Michail Gorbačëv guidò l’Unione Sovietica per sei anni. Un periodo breve, se pensiamo ai dittatori che sognano il potere eterno. Se ne andò insieme al paese di cui era presidente, per evitare che affogasse nel sangue. È una cosa che molti non possono perdonargli, perché in Russia non c’erano stati governanti come lui prima e non ce ne sono stati dopo. Gorbačëv è stato un estraneo in una società in cui l’ideale di uomo politico è rappresentato da Stalin. Una società malata di paura.

Quella che trent’anni fa sembrava una sua debolezza, oggi appare come un punto di forza che gli permise di superare la prova con successo. Superare in questo caso significa rimanere umano dopo essere arrivato alla carica più alta, sapersi separare da quel ruolo, non impazzire. In quei sei anni l’Urss normalizzò le sue relazioni con il mondo e mise fine alla guerra fredda. La cortina di ferro fu distrutta, il muro di Berlino crollò. Finì il vergognoso conflitto in Afghanistan, preambolo di futuri e ancor più vergognosi conflitti portati avanti dalla Russia. La libertà di stampa fu ripristinata.

I russi oggi hanno imparato nel giro di pochi mesi a chiamare “operazione speciale” una guerra. Quindi possiamo immaginare quale fu la portata dirompente della glasnost (una parola che significa trasparenza e diventò sinonimo di libertà di espressione) dopo decenni d’ipocrisia e bugie. Gorbačëv credeva che per lui e per il vero socialismo ci fosse un futuro, che la politica onesta non temesse il confronto con gli avversari, che non ci fossero argomenti tabù. In questo senso era europeo, parlava la stessa lingua del resto del mondo.

Grazie a Gorbačëv si riunì il primo vero parlamento: al congresso del soviet supremo la società civile, fino a quel momento senza voce, trovò spazio per partecipare al dibattito politico; le persone impararono a parlare dei loro interessi e dei loro problemi, decine di milioni di elettori seguivano i politici alla tv. Quel soviet supremo è un caso unico nel deserto della storia politica russa, tra le spente ovazioni ai congressi del Partito comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) e la terra degli zombi dell’attuale duma. La Russia di Gorbačëv poteva discutere e fare politica. Lui stesso subiva critiche durissime, ma sapeva ascoltare ed era più forte di chi invece si circonda di adulatori.

Nel paese si affermò un sistema multipartitico. Se le idee del Pcus erano giuste, perché doveva aver paura di altri partiti? Gorbačëv la pensava così, demolendo il principio secondo cui il capo ha sempre ragione. Ai suoi tempi si poteva dubitare delle autorità senza rischiare di essere dichiarati agenti stranieri. Scomparve il concetto di nemico del popolo: se ognuno può dire la sua, provare a individuare il nemico non ha più senso, perché semplicemente siamo tutti diversi.

Verso la rovina

A Mosca si svolgevano grandi, libere e pacifiche manifestazioni, come quella del 4 marzo 1990, quando duecentomila persone si radunarono sotto le mura del Cremlino per chiedere di superare il “ruolo guida del Pcus”, previsto dalla costituzione. Quelle persone non furono perseguitate, arrestate o licenziate. Questa era la Russia di Gorbačëv. Agli attuali governanti manca il coraggio per vivere in un paese del genere. Gorbačëv legalizzò la proprietà privata. Tutto ciò che nella Russia di oggi chiamiamo “norma” risale a quel periodo.

La catastrofe russa del 2022 è stata possibile dopo trent’anni spesi a demolire l’eredità di Gorbačëv. Anche prima di Putin c’erano le elezioni, che le forze cosiddette “democratiche” non potevano perdere in nessun modo. Eltsin poté andarsene solo consegnando il paese a un successore: perché il potere deve sempre essere nelle mani sicure di persone di fiducia. In vent’anni la stampa libera è stata distrutta.

Propagandisti e ladri stanno costruendo nuovi muri, sperando d’isolare la Russia dal mondo esterno e, in questo modo, di conservare il potere. La proprietà non esiste, perché l’intero paese appartiene a chi ha deciso di servirsene, mentre gli altri pagano le tasse. La libertà di riunirsi è stata dichiarata una minaccia alla sicurezza dello stato, il dibattito politico è un reato. Si è imposto di nuovo il principio secondo cui il capo ha sempre ragione.

La nostra generazione, quella cresciuta ai tempi di Gorbačëv, è stata fortunata. Abbiamo vissuto in un paese libero, in cui si poteva non indossare un’uniforme militare, non marciare in colonna, usare la propria testa. Questo non può esserci tolto né dalla violenza né dalle leggi. In questo senso siamo gli eredi di Gorbačëv e gli siamo debitori. ◆ ab

Kirill Martynov è il direttore del giornale russo indipendente Novaya Gazeta Europa. A marzo del 2022 la redazione si è spostata in Lettonia per aggirare la censura di Mosca.

Questo articolo è uscito sul numero 1476 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati