inflazione

Alle preoccupazioni per il crollo della lira e l’aumento del costo della vita, i turchi hanno dovuto aggiungere anche gli sconcertanti consigli di un parlamentare del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), quello del presidente Recep Tayyip Erdoğan: mangiate di meno. “Se in circostanze normali mangiamo uno o due chili di carne al mese, allora mangiamone mezzo chilo”, ha dichiarato Zülfü Demirbağ in una nota finita il 23 novembre sulle prime pagine di tutti i giornali, mentre la valuta nazionale perdeva il 15 per cento del suo valore rispetto al dollaro. “Invece di comprare due chili di pomodori, compriamo due pomodori”, ha continuato Demirbağ, riprendendo gli appelli di Erdoğan all’unità della popolazione nella lotta contro le “forze oscure” che cercano d’indebolire la Turchia. Una simile retorica complottista può avere ancora una certa presa sui sostenitori più fedeli dell’Akp, per i quali il presidente è un leader in grado di assicurare alla Turchia il posto che le spetta di diritto nell’ordine globale. La maggior parte della gente, però, sta perdendo la pazienza. “Anche nell’elettorato dell’Akp sta crescendo il malcontento. Tutti i sondaggi affidabili rilevano un calo costante negli ultimi due mesi”, afferma Sinem Adar, politologa del Centre for applied Turkey studies di Berlino.

I turchi guardano con orrore e confusione al crollo della lira soprattutto dopo che la banca centrale, per ordine di Erdoğan, ha tagliato i tassi d’interesse per il terzo mese consecutivo, anche se a ottobre l’inflazione era ufficialmente al 20 per cento. Dall’inizio di novembre la lira è crollata del 20 per cento rispetto al dollaro. La spirale verso il basso ha accelerato dopo che, il 22 novembre, il presidente ha dichiarato che il paese sta combattendo una “guerra d’indipendenza economica” paragonabile alla lotta di liberazione degli anni venti del novecento, suggerendo la possibilità di ulteriori tagli ai tassi d’interesse. Il 23 novembre la Apple ha interrotto le vendite online in Turchia perché la valuta nazionale ha travolto una dopo l’altra le soglie di 11, 12 e poi 13 lire nel cambio con il dollaro, rendendo di fatto impossibile per le aziende dare un prezzo ai loro prodotti. “Quando sono entrato in ascensore un dollaro costava 11,5 lire. Quando sono uscito ne costava 12,15”, ha scritto un giovane avvocato di Istanbul in un tweet diventato subito virale.

Studiato a tavolino

Seguendo i disordini da lontano, molti investitori internazionali prevedono che alla fine Erdoğan cederà alla necessità di un forte aumento dei tassi d’interesse per fermare la svalutazione, come ha fatto durante l’ultima grave crisi valutaria, nell’estate del 2018. Gli osservatori turchi, tuttavia, non sono convinti che il presidente sia preoccupato. “Non penso che questo sia il risultato di ignoranza o di un provvedimento folle preso solo per ragioni religiose”, ha rilevato Ibrahim Turhan, ex parlamentare dell’Akp che nel 2018 ha fondato un nuovo partito. “Secondo me è un piano studiato a tavolino”.

Lo ha suggerito lo stesso Erdoğan. Di recente il leader turco ha sostenuto che “un tasso di cambio competitivo apre la strada a forti investimenti, a una maggiore produzione e a un aumento dell’occupazione”. I partiti d’opposizione hanno risposto accusandolo di “tradimento” per la sua apparente indifferenza alle difficoltà crescenti del paese, che dipende molto dalle importazioni e, a ogni crollo della lira, vede aumentare i prezzi dei beni di prima necessità.

Da sapere
A corto di medicinali

◆ In Turchia cominciano a scarseggiare anche i medicinali. Le aziende farmaceutiche hanno avvertito che le riserve si stanno assottigliando, dal momento che la forte svalutazione della lira turca sta mandando alle stelle i prezzi delle importazioni. Nei prossimi mesi sono a rischio molti farmaci, tra cui alcuni usati per i bambini e altri molto diffusi, come quelli per il raffreddore, il diabete e la pressione alta. La crisi monetaria, intanto, spinge sempre di più i turchi a convertire i loro soldi in dollari o in euro. Attualmente il 59 per cento dei depositi presso le banche turche è formato da valute straniere. Reuters, The Wall Street Journal


Gli analisti si chiedono fino a che punto un presidente che ha costruito il suo successo sulla base di un benessere crescente nel paese sia disposto a far crollare la valuta, e quali saranno le conseguenze per il suo futuro politico se, come avvertono alcuni economisti, la svalutazione dovesse provocare un’iperinflazione del 30 per cento o perfino più alta.

Erdoğan e il suo alleato Devlet Bahçeli, leader del partito del Movimento nazionalista (Mhp), di estrema destra, hanno respinto le richieste pressanti dell’opposizione di anticipare le elezioni previste per il 2023. “Mi chiedo se l’alleanza riuscirà a sopravvivere fino a quella data, visto che si sta indebolendo rapidamente”, ha affermato Adar. “E se dovesse crollare all’improvviso? Se l’Mhp o l’apparato di sicurezza dovessero ritirare il loro appoggio all’alleanza di governo?”.

Secondo altri è più probabile che i problemi arriveranno dalle defezioni interne allo stesso partito al potere. “Meglio non essere un parlamentare dell’Akp quando la nave sta affondando, soprattutto se non appartieni alla cerchia più ristretta del presidente”, ha affermato Can Selçuki, direttore dell’istituto di sondaggi Turkiye Raporu.

In Turchia, dove negli ultimi sei anni ci sono stati numerosi attentati terroristici, un tentato colpo di stato e diversi disordini finanziari, la vita scorre normalmente. Ma cominciano a registrarsi piccoli segnali di una crescente agitazione. Davanti ad alcune stazioni di rifornimento si sono formate delle code in previsione di un aumento dei prezzi. Piccole proteste, alcune organizzate dal Partito comunista turco, hanno portato a diversi arresti a Istanbul e Ankara. Secondo Selim Koru, analista del centro studi Tepav, se in piazza dovessero scendere molte più persone, Erdoğan non si farebbe problemi a usare la forza. “I suoi sostenitori al momento sono una minoranza e stanno continuando a perdere terreno. Il presidente avrà sempre più paura delle proteste”. Il 25 novembre i leader del Partito popolare repubblicano, all’opposizione, hanno espresso il timore che il presidente possa dichiarare lo stato d’emergenza. Un esponente dell’opposizione lo ritiene esagerato, ma poi ha aggiunto: “Se pensiamo al governo che sta gestendo questo paese, niente è impossibile”. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1438 di Internazionale, a pagina 115. Compra questo numero | Abbonati