Le librerie tappezzavano un’intera parete di una stanzetta al nono piano di un palazzone sovietico. Alla fioca luce di un’unica lampada da tavolo si riuscivano a malapena a distinguere un grande divano che la notte si trasformava in letto, e un sofà per accogliere gli ospiti la sera. Sul divano riuscivano a stringersi fino a venti persone, mentre altre si appollaiavano su panche traballanti messe insieme con assi di legno. L’appartamento apparteneva al fisico Aleksandr Krivomazov, ma per le centinaia di persone che frequentavano casa sua era semplicemente Saša.
Saša ospitava serate di lettura. A metà anni settanta il disgelo di Chruščëv, che aveva spezzato l’oppressione del periodo staliniano, stava cedendo il passo a quella che sarebbe stata chiamata l’era della stagnazione brežneviana. Il governo conservatore non riusciva ad adattarsi ai tempi nuovi, e tutta la letteratura, l’arte, il teatro erano soggetti alla censura dello stato. I censori ufficiali intervenivano su tutto ciò che non combaciava con la linea del partito o più semplicemente si prestava a “interpretazioni sbagliate”.
Saša Krivomazov prendeva molto sul serio le serate a casa sua. Registrava i poeti e gli autori famosi che presentavano le loro opere e li fotografava con una vecchia Zenit
“Il mondo letterario sovietico degli anni settanta era diviso in ufficiale e non ufficiale. Solo chi faceva parte dell’Unione degli scrittori poteva presentare le sue opere alla Casa centrale dei letterati (Tsentralnyj dom literatov, una sorta di club per gli scrittori). Chi non faceva parte dell’Unione o ne era stato cacciato doveva trovare tribune alternative. All’epoca erano molti i club e le serate in case private che fingevano di fare qualcosa di completamente diverso, ma in realtà creavano spazi per letture e mostre. Però quelle serate nell’appartamento di Saša Krivomazov erano speciali. Erano una vera istituzione, una sorta di Casa centrale dei letterati non ufficiale con un programma e un calendario”, ricorda la poeta Tatjana Šerbina.
Da Saša le letture si tenevano di venerdì e sabato intorno alle sei del pomeriggio. Il padrone di casa affiggeva il programma delle due o tre settimane successive a una parete della stanza e gli aggiornamenti si diffondevano con il tam-tam degli amici. Gli ospiti si radunavano in piccoli gruppi e prendevano la metro fino al quartiere Orechovo-Borisovo, nella zona sudest di Mosca. Poi salivano su un autobus e proseguivano per altri venti minuti passando davanti a tanti palazzoni identici, fino a raggiungere la stanzetta di Krivomazov alla periferia della città. Con la sua carta da parati sottile e le panche improvvisate, diventò un vero centro per le arti. Tra il 1975 e il 1983, Saša ospitò più di 350 serate letterarie.
“Noi scrittori a volte ci riunivamo, ci sedevamo in circolo e leggevamo a turno. Ma solo Saša dedicava un’intera serata a una sola persona, per dimostrare cosa contava davvero in un’opera”, ricorda Julija Pokrovskaja, una poeta e traduttrice che frequentava quelle riunioni. Anche la poeta Anna Godman è d’accordo. “Le serate a casa di Saša godevano di una fama particolare. Era un giudice letterario severissimo. Una presentazione a casa sua era molto prestigiosa”.
Saša prendeva molto sul serio queste serate. “Per me era importante che chi le frequentava ricevesse qualcosa. Gioia, magari. Altrimenti non aveva molto senso trascinarsi fino a casa del diavolo”, scherza. Registrava i poeti e gli autori famosi che presentavano le loro opere a casa sua e li fotografava con una vecchia Zenit. Nei suoi archivi figurano letture di Arkadij Štejnberg, Mark Rozovskij, Vladimir Alejnikov, Garri Gordon, Genrich Prigov, Vasilij Aksënov e molti altri.
Ma non erano tempi spensierati. La fiducia era merce rara, e Saša era perfettamente consapevole dei rischi che correva. “Era un’epoca in cui il termine ‘Kgb’ veniva usato in una frase su due come una parolaccia. La gente non si fidava del prossimo e preferiva starsene per conto proprio”, racconta. “Le serate a casa mia erano concepite per persone che si sentivano più libere, più aperte. Persone che si fidavano un po’ di più di chi avevano intorno. Ma io temevo che il Kgb potesse incastrarci in qualunque momento. Mi sentivo questo peso addosso ogni giorno”.
Al momento di entrare nell’appartamento di Krivomazov tutti contribuivano con un rublo destinato a pagare il cibo e il taxi dell’artista che interveniva quella sera. “Non era una grossa cifra, ma non era neanche pochissimo. Un biglietto per il teatro allora costava da uno a cinque rubli”, ricorda Lidia Ioffe, un’ingegnera informatica che frequentava le serate. “Veniva servito del tè, ed era sempre ottimo tè, indiano o di Ceylon, cose che all’epoca non si trovavano facilmente. E pane bianco con burro e affettati. Ricordo ancora com’era tutto buono”. Raramente si servivano alcolici. Un’eccezione fu la sera in cui si esibì lo scrittore Venedikt Erofeev. Il suo famigerato poema in prosa Moskva-Petuški fu scritto nel 1969-1970, pubblicato in Israele nel 1973 e a Parigi nel 1977. In Unione Sovietica passò di mano in mano grazie alle reti clandestine dei dissidenti e diventò ampiamente accessibile al grande pubblico solo nel 1989, quando un almanacco letterario ne pubblicò una versione adattata. La storia semiautobiografica segue gli spostamenti di un intellettuale alcolizzato, Venička, su un treno suburbano per pendolari.
La notte in cui lesse la sua opera, Erofeev si accertò che gli ospiti avessero due bottiglie di vino a testa e raccomandò di bere un bicchiere dopo ogni ritornello. Ma alcuni non seguirono le sue indicazioni, perciò, dopo aver finito le cinque bottiglie che si era riservato, Erofeev bevve anche quello che avevano lasciato gli ospiti. Quella sera, Krivomazov fece l’unica registrazione conosciuta di Erofeev che legge una sua opera.
Otto anni dopo vendette la registrazione alla moglie di Erofeev per cento rubli. Lei l’aveva chiesta perché il marito si era ammalato di tumore alla laringe e aveva sempre più difficoltà a esibirsi in pubblico. Avevano progettato di usare la registrazione durante le sue letture. Saša si fece una brutta fama per aver cercato di speculare sulla notorietà di Erofeev in quel difficile periodo.
Krivomazov è cresciuto con sua madre, che non era sposata. Fino ai sei anni di età visse con lei ad Almaty, nella repubblica socialista sovietica del Kazakistan, poi i due si trasferirono a Rostov sul Don e successivamente a Urjupinsk, dove la madre era diventata la direttrice del servizio postale locale. Ogni giorno portava a casa dal lavoro delle riviste da far leggere al figlio. Fu in una di queste riviste che Saša lesse per la prima volta Biglietto stellato e _Arance dal Marocco _di Vasilij Aksënov, e tutto cambiò.
Nel 1964 Krivomazov fu ammesso all’istituto di ingegneria e fisica di Mosca. Osservava i suoi professori con sgomento, e decise che avrebbe dedicato tutta la sua energia a fuggire da quelle che considerava le desolate realtà della vita sovietica. S’immerse nella poesia di Andrej Belyj, Anna Achmatova e Aleksandr Puškin insieme agli articoli di Viktor Žirmunskij e Boris Ejchenbaum. Passava le notti a leggere, poi la mattina correva alla biblioteca di storia per prendere in prestito altre decine di libri. Sfogliava più di cento libri al giorno: Čechov, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Tarkovskij e gli antichi greci, Eschilo, Sofocle, Euripide, Omero, Pindaro, Archiloco di Paro.
Durante gli anni dell’università Krivomazov si era sposato e viveva con la moglie e la figlia neonata nell’appartamentino della suocera. Sua moglie era una maestra elementare. I suoi nuovi parenti non approvavano che lui continuasse a studiare invece di mettersi a lavorare. Il matrimonio si concluse dopo due anni. Krivomazov seguì la carriera accademica, diventò un ricercatore e si trasferì in un monolocale vicino alla superstrada Kaširskoe, acquistato da sua madre. Cominciò a dare lezioni di matematica e fisica a una ragazza e presto tra loro nacque una relazione. Alla fine, le conversazioni sulla matematica lasciarono il posto a discussioni sull’arte e la letteratura, e la donna gli raccontò che un suo amante conosceva Evgenij Bachurin, il cantautore preferito di Krivomazov. Glielo presentò e in una mite serata di maggio del 1975 Bachurin si esibì per un piccolo pubblico a casa di Saša. Sarebbe stato il primo di centinaia di eventi ospitati in quella stessa stanza.
Krivomazov raggiungeva poeti e scrittori tramite persone che conosceva. Sceglieva solo quelli che erano disposti a intervenire gratuitamente o ad accettare un piccolo compenso, perché lui e i suoi ospiti non potevano permettersi biglietti costosi. Molti erano lieti di partecipare in cambio di un passaggio in taxi o qualcosa da bere. Lo scrittore di fantascienza Arkadij Strugatskij, per esempio, disse che avrebbe presentato la sua opera in cambio di una bottiglia di cognac. Krivomazov fece carte false e si rivolse a dei suoi parenti di Almaty per procurarsi il cognac e invogliare Strugatskij. Ma Strugatskij non lo bevve e andando via, alla fine della serata, dimenticò di prendere la bottiglia. In seguito, fu proprio la parente di Almaty a scolarsi il cognac quando venne a trovare Krivomazov a Mosca.
Alla fine della serata, il padrone di casa offriva a ogni autore un biglietto di ringraziamento. Oltre a scattare foto e a registrare le letture, Krivomazov chiedeva al protagonista della presentazione di scrivere qualche riga in un grande album fotografico. Più tardi avrebbe aggiunto le foto alle loro parole. L’archivio continuava a espandersi.
“Faceva foto a tutti, autori e pubblico. Non dava mai a nessuno queste foto. O almeno non agli ospiti comuni”, ricorda Lidia Ioffe. “Una volta, convinsi degli amici a venire con me a una di queste serate. Dettero un’occhiata a quello che succedeva e inorridirono. ‘Sei pazza?’, mi dissero. ‘Questo è un appartamento del Kgb! È la classica trappola!’. E si coprirono il volto per non apparire nelle foto”, racconta. Secondo Ioffe è possibile che le serate si svolgessero sotto lo sguardo vigile delle “autorità competenti”, ma per quanto ne sa nessuno finì mai nei guai per colpa di Saša.
Secondo Anton Berezin, autore di libri per bambini, la voce che Krivomazov lavorasse con i servizi segreti cominciò a circolare perché la gente si accorse che lui non veniva mai “prelevato”, anche se molti erano a conoscenza della cultura letteraria clandestina che sosteneva. Lo scrittore Evgenij Kozlovskij invece era convinto che il responsabile dei suoi guai con la legge fosse Saša: “La mia incarcerazione a Lefortovo fu dovuta solo a quelle serate. Certo, erano straordinarie: ci riunivamo, facevamo quelle letture. Ma poi c’erano i porci. Lo stesso Krivomazov testimoniò contro di me, e anche contro altre persone. Quando sei un eroe di quel genere, quando ti prendi la responsabilità di riunire la gente in quel modo, non dovresti collaborare con il Kgb. Invece lui collaborò, e in un modo orribile. E non saprei dire se aveva o non aveva scelta”. La sera del 6 dicembre 1982, tornando a casa, Krivomazov vide un’auto della polizia parcheggiata davanti all’ingresso del suo palazzo. Non ci fece troppo caso, entrò e si addormentò subito. Ma alle due del mattino fu svegliato dal campanello. Non si alzò per aprire la porta: “Pensai che fosse un ubriacone in cerca di alcol, o che qualcuno fosse venuto a trovarmi da fuori città senza avvertirmi, ed è una cosa che non sopporto”, ricorda. Il campanello continuò a suonare e Krivomazov continuò a ignorarlo. Pensava ai vicini brontoloni che disapprovavano le sue serate e chiamavano la polizia. Pensava ai suoi problemi al lavoro, all’Istituto per la storia delle scienze naturali e la tecnologia: “Tutti ricevono delle gratifiche, solo io non ne ricevo mai”. Pensò all’amministratore del palazzo a cui non piacevano i suoi ospiti perché fumavano sulle scale. Finalmente, alle otto del mattino, sentì la voce dell’amministratore davanti al suo portoncino. “Qualcuno sa dov’è Krivomazov? Dobbiamo fargli una domanda veloce. Le luci, il gas sono accesi? Dobbiamo controllare”. Dopo una notte di paura e paranoia, finalmente Saša aprì la porta. Entrarono otto poliziotti seguiti da due o tre testimoni ufficiali, e la perquisizione ebbe inizio.
Ma non riuscirono a trovare gli album delle foto e le registrazioni audio. Un anno prima, lo scrittore Evgenij Popov gli aveva suggerito di trovare un altro posto per il suo archivio. “Con Dmitrij Prigov e alcune altre persone avevamo fondato un almanacco, Catalog – un periodico non ufficiale – e il Kgb volle saperne di più. Perquisirono casa mia”, ricorda Popov. “Sapevo che se avevamo attirato la loro attenzione avrebbero perquisito anche l’appartamento di Saša”. Krivomazov aveva ascoltato il suo consiglio. Aveva infilato tutto il materiale in otto grandi valigie, le aveva sigillate accuratamente con un impasto appiccicoso di colla e cartapesta e le aveva distribuite “tra persone di cui potevo fidarmi”. Passò gli anni seguenti a spostare le valigie da un nascondiglio all’altro, controllando, quando poteva, che il contenuto fosse intatto.
Alla fine della perquisizione le autorità presero qualche libro e degli opuscoli dalla sua biblioteca. Ma l’appartamento di Krivomazov non fu l’unico a essere perquisito quella notte: la polizia fece visita a un altro centinaio di case in tutta Mosca. Sequestrarono libri, manoscritti e corrispondenza personale degli scrittori Evgenij Kozlovskij e Nikolaj Klimontovič e dei poeti Vladislav Len e Bachyt Kenžeev. Kozlovskij, che aveva partecipato varie volte alle serate di Saša, fu accusato di “aver deliberatamente diffuso false insinuazioni” e calunnie contro lo stato e l’ordine sociale dell’Unione Sovietica nel suo racconto Il dissidente e il funzionario, pubblicato sulla rivista Kontinent. Lo scrittore passò sette mesi e mezzo in custodia preventiva a Lefortovo.
Krivomazov fu invitato più volte a testimoniare sul caso Kozlovskij. Sostiene di non aver mai detto nulla sullo scrittore arrestato. Dopo la perquisizione, gli furono restituiti diversi libri, ma non tutti, e andò dal funzionario che stava indagando per chiedergli di un volume che non aveva riavuto. Durante il loro incontro, nel bel mezzo della conversazione sentì la porta aprirsi e poi richiudersi alle sue spalle. “Non entrò nessuno. Potrei sbagliare, ma allora ero convinto che avessero aperto la porta per Kozlovskij, per fargli vedere che ero lì e sostenere che stavo parlando di lui con il Kgb”.
Dopo questi avvenimenti, Krivomazov ospitò un altro paio di serate e poi smise di invitare i suoi amici: “Fai qualcosa di buono, qualcosa di cui la gente ha bisogno, e poi loro sparlano, dicono che collabori con il Kgb. Io non avevo nulla a che fare con il Kgb. E le serate comunque finirono per via di Maša”, dice Krivomazov.
Maša, una poeta e traduttrice che si è data questo nome per non essere riconosciuta, conobbe Krivomazov poco prima della perquisizione a una delle sue serate. Avevano cominciato a passare molto tempo insieme. “Per vedere Maša, per uscire con lei, dovevo avere più tempo a disposizione. Le serate erano state rovinate dal Kgb. Avevo la sensazione che dentro di me si fosse incrinato qualcosa, la roccia che aveva tenuto tutto insieme. Improvvisamente mi ero reso conto di essere circondato da tante cose nuove di cui non sapevo assolutamente nulla: il cinema polacco, i film tedeschi e britannici… Ci sedevamo al cinema uno accanto all’altra, io con la mano sulle sue ginocchia. Non avrei potuto farlo alle mie serate”, spiega Saša. La sua situazione economica era difficile, e questo era un ulteriore ostacolo. L’ultima serata si svolse nel febbraio 1983.
Krivomazov passò anni a cercare nuovi nascondigli provvisori per le sue valigie e a spostarle. Finalmente, nei primi anni novanta, radunò l’intero archivio e lo riportò nel suo appartamento. In quegli anni, insieme a un partner commerciale, aveva fondato una casa editrice specializzata in riviste economiche e aziendali, e nel 1996 aveva già guadagnato abbastanza da potersi permettere un nuovo appartamento nel centro di Mosca. Il monolocale vicino alla superstrada Kaširskoe diventò una specie di magazzino per le sue cose, tra cui quasi tutte le valigie dell’archivio. Nella nuova casa ne portò solo due, le altre sei rimasero nel vecchio monolocale.
Nel 2007 Krivomazov andò in pensione. Cinque anni dopo, nel 2012, fece conoscenza online con una donna, Nadežda Perminova, che lavorava come dirigente medico all’istituto di ricerca clinica Sklifosovskij di Mosca. Si frequentavano da un anno quando Krivomazov finì in ospedale e Perminova sostenne che aveva il cancro. La diagnosi non fu mai confermata, e lui cominciò a sospettare che lei lo avesse avvelenato per chiuderlo in un reparto d’ospedale. Quando fu dimesso, tornò a casa per scoprire che oggetti costosi, denaro e documenti personali erano spariti. Il giorno dopo, Perminova lo accompagnò da un notaio e gli fece pressioni perché firmasse delle carte che le consentivano di vendere il suo vecchio monolocale. “E lei sfruttò subito questa possibilità, si procurò dei documenti falsi e li usò per vendere l’appartamento, senza darmi nemmeno un rublo”. Krivomazov tornò nel vecchio appartamento due mesi dopo, e lo trovò vuoto. Impossibile rintracciare le sei valigie.
Nel novembre 2017, Perminova è stata condannata per frode e condannata a cinque anni di carcere. Krivomazov è rientrato legalmente in possesso del suo vecchio appartamento nel 2019.
Gli restavano solo due valigie su otto. Era riuscito ad aprirne una, ma l’altra rimaneva ermeticamente sigillata. Un giorno, però, un commento su Facebook ha portato a una nuova svolta nella complicata storia delle valigie.
Un certo Ilja Simanovskij aveva postato una foto in un gruppo di Facebook dedicato ad Arsenij Tarkovskij e al figlio Andrej. La foto era stata scattata sul set del film Stalker, basato su un libro dei fratelli Strugatskij. In un commento al post, Krivomazov ha raccontato che Arkadij Strugatskij, uno dei fratelli, aveva parlato delle riprese del film durante una delle serate che aveva organizzato nel vecchio appartamento. Ha detto a Simanovskij che aveva la registrazione audio a casa sua, ma non poteva disporne perché la valigia non si riusciva ad aprire. Simanovskij si è presentato da lui e ha spaccato la valigia, scoprendo tesori degli anni settanta e ottanta che nessuno vedeva da anni.
Simanovskij era un entusiasta che collezionava vecchie registrazioni audio di scrittori e poeti, e si è emozionato nel sentire la voce di Arkadij Strugatskij. Ha deciso di digitalizzare l’archivio e ha portato tutta l’attrezzatura necessaria per mettersi al lavoro. Oggi Krivomazov pubblica le foto online in un sito che racconta la storia delle sue serate. Finora lui e Simanovskij hanno pubblicato le foto di cinque degli album trovati nell’ultima valigia. La storia delle foto e delle registrazioni ha cominciato a circolare sui mezzi d’informazione russi, e gli studiosi di letteratura hanno già usato l’archivio per trovare immagini da pubblicare nei loro libri.
Krivomazov dice di essere felice senza le sue serate perché così ha il tempo di concentrarsi su quello che oggi è importante per lui. Passa le giornate condividendo l’archivio che ha curato e creando siti che raccontano la storia dei grandi poeti sovietici. ◆ gc
Kristina Safonova
è una giornalista russa. Questo articolo è uscito in inglese sul periodico online Meduza con il titolo Eight hidden suitcases.
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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati