Per poter lasciare la sua tenda prima dell’inverno, Dima Awad ha ancora bisogno di una cosa: un water. Awad, 48 anni, ha affittato un piccolo garage nella parte occidentale della città di Gaza e ha già portato lì la maggior parte delle sue cose. Ma non può trasferirsi finché non avrà trovato una tazza del water, oggetto che è sempre più difficile da reperire a Gaza perché rientra in una lista di prodotti essenziali a cui Israele continua a impedire l’accesso.
“Ho pagato l’affitto dieci giorni fa e sto cercando un water da due settimane”, dice Awad, che vive con suo figlio da quando il marito è andato all’estero per curarsi. “Non c’è modo di trovarne uno nuovo a un prezzo accessibile e quelli di seconda mano non sono adatti e sono comunque costosi”. Un water a Gaza oggi costa tra i 1.500 e i 2.000 shekel (tra 433 e 578 euro).
“Ho fatto tutto il possibile per lasciare la tenda, in modo da non inzupparci ogni volta che piove, come è successo l’anno scorso. Ma il garage che ho trovato non ha un bagno, quindi dobbiamo costruircelo”, continua Awad. “L’affitto mi sembra conveniente, in confronto ai prezzi attuali. Costa circa 600 shekel (173 euro) al mese. Ma ora sono costretta a comprare un water che mi costa il doppio dell’affitto”.
Dopo aver imposto il blocco sulla Striscia di Gaza nel 2007, Israele ha vietato o limitato l’ingresso di molte cose, classificate come prodotti “a duplice uso”, cioè che potrebbero essere usati per scopi militari. Tra questi c’erano materiali da costruzione, pompe idrauliche e per acque reflue, apparecchiature elettriche, generatori, attrezzature sanitarie, sedie a rotelle, stampelle e altri beni essenziali.
Nei primi due anni del genocidio cominciato il 7 ottobre 2023 Israele ha sigillato i valichi di Gaza e ha fortemente ridotto l’accesso di merci e aiuti umanitari, tra cui cibo, farmaci e carburanti. Secondo l’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele avrebbe dovuto revocare le restrizioni e facilitare l’ingresso a Gaza degli aiuti umanitari internazionali. Eppure, dopo quasi un anno, restano in vigore molte restrizioni, anche su farmaci, teli e tende, materiali per la ricostruzione e altri prodotti più o meno essenziali. Israele continua a bloccarli, sulla base di quella che gli operatori umanitari definiscono la “lista fantasma”.
Oggetti scomparsi
“Ho un accendino che presto a tutti nel campo”, racconta Imad Sersawi, 45 anni. “Chi ne ha uno è considerato ricco, perché costa 90 shekel (26 euro). È anche difficile trovarli nei mercati, perché non li fanno entrare da mesi”. Sersawi, padre di cinque figli, racconta che sempre più oggetti stanno scomparendo dai mercati di Gaza: “Un giorno trovi una cosa; il giorno dopo l’hanno proibita e non c’è per chissà quanto tempo. Alcune non entrano da anni. Da quando è cominciato il genocidio non ho potuto comprare giocattoli per i miei figli”. Oggi i negozi di giocattoli vendono a prezzi esorbitanti tutte le rimanenze di prima della guerra.
Il sistema che disciplina le restrizioni resta opaco e Israele non pubblica una lista completa e aggiornata dei prodotti a duplice uso dal 2017. Anche oggetti di uso quotidiano che normalmente sarebbero scontati sono diventati difficili da trovare. Baidaa Othman, una giornalista palestinese, ha attraversato due governatorati per trovare una molletta per capelli, che alla fine ha pagato dieci volte il prezzo originale.
Sojood Hasan, una fisioterapista di Gaza sfollata a Deir al Balah, in un video su Instagram spiega come le restrizioni sulle pinze per capelli si traducono in una minore libertà di scelta delle donne. “Non muore nessuna se manca un fermaglio. Ma la sensazione che la tua vita non sia nelle tue mani può logorarti. Oltre ad affrontare tutte le difficoltà, come cucinare con la legna, è naturale che le donne vogliano sistemarsi i capelli per non averli in faccia o sul collo”. Hasan ha pagato 45 shekel (13 euro) un fermaglio che prima costava quattro shekel (1,20 euro).
“Israele sa esattamente quello che fa”, dice Othman. “Questa politica non è casuale, ma serve a rendere impossibile agli abitanti di Gaza anche le cose più semplici”. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati