funzionari del governo sono giunti alla conclusione che la strategia della tolleranza zero non portava ad alcun risultato. E così hanno istituito un comitato di esperti per trovare una soluzione. Nove persone sono state chiamate a farne parte: psicologi, avvocati, assistenti sociali e il dottor Goulão. Le loro raccomandazioni poggiavano su quattro pilastri: prevenzione, cura, reinserimento sociale e investimenti per la riduzione dei danni provocati dalle dipendenze da stupefacenti. Perché a volte non si può fare altro che offrire a qualcuno una siringa pulita.

“Per fare in modo che i tossicodipendenti non venissero più trattati come criminali, ma come persone bisognose di aiuto, è bastato modificare una norma della legge sulla droga: l’assunzione e il possesso per uso personale dovevano essere considerati un illecito amministrativo e non un reato”, racconta Goulão.

“La nostra idea è nata dalla disperazione. Se il fenomeno avesse riguardato solo gli emarginati, probabilmente non sarebbe importato a nessuno”, ammette il medico. “Ma riguardava i nostri figli e le nostre figlie, i cugini, i vicini di casa. Non c’era praticamente famiglia che non fosse colpita”.

Forse è per questo che mentre in tutto il mondo si dichiarava guerra alla droga, un paese considerato conservatore come il Portogallo varava leggi così liberali. A questo ha contribuito la mancata opposizione da parte della chiesa cattolica e il fatto che al governo ci fosse il Partito socialista. Quando la strategia è stata finalmente avviata, a parte gli inviati delle Nazioni Unite si è opposta solo la destra, in minoranza in parlamento, agitando lo spauracchio delle folle di turisti in cerca di spiagge, sole e droga.

“La legge è sopravvissuta a sei diversi governi. Nessuno ha voluto tornare al vecchio sistema”, dice Fernando, avvocato in pensione di 67 anni. La sua giornata comincia con un caffè e la lettura dei quotidiani. “Nel nostro paese i giornali sono indipendenti, ma nessuno critica l’atteggiamento portoghese nei confronti delle droghe”.

“Non c’è quasi nessuno che non sia dipendente da qualcosa. Il caffè, le sigarette, il telefono. Quello che uccide è il proibizionismo”

Non giudicare

Luis, 29 anni, lavora in un’azienda che si occupa di eliminare i contenuti illegali da internet. Di droga ha sentito parlare per la prima volta alle elementari. Insieme all’insegnante e ai compagni aveva discusso delle ragioni che spingono le persone ad assumere stupefacenti.

“Al liceo fumare erba o hashish era un comportamento moderatamente stigmatizzato. Un po’ come fumare le sigarette. Solo quando qualcuno trascurava lo studio gli insegnanti intervenivano. Di solito ti dicevano che anche loro erano stati giovani e ti mettevano in guardia dai rischi”, ricorda Luis. “Non ho mai avuto problemi con la polizia. È arrivata un paio di volte mentre mi fumavo una canna con gli amici. Mi hanno chiesto se andava tutto bene ed è finita lì”.

Silvia, un’italiana di 25 anni, ha avuto subito a che fare con l’applicazione pratica del modello portoghese. Durante l’Erasmus ha fatto uno stage alla Gat, un’organizzazione non governativa che sostiene chi ha l’hiv, una malattia sessualmente trasmissibile o la tubercolosi. Aiutava le persone a presentare le richieste di sussidi, gli ricordava le visite mediche e in alcuni casi spiegava ai tossicodipendenti come iniettarsi l’eroina senza danneggiare le vene.

“Non c’è quasi nessuno che non sia dipendente da qualcosa”, dice Silvia. “Il caffè, le sigarette, il telefono. Quello che uccide è il proibizionismo. In molti paesi i tossicodipendenti non chiedono aiuto perché hanno paura di mettersi nei guai”.

Dopo l’Erasmus Silvia si è trasferita definitivamente a Lisbona per lavorare alla Gat. La sua sede si trova nel quartiere della Mouraria, dove comprare droga è molto facile. “Recentemente c’è stata una grande retata, sono stati arrestati molti spacciatori”, racconta Silvia.

“È un lavoro senza fine. Più ne arresti più ne spuntano”, dice con un sospiro Nélson Silva. Lavora alla polizia di Lisbona da vent’anni e dà la caccia a spacciatori e trafficanti. Silva fa svuotare le tasche alla gente solo quando ha un valido motivo per farlo. Per esempio quando vede che qualcuno consuma della droga per strada o la sta comprando da uno spacciatore. Quando trova degli stupefacenti li confisca e li pesa. Se non superano il limite legale per “uso personale per un periodo di dieci giorni”, la persona fermata viene mandata alla commissione per la dissuasione. Per ogni sostanza c’è una soglia diversa: venticinque grammi per la marijuana, cinque per l’hashish, due per la cocaina, solo uno per l’eroina e l’ecstasy. Chi li supera è trattato come un potenziale spacciatore, e le pene possono arrivare fino a dodici anni di carcere.

Chi resta nei limiti è tenuto a presentarsi entro 72 ore alla commissione. Da quando è scoppiata la pandemia si riceve su appuntamento. “Arrivano soprattutto giovani dai venti ai trent’anni. Vivono per lo più con i genitori, quindi se devono assumere delle sostanze lo fanno fuori casa. E questo aumenta la possibilità che siano fermati dalla polizia”, dice Nuno Capaz, un sociologo della commissione per la dissuasione.

Da vent’anni le 18 commissioni sparse in tutto il paese lavorano per allontanare i tossicodipendenti dalle droghe, cercano le cause delle dipendenze e le soluzioni per uscirne. Sono sottoposte al ministero della salute. “Non vogliamo giudicare, vogliamo guarire”, afferma Capaz.

“Le persone devono smettere di sciogliere l’eroina nell’acqua delle pozzanghere e di condividere gli aghi infettandosi a vicenda”

Ultimamente i membri delle commissioni si sentono un po’ sotto pressione per l’interesse internazionale. Nei giorni precedenti Capaz ha parlato su Zoom con un dottorando statunitense e ha ricevuto la visita di uno studente olandese. “Devo ammettere che mi sento un po’ come una cavia da laboratorio. Prima tutti sono rimasti a guardare, e quando abbiamo avuto successo hanno cercato di capire come diavolo avevamo fatto”, dice sospirando.

Quando uso la parola “esperimento” scuote la testa. Preferisce parlare di modello, seppur con qualche riserva. “Il nostro approccio non può essere replicato alla lettera, perché è stato sviluppato in base alla nostra società, alla legge e ai problemi portoghesi”, spiega. “Quello che può essere preso a esempio è il metodo, che si basa sul tentativo di trovare le proprie soluzioni a problemi diversi”.

Secondo Capaz la visita alla commissione si svolge in un’atmosfera distesa e amichevole. Per prima cosa lo psicologo chiede alla persona che è stata fermata quanto spesso assume stupefacenti, se lo fa da sola oppure in gruppo e per quale ragione lo fa. Stabilisce il grado di rischio di dipendenza e presenta le sue conclusioni a un comitato di tre persone: un avvocato, un assistente sociale e uno psicologo (o in alternativa un sociologo o uno psichiatra).

“Fumo hashish perché i miei genitori si stanno separando”, ammette un diciottenne. Una trentacinquenne dice che i dieci spinelli che fuma ogni giorno l’aiutano a passare il tempo. Un quarantacinquenne assume eroina da dieci anni, ma non si ricorda più perché lo fa. “Certo che ho pensato di disintossicarmi, ma come? È troppo complicato”. “È successo che mi sono fatto una canna nel parco con gli amici e ho avuto sfortuna”, dice un ragazzo di 23 anni.

Capaz elenca questi esempi per sottolineare che il suo lavoro consiste nel concentrarsi sulle persone e non sulle sostanze che assumono. Allo sfortunato ventitreenne si limita a spiegare che è molto facile diventare dipendenti e che depenalizzazione non significa legalizzazione. “È una specie di cartellino giallo”, dice Capaz. “Conserviamo le loro schede per cinque anni. Se durante questo periodo uno torna da noi, allora proponiamo delle soluzioni specifiche, a seconda del problema che diagnostichiamo”.

Al diciottenne i cui genitori stanno divorziando, la commissione potrebbe proporre un ciclo gratuito di incontri con uno psicoterapeuta. La trentacinquenne disoccupata sarà indirizzata a un’agenzia interinale perché le trovi un lavoro. “Meno tempo libero significa meno canne”, spiega Capaz. L’uomo con la dipendenza da eroina sarà aiutato a intraprendere un percorso di disintossicazione. “Non sono obbligati ad accettare la nostra proposta”, assicura Capaz. “Drogarsi è un po’ come guidare senza cintura. Se uno vuole guidare così, la scelta è sua”. Almeno in teoria. La commissione può comunque imporre sanzioni, come lavori socialmente utili o multe fino a quaranta euro.

Salviette e cannucce

Non c’è abitante di Lisbona che non conosca Casal Ventoso. Negli anni ottanta e novanta questo quartiere in cima a una collina era il più grande mercato di droga in tutta Europa. Ogni giorno circa cinquemila persone venivano a comprare, vendere e assumere droghe per strada. Circa un decimo di loro viveva in tende piazzate per strada.

Il dottor Goulão ricorda una donna di ottant’anni che vendeva eroina dalla finestra. Una volta l’ha vista allungare una scodella di zuppa a un cliente dicendogli: “Tieni, mangia. Mio dio come sei magro!”. “La gente era molto cordiale”, dice con un sospiro. Alla fine degli anni novanta le autorità hanno sgomberato il quartiere e demolito alcuni edifici. Ma i lisbonesi assicurano che Casal Ventoso non è sparito, si è solo sparso per la città.

Vera e Solange ogni pomeriggio indossano giubbotti catarifrangenti e per diverse ore fanno lo stesso percorso. Cercano negli edifici abbandonati e nei cespugli lontano dalla strada. È lì che si sono trasferite le persone con problemi di tossicodipendenza.

Prima di partire per il loro giro quotidiano caricano decine di pacchetti sul furgone. In ognuno c’è una siringa, acido citrico per sciogliere l’eroina, salviette disinfettanti e preservativi. Nel bagagliaio gettano anche delle confezioni di cannucce di vetro per fumare il crack, oltre a delle pinze lunghe un metro e a un contenitore che usano per raccogliere gli aghi trovati per strada.

“A volte le persone ci cacciano. Non vogliono parlare perché non si fidano di noi”, racconta Vera, 24 anni, laureata in criminologia. Solange invece di anni ne ha 26 anni e ha studiato psicologia. Entrambe lavorano per Crescer, un’associazione che aiuta i senzatetto e le persone con dipendenze.

“Il nostro obiettivo è creare un legame con loro. È da lì che comincia ogni cura”, racconta il direttore di Crescer, lo psicologo Américo Nave, che lavora nella zona di Casal Ventoso da più di vent’anni.

Gli operatori di Crescer non dicono tossicodipendenti, ma consumatori. Non chiedono se qualcuno vuole andare in terapia, ma incoraggiano i consumatori a fumare il crack con la cannuccia di vetro e non con le bottigliette di plastica, che rilasciano sostanze tossiche. Gli indicano dei centri dove passare la notte, o si limitano ad ascoltare le storie sui sussidi che arrivano sempre in ritardo.

Una donna sui cinquant’anni si avvicina al furgone. Beve l’acqua che le offrono Vera e Solange, ma non dice quasi niente. Ha lo sguardo perso nel vuoto. “Vorremmo sapere da cosa stai scappando, forse possiamo aiutarti”, la incoraggiano, ma la donna comincia a piangere. “Non riesco a smettere. È da un anno che ho ricominciato a bucarmi”. Le lasciano il numero di telefono. Se ha bisogno di qualcosa può chiamare quando vuole. Possono portarla in ospedale, aiutarla a sbrigare una pratica in un ufficio. Se ha fame le daranno un pacco di prodotti alimentari.

A poca distanza, su una collinetta alberata, troviamo un uomo sulla cinquantina. Lo conoscono bene. Si chiama David ed è dipendente dall’eroina da dieci anni. Prende una decina di siringhe (sta per cominciare il weekend) e racconta che tra pochi giorni si trasferirà da un edificio disabitato a una stanza in affitto. Cerchiamo in altri posti, ma non troviamo più nessuno.

Davanti alla prima stanza del consumo di Lisbona destinata all’assunzione di droghe c’è invece una folla di persone. Nonostante queste strutture fossero previste dalla strategia approvata nel 2001, la sala è stata aperta solo a maggio del 2021, un ritardo che ha esasperato gli operatori del settore. Anche i cittadini erano infuriati, ma per motivi diversi. Tremila persone hanno firmato una petizione rivolta al consiglio comunale di Lisbona: non volevano un posto come quello nel loro quartiere. Tanto più che nessuno li aveva consultati.

Analisi gratuita di stupefacenti a un festival musicale a Porto, 2019 (Steve Forrest, Panos/Luz)

“È una questione di dignità”, ha spiegato il dottor Goulão alla stampa. “Le persone devono smettere di sciogliere l’eroina nell’acqua delle pozzanghere e di condividere gli aghi infettandosi a vicenda”.

Da quando la stanza è in funzione è usata regolarmente da circa duecento persone. Sul posto c’è tutto l’occorrente per una somministrazione sicura: aghi, siringhe, cannucce di vetro. L’unica cosa che bisogna portare con sé sono le droghe. Possono essere assunte in due ambienti: uno per iniettarsi l’eroina e l’altro per fumare. Alcuni infermieri controllano da dietro un vetro se qualcuno ha bisogno di aiuto.

Un’altra possibilità

Per molte persone con dipendenza da eroina una possibilità terapeutica è il metadone, un oppioide che soddisfa l’astinenza senza sballare. Ogni giorno i dipendenti dell’organizzazione Ares do Pinhal girano per Lisbona in furgone offrendolo gratuitamente. Ad attenderli ci sono uomini d’affari, artisti, imprenditori, impiegati, cuochi e casalinghe, in media circa 1.200 persone. Ognuno riceve un bicchierino di plastica di metadone: lo inghiottono e tornano ai loro impegni quotidiani.

I senzatetto con tossicodipendenze vengono aiutati da organizzazioni non governative come Crescer, anche attraverso 340 appartamenti sparsi in tutta la capitale. Sono affittati sul mercato privato, ma con il sostegno economico del comune.

“Spesso le persone che finiscono in questi appartamenti hanno alle spalle anni di vita per strada. Devono rispettare solo due regole: i nostri collaboratori gli fanno visita almeno sei volte al mese, e quando cominciano a guadagnare qualcosa restituiscono il trenta per cento delle loro entrate all’associazione”, dice Nave.

“E le droghe?”.

“Sono liberi di assumerle”.

Nave sostiene che il 90 per cento delle persone che lasciano la strada per trasferirsi negli appartamenti rinuncia spontaneamente alle droghe o ne riduce significativamente l’uso. Circa il 20 per cento trova un lavoro. “Questo perché finalmente qualcuno gli dà una possibilità e crede in loro. Non vogliono rovinare tutto”. I datori di lavoro che li assumono ricevono agevolazioni fiscali e sovvenzioni governative per le retribuzioni.

Crescer ha aperto il locale É um restaurante, dove lavorano solo ex senzatetto e persone che avevano delle dipendenze. Per essere assunti bisogna aver smesso di drogarsi e di vivere per strada. Basta una stanza o un posto in ostello, purché abbiano un letto dove dormire e possano farsi la doccia.

Da sapere
La cura funziona
Morti dovute all’uso di droghe per milione di abitanti in alcuni paesi dell’Unione europea, 2019 o ultimo dato disponibile (Fonte: Ecmdda)

Nel menù: baccalà in salsa di panna, guanciale in umido, hamburger vegano con quinoa e fagioli. I prezzi vanno da 7,5 a 9,5 euro.

Nella piccola cucina le pentole fumano. Le ricette sono scritte a pennarello sui muri: dopo anni di tossicodipendenza, alcuni lavoratori hanno problemi di memoria.

“Dovete essere autonomi. In qualsiasi altro ristorante vi spiegheranno solo una volta cosa dovete fare”, li istruisce David Jesus, il capocuoco.

Per dieci anni ha lavorato in hotel a cinque stelle e ristoranti quotati sulla guida Michelin. Fino a un paio di anni prima partecipava a molte feste dove la gente si faceva in abbondanza. “Lavorando con queste persone ho capito che il rischio di caderci è molto alto e che alla fine sono stato fortunato”, dice Jesus. “Basta non avere l’aiuto della famiglia, qualche problema psicologico e magari un orgoglio eccessivo che ti impedisce di chiedere aiuto”.

A É um restaurante guadagna meno che in un ristorante esclusivo, ma durante la pandemia non ha perso il lavoro come invece è successo a molti suoi colleghi. Lui e la sua squadra hanno lavorato per tutto il lockdown cucinando per chi vive in strada, trecento pasti al giorno, sette giorni su sette, perché i senzatetto non conoscono i fine settimana.

Le case bagnate

Ogni primavera i ricercatori entrano nell’impianto di trattamento delle acque reflue di Lisbona, raccolgono dei campioni e poi li testano per verificare la presenza di sostanze stupefacenti. I risultati sono inviati all’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, che redige un rapporto completo.

Le persone possono anche mentire, ma le fogne non nascondono la verità. Per esempio il fatto che tra le città europee in cui le acque reflue si analizzano in questo modo, da anni Lisbona non è più una di quelle con la presenza di stupefacenti più elevata. A vent’anni dalla depenalizzazione, in Portogallo i livelli di consumo di droga e di infezione da hiv sono scesi sotto la media europea. Lo stesso vale per i decessi causati da overdose: negli anni novanta se ne registravano più di trecento all’anno, oggi si sono attestati intorno ai cinquanta.

Le Nazioni Unite, un tempo scettiche sul modello portoghese, nel 2017 hanno rivolto insieme all’Organizzazione mondiale della sanità un appello a tutti i paesi affinché depenalizzino il possesso di droghe per uso personale.

La Norvegia ha avviato da diversi anni una rivoluzione simile a quella portoghese. Ma nel 2020 i morti per overdose sono stati 324, il numero più alto da vent’anni. Il dibattito sulla depenalizzazione è in corso anche in Scozia, un paese molto colpito dal problema della tossicodipendenza. Una strategia simile a quella portoghese è stata introdotta nel 2021 dall’Oregon, negli Stati Uniti. Gli attivisti australiani chiedono al loro governo di seguire l’esempio portoghese, ma finora le loro voci non sono state ascoltate.

Il dottor Goulão non ha alcun rimpianto. Racconta a persone di tutto il mondo la stessa storia di droghe che sapevano di libertà, affinché si cominci almeno a discutere di depenalizzazione. Ne ha parlato anche ai funzionari del governo di Singapore, dove lo spaccio di sostanze stupefacenti è punibile con la pena di morte. “Dopo due ore e mezzo mi hanno detto: ‘Non le promettiamo che il nostro sistema cambierà, ma lei ha piantato un seme’”, racconta.

Al momento i portoghesi stanno affrontando un’altra emergenza sociale: l’alcolismo. In via sperimentale vogliono aprire le cosiddette wet houses. In queste “case bagnate” le persone con problemi di alcol possono bere in condizioni controllate quanto basta per evitare una sindrome da astinenza. Le dosi sono progressivamente ridotte, fino a quando i pazienti non sono completamente liberi dalla dipendenza.

“Abbiamo avuto quest’ idea durante il lockdown, perché con i negozi chiusi le persone avevano difficoltà a comprare alcolici”, spiega Goulão.

In privato il dottore è alle prese con un altro problema. Durante la pandemia sua figlia di sedici anni ha smesso di uscire di casa. Guarda serie tv dalla mattina alla sera. ◆dp

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati