Il trionfo della mozione di sfiducia al governo promossa dal segretario del Partito socialista Pedro Sánchez è una grande opportunità per rinnovare la democrazia spagnola. La corruzione delle istituzioni portata avanti dal Partito popolare (Pp), confermata dalla sentenza dell’Audiencia nacional, e comportamenti simili da parte del partito indipendentista Convergència i Unió in Catalogna e del Psoe in Andalusia hanno minato la fiducia dei cittadini, spezzando il legame tra istituzioni e società nel momento in cui la crisi economica ha peggiorato le condizioni di vita e ha chiuso l’orizzonte per molti giovani.

La crisi della democrazia liberale, in atto quasi ovunque (pensiamo all’Italia), è la madre di tutte le crisi, perché se lo stato diventa un patrimonio personale della classe politica è impossibile trovare un accordo sulle decisioni necessarie per affrontare i problemi. Senza consenso, ognuno finisce per pensare a sé, con i potenti che si danno al saccheggio e i cittadini che oscillano tra la rivolta e il cinismo. La frammentazione del parlamento spagnolo è un fattore positivo, che obbligherà i partiti a negoziare al di fuori dei canali consolidati di maggioranze politiche su cui i cittadini non hanno controllo. La Spagna è una realtà plurinazionale caratterizzata dal pluralismo politico: bisogna partire da qui per stabilire dei legami tra interessi e identità che consentano la convivenza. Solo a quel punto sarà possibile affrontare i problemi che stanno disintegrando la società spagnola. Il passaggio da un governo guidato dalla coalizione di destra, formata da Partito popolare (Pp) e Ciudadanos (espressione del nazionalismo spagnolo più estremo e intollerante), a un governo socialista obbligato a cercare il consenso per governare può dare alla Spagna una cultura democratica che per ora è solo apparenza. E può ricostruire uno stato sociale che è la base di una vita dignitosa, bloccando le minacce contro le pensioni o riconoscendo i diritti delle donne.

Il passaggio dalla coalizione di destra a un governo socialista obbligato a cercare consenso per governare può dare alla Spagna una cultura democratica che per ora è solo apparenza

Nel suo discorso a sostegno della mozione di sfiducia Pedro Sánchez ha parlato di tutte queste cose. Finalmente ha potuto realizzare il suo slogan “no è no”, con il quale si era rifiutato di aderire al governo di grande coalizione proposto da Rajoy. La sua offerta a Rajoy di fermare la mozione di sfiducia nel caso in cui si fosse dimesso ha neutralizzato le critiche di Ciudadanos e del Partito popolare, che lo accusavano di agire per tornaconto personale. Dati alla mano, si può dire che Sánchez ha introdotto nella politica spagnola una dimensione etica che era stata messa al bando dalla maggioranza dei partiti, a eccezione di Podemos ed Esquerra, che non hanno avuto casi di corruzione.

Bisogna sottolineare il coraggio di Sánchez. Ha affrontato il fatto che il suo partito aveva tradito la promessa elettorale di non sostenere Rajoy. È stato cacciato dal complotto che i poteri spagnoli ed europei hanno organizzato dentro al Psoe. Ha rinunciato al suo seggio di deputato per non disubbidire alla gerarchia del partito, anche se era illegittima. Si è confrontato con la base e ha vinto nettamente le primarie che l’hanno riportato alla segreteria. Si è opposto alla corruzione e alle politiche antisociali del Pp, anche se si era schierato con la repressione anticatalana e a favore dell’applicazione dell’articolo 155, una posizione inevitabile per chi aspira al governo della Spagna, perché nessun partito nazionale può accettare la secessione. Ma ha sempre parlato di una soluzione politica e non giudiziaria della questione catalana. E ha chiesto un dialogo senza condizioni politiche.

Con il sorprendente arrivo di Sánchez alla presidenza del governo spagnolo, si apre una nuova prospettiva per la normalizzazione istituzionale in Catalogna, agevolata dalla sospensione dell’articolo 155 della costituzione e dall’insediamento del nuovo governo catalano, con il quale Sánchez si è impegnato a dialogare. Si aprono anche nuove prospettive di politica sociale: è svanito il pericolo non solo di un Partito popolare corrotto, ma anche di un Ciudadanos neoliberista disposto a liquidare le conquiste ottenute dalla socialdemocrazia spagnola. Per cambiare rotta pochi mesi prima delle scadenze elettorali, però, Sánchez avrà bisogno del sostegno di Podemos, che ha detto di voler collaborare a condizione di avere voce in capitolo sui provvedimenti. Questa alleanza prefigura un progetto di sinistra in cui socialdemocratici veri e rivoluzionari tranquilli impareranno a camminare insieme. Perché solo insieme potranno cambiare il paese.

Attenzione però alla furia della controriforma, temuta da alcuni mezzi d’informazione. Non bisogna aver paura degli imprenditori, che sono molto meno rozzi di quanto si pensa. Di recente parlavo con uno dei principali imprenditori spagnoli, favorevole allo sforzo di cambiamento di Sánchez. Il capitalismo non è corruzione, mi diceva, ma creazione di ricchezza. Ci stiamo lasciando alle spalle un regime corrotto e uno stato autoritario. Forse questo paese riuscirà a uscire dal suo dramma quotidiano, con dei politici che ci rappresentano invece di sfruttarci per il loro tornaconto personale. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati