Nel novembre del 2009, quando Candace Claiborne fu inviata a Pechino dal dipartimento di stato americano, il suo datore di lavoro era nervoso. L’ambasciata statunitense aveva appena lasciato un edificio nel cuore del quartiere diplomatico della città per trasferirsi in un complesso recintato di quattro ettari lontano dal centro, un fortino da 434 milioni di dollari che trasmetteva un senso di forza e di paura allo stesso tempo. C’erano vetri infrangibili, posti di controllo e perfino un fossato. Per impedire agli agenti cinesi di piazzare cimici, interi blocchi dell’edificio erano stati fatti arrivare dagli Stati Uniti, come negli anni ottanta, quando parte dell’ambasciata americana a Mosca fu rasa al suolo perché qualcuno era entrato di nascosto.

Nonostante tutte le precauzioni, si era scoperto che due operai statunitensi avevano passato informazioni dettagliate sulla struttura dell’edificio ai servizi d’intelligence cinesi. La notizia aveva messo in allarme i politici a Washington, che assistevano con un certo nervosismo alla rapida ascesa economica e politica della Cina. Il contesto in cui Claiborne si sarebbe trovata a lavorare per i successivi tre anni prevedeva continui aggiornamenti sulla sicurezza e sull’astuzia dei servizi segreti cinesi. “Ai miei uomini dico sempre: ‘Guardatevi allo specchio. Una bella donna, una donna attraente, non va con i cinquantenni’”, sosteneva un funzionario del dipartimento di stato. Anche se al personale di sicurezza dell’ambasciata non mancavano i grattacapi, Claiborne non sembrava destare preoccupazioni. Cinquantatré anni e quattro figli grandi, Claiborne aveva i comportamenti e i modi di una donna abituata al lavoro e alla disciplina. Da ragazza voleva fare la ballerina e si era impegnata a fondo per realizzare il suo sogno, tanto da essere ammessa alla prestigiosa Washington school of ballet. La sua è una famiglia di servitori dello stato – un fratello è entrato nell’aeronautica, un altro nell’Fbi – ma lei aveva deciso di seguire i suoi sogni e si era trasferita armi e bagagli a New York. Aveva avuto qualche piccola soddisfazione, ma il mondo della danza era spietato e il successo non era mai arrivato.

Da alcuni frammenti dei loro scambi emerge che Claiborne e Jamal erano in rapporti stretti. Per un certo periodo avevano vissuto insieme

Dopo un matrimonio fallito, Claiborne aveva finito per seguire i suoi fratelli nell’“azienda di famiglia”, arruolandosi nell’esercito anonimo ma vitale dei funzionari addestrati dal dipartimento di stato a gestire l’agenda dei diplomatici, a preparare gli ordini del giorno delle riunioni e a prendere appunti. Claiborne lavorava per l’ufficio dell’ambasciata che gestisce informazioni riservate, e aveva un nulla osta di sicurezza.

Insospettabile

Era già stata a Pechino per un’altra missione, seguita da un incarico a Shanghai. Di solito il dipartimento di stato prevede un massimo di due missioni nello stesso paese: ulteriori incarichi richiedono una deroga speciale. I funzionari dell’intelligence del dipartimento temono che trascorrendo troppo tempo in un posto, le persone non prestino sufficiente attenzione alle potenziali minacce alla sicurezza. Ma è difficile convincere i dipendenti ad andare in Cina, e Claiborne, che in vita sua non aveva mai preso neanche una multa, passava agevolmente le verifiche di sicurezza. Aveva però un punto debole, che a quanto pare il dipartimento di stato aveva sottovalutato.

Mentre si preparava per il suo ritorno a Pechino, Claiborne era in ansia per un uomo – lo chiameremo con lo pseudonimo di Jamal – che negli atti del processo è descritto semplicemente come “cospiratore A”. Da alcuni frammenti dei loro scambi è emerso che Claiborne e Jamal erano in rapporti stretti. Per un certo periodo avevano vissuto insieme e Jamal dipendeva economicamente da lei. I loro messaggi e le loro telefonate descrivono una relazione caratterizzata da momenti di petulanza e immaturità da una parte e indulgenza e ansia dall’altra. In Chinese communist espionage, pubblicato nel 2019, Peter Mattis e Matthew Brazil scrivono che il cospiratore A era il figlio di Claiborne (la donna non ha risposto alla richiesta di un’intervista inviata al carcere dov’è detenuta. Il suo legale ha rifiutato di essere intervistato sul caso e non ha risposto a un invito a commentare per conto dell’assistita. Jamal non ha risposto alla richiesta di un’intervista o di un commento sulla vicenda).

Jamal si era da poco laureato alla Salis­bury university del Maryland e viveva a Washington, dove si manteneva facendo lavoretti di poco conto. Era bravo a dipingere e voleva fare lo stilista ma, come si legge negli atti del processo, era indebitato con l’università e non aveva più soldi per proseguire gli studi. Anche Claiborne aveva problemi economici. Ma aveva una soluzione.

Puyang, Cina, 2016 (Quentin Shih)

Jamal aveva già accompagnato Claiborne durante la sua prima missione a Pechino, e aveva frequentato un liceo internazionale. In Cina si era trovato bene, e lui e Claiborne avevano fatto amicizia con alcuni cinesi. Tutti i dipendenti del dipartimento di stato sono tenuti a segnalare i contatti ricorrenti con i cittadini stranieri e sono pochi quelli che riescono a stringere amicizie durature con la gente del posto. Claiborne – non è chiaro come – aveva conosciuto un uomo di mezza età con le guance paffute e la pancetta che qui chiameremo signor Wu (negli atti del processo non viene rivelato il suo vero nome).

Wu era il proprietario di una società di import-export e di una spa a Shanghai. Non c’erano indicazioni che lui e Claiborne fossero sentimentalmente legati, ma erano abbastanza in confidenza: Claiborne, prima della sua terza missione in Cina, gli aveva scritto per chiedergli se secondo lui Jamal avrebbe potuto continuare lì gli studi: “Ha bisogno di un posto dove stare ed eventualmente di biglietti aerei. Qualche suggerimento?”.

Non sappiamo esattamente cosa intendesse Claiborne con la sua richiesta, magari voleva semplicemente una lettera di presentazione per un posto di lavoro o per una scuola, o dei soldi. In ogni caso, Wu rispose che le avrebbe dato una mano. Mentre Claiborne si stabiliva a Pechino, Wu valutava diverse opzioni per far studiare o lavorare Jamal, che in quel momento era ancora negli Stati Uniti. Quando, alcuni mesi dopo, Jamal gli chiese di procurargli delle perle, Wu gliele fece avere. Era talmente premuroso che, con il passare del tempo, Claiborne era diventata sempre più dipendente da lui. Alla fine gli investigatori statunitensi avrebbero scoperto le sue vere intenzioni: Wu era una spia del governo cinese.

Un campanello d’allarme

Ultimamente sui mezzi d’informazione si è parlato del rischio che l’esportazione dei software cinesi più avanzati spalanchi al governo di Pechino una “porta di servizio” sulle reti di telecomunicazioni straniere. Il caso Claiborne, tuttavia, dimostra che le minacce alla sicurezza statunitense possono prendere forme molto più semplici. Quando il caso è arrivato in tribunale nel 2017, è rimasto sulle prime pagine dei giornali per qualche giorno e poi è stato subito dimenticato. Alla fine l’imputata è stata condannata per truffa al governo degli Stati Uniti, un reato abbastanza veniale rispetto ad altri casi di spionaggio più eclatanti. Per gli esperti d’intelligence statunitensi, tuttavia, il caso Claiborne è stato un campanello d’allarme. “Emerge chiaramente che i servizi d’intelligence cinesi sono disposti a investire tempo e risorse per il reclutamento di semplici impiegati amministrativi”, ha osservato Ryan Gaynor, un agente speciale di vigilanza dell’Fbi che ha indagato sul caso Claiborne.

Claiborne ha lasciato una lunga scia di comunicazioni con i suoi contatti cinesi, e dalla sua vicenda traspare tutta la pazienza e l’astuzia di cui sono capaci i servizi d’intelligence di Pechino, a dispetto della loro fama. Al centro del caso c’è una domanda fondamentale: com’è possibile che una donna qualunque, una lavoratrice scrupolosa inviata a svolgere un servizio pubblico all’estero finisca in balia di un agente nemico?

Per mandare i figli al college ci vogliono soldi veri. La prima opportunità arrivò nel 1999, quando trovò un posto fisso al dipartimento di stato

Claiborne era cresciuta felicemente nel Maryland in una famiglia afroamericana, ultima di sette figli. Abbandonato il sogno di diventare una ballerina, aveva cambiato strada: sposò un musulmano praticante, si convertì all’islam ed ebbe quattro figli. Gli amici sanno poco di questo periodo della sua vita. Secondo qualcuno si stabilì con il marito nello stato di New York in una comunità di affiliati alla Nation of islam, un’organizzazione religiosa afroamericana.

Quando il matrimonio finì, alcuni anni dopo, la sua uscita dalla comunità fu frettolosa e umiliante. Prese la sua roba, la infilò in un sacco della spazzatura e si trasferì a Baltimora. “Chiamò i nostri genitori e chiese se poteva tornare a casa per ricominciare da capo”, ha scritto suo fratello Kevin in una lettera al tribunale. Da un mondo di tutù e scarpe da punta, continua la lettera, “voleva rifarsi una vita senza uno straccio di competenza, di esperienza lavorativa e di formazione professionale”.

Le cose cambiarono quando le fu offerto un impiego allo Us comptroller of the currency, un ente di vigilanza del sistema bancario. Claiborne si trasferì a Washington e comprò un appartamento su due piani in un quartiere borghese vicino alla Howard university. In breve diventò un punto di riferimento della comunità: faceva la babysitter, organizzava gite nei musei e portava da mangiare ai senzatetto. Solo raramente, con le lezioni di tai chi o di yoga, dedicava un po’ di tempo a se stessa.

La casa era spoglia ma ordinata e solida. “C’erano pochissimi mobili, ma anche un lungo tavolo da studio e un computer che i bambini potevano usare”, ha scritto in una lettera alla corte un ex funzionario statunitense che ha fatto da mentore a uno dei figli. Garantire una buona istruzione ai ragazzi era diventato il suo nuovo obiettivo, ha raccontato il fratello, e Claiborne ci si dedicava con lo stesso impegno di quando voleva diventare una ballerina, setacciando internet in cerca di corsi online economici o gratuiti. Per mandare i figli al college, però, ci vogliono soldi veri. La prima opportunità arrivò nel 1999, quando trovò un posto fisso al dipartimento di stato.

L’iter per entrare al dipartimento di stato come funzionario diplomatico è notoriamente molto competitivo. Gli incarichi amministrativi, invece, sono meno prestigiosi ma sicuri. Il personale cambia incarico ogni due o tre anni, ma grazie alle indennità di alloggio e di viaggio, gli spostamenti frequenti sono economicamente convenienti. Per guadagnare di più e risparmiare per l’istruzione dei figli, Claiborne chiese di essere assegnata a incarichi in paesi dalle condizioni difficili, dove lo stipendio era dal 15 al 35 per cento più alto. Di solito i funzionari fanno una o due di queste missioni, per poi chiedere di essere spostati in destinazioni meno pericolose. Claiborne ne fece cinque di fila, tra cui Baghdad.

La prima di queste missioni era a Pechino, considerata destinazione difficile perché il governo cinese era in rapporti assai poco amichevoli con gli Stati Uniti e per via dell’inquinamento atmosferico, che rende l’aria densa come un passato di piselli. Claiborne ci si trasferì nel 2000, per poi andare a Shanghai nel 2003. In questo intervallo di tempo conobbe il signor Wu, che parlava bene l’inglese, e nel 2007 i due erano regolarmente in contatto via email.

Scambio di favori

La Cina si regge su una complessa rete di relazioni in cui i favori sono considerati come merce di scambio, e gli occidentali che vivono lì incontrano spesso uomini d’affari che gli offrono favori non richiesti. “Da cittadino straniero in Cina spesso ricevevo offerte generose e mi chiedevo a cosa fosse dovuta tanta generosità”, racconta Sean Dahlen, che ha insegnato yoga a Claiborne in Cina e aveva fatto amicizia con lei. “Il più delle volte erano semplici manifestazioni di amicizia. Altre volte, invece, era chiaro che volevano qualcosa in cambio”. La gentilezza di Claiborne era “palpabile”, ricorda.

Negli atti del processo non ci sono prove che Wu avesse chiesto qualcosa a Claiborne nei primi anni della loro amicizia. Già nel 2011, però, Claiborne avrebbe dovuto capire che Wu non era solo un simpatico uomo d’affari e che nascondeva qualcosa. Nell’aprile di quell’anno Claiborne ricevette un bonifico di 2.480 dollari da una società di Hong Kong chiamata Delta Shipping, con una nota in cui si diceva che il denaro era destinato a Jamal. Claiborne non lo inserì nella dichiarazione dei redditi. Il mese seguente alcuni funzionari cinesi volarono negli Stati Uniti per incontrare il vicepresidente Joe Biden e la segretaria di stato Hillary Clinton per il Dialogo strategico ed economico tra Stati Uniti e Cina, una serie di incontri al vertice tra i due paesi. Dopo il summit, Wu chiese a Claiborne la valutazione interna del dipartimento di stato. In particolare voleva sapere cos’avevano intenzione di fare gli Stati Uniti se la Cina non avesse rispettato i tempi concordati per la rivalutazione dello yuan.

Claiborne gli rispose inviandogli una serie di informazioni generali, in parte tratte da fonti pubbliche. “Le cose che ti ho mandato ti sono state utili?”, chiese poi a Wu via email. “Sono utili ma sono anche su internet”, rispose lui seccamente. “Quello che mi hanno chiesto è quello che non si trova su internet”.

Questo è un punto di svolta cruciale, osserva Robert David Booth, ex vicedirettore del controspionaggio al dipartimento di stato e autore di State department counterintelligence: leaks, spies, and lies (Controspionaggio al dipartimento di stato: soffiate, spie e bugie). “A quel punto le si doveva accendere una lampadina”, dice. “Per quanto fosse ingenua e qualunque cosa stesse cercando di fare, doveva capire che si stava ingannando”. In effetti l’episodio sembrò scuoterla. Quando Wu le scrisse chiedendole se aveva qualcos’altro per lui, Claiborne tagliò corto: “A dire il vero non ho voglia di dedicare tempo a queste cose”, scrisse. “Mi dispiace, non ho il tempo né le forze”.

Savannah, Stati Uniti, 2015 (Quentin Shih)

Wu, invece, aveva molto tempo da dedicare alla relazione. Era quello che gli esperti d’intelligence definiscono un cut-out, un agente con una copertura credibile al servizio del ministero della sicurezza di stato (Mss) cinese.

L’Mss, che ha sede a Pechino e uffici sparsi in tutto il paese, è un incrocio tra l’Fbi e la Cia e si occupa d’intelligence internazionale e sicurezza interna. Già in passato l’organismo aveva dato prova della sua abilità, reclutando informatori con metodi fantasiosi e organizzando spettacolari attacchi informatici.

Mille granelli di sabbia

Durante la guerra fredda le spie occidentali hanno spesso sottolineato l’ingegnosità e la spietatezza dei loro avversari del Kgb, ma hanno quasi sempre minimizzato le capacità d’intelligence della Cina. La minaccia, si diceva, consisteva unicamente nella quantità di persone, principalmente di etnia cinese, di cui il Partito comunista poteva disporre per le sue operazioni d’intelligence: la cosiddetta strategia dei “mille granelli di sabbia” o “dell’aspirapolvere”, nel gergo delle spie. Questa lettura è un riflesso dei pregiudizi occidentali. I servizi segreti cinesi, in realtà, hanno sempre usato un misto di metodi creativi e tradizionali per corrompere agenti stranieri o per mettere le mani su informazioni riservate.

Un caso da manuale si verificò nel 2003, quando un impiegato giapponese del consolato del Giappone a Shanghai ebbe una relazione con una donna cinese che lavorava in un karaoke bar. L’ufficio dell’Mss a Shanghai sfruttò il legame tra i due per spingere l’uomo a riferire informazioni personali sui suoi colleghi e a rivelare le date di consegna delle valigie diplomatiche a Tokyo. La relazione culminò in un gesto disperato. Rimasto solo nel consolato, l’impiegato s’impiccò.

Nel 2004 l’ufficio dell’Mss a Shanghai reclutò un neolaureato statunitense, Glenn Duffie Shriver, usando un nuovo stratagemma: un concorso per il miglior saggio sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Gli agenti dissero a Shriver, che viveva a Shanghai, che era lui l’autore del saggio vincitore, quindi lo convinsero a entrare al dipartimento di stato, ricompensandolo con 70mila dollari per la sua fedeltà. Shriver non passò l’esame per entrare nel servizio diplomatico e, quando poi fece domanda alla Cia, gli agenti statunitensi l’avevano già scoperto. L’incidente, però, mise in allarme la comunità dell’intelligence internazionale: i servizi cinesi erano disposti a investire un’enorme quantità di tempo e risorse su un singolo obiettivo che alla fine poteva anche rivelarsi inutile. “L’Mss è paziente ed efficace come qualsiasi servizio con cui abbia avuto a che fare”, osserva Booth.

Con Claiborne è successa la stessa cosa. Wu, che lavorava anche per l’ufficio dell’Mss di Shanghai, non insistette quando Claiborne decise di non rispondere alle sue richieste d’informazioni riservate. Probabilmente sapeva che l’avrebbe richiamato, spinta dalla preoccupazione per Jamal. Due mesi dopo Claiborne pranzò con Wu. Due giorni dopo gli inviò quello che sembra un sollecito per una richiesta di denaro. “Mi sento in colpa a chiedere soldi”, gli scrisse. “Mi aiuti sempre”. Quindi aggiunse che avrebbe cercato di capire cosa si diceva in ufficio sulla rivalutazione dello yuan. “Aiuterò i tuoi figli, e anche te, a fare soldi in Cina”, scrisse Wu, come è stato poi rivelato in tribunale. “Va bene”, rispose lei. Due giorni dopo, Wu le mandò 580 dollari.

Jamal si trasferì a Pechino a gennaio del 2012, mentre Claiborne era all’inizio del terzo anno della sua terza missione. Con la nuova situazione, il timore di dipendere dal signor Wu aumentava. Poco dopo Claiborne fece un brutto sogno. “Non vorrei proprio ritrovarmi con un cappio al collo e non vorrei neanche che ti ci ritrovassi tu”, disse a Jamal. Ma con il ragazzo in Cina, i contatti con l’Mss erano destinati a intensificarsi.

A febbraio Claiborne cercò di capire se Jamal riusciva a entrare al Raffles design institute di Shanghai. Una laurea triennale costava 301.500 yuan (48mila dollari), gli spiegò, poi gli mandò un messaggio per avvertirlo che non aveva intenzione di accettare altre elemosine. “Voglio che tu vada a scuola e che realizzi il tuo sogno, ma devi farcela con le tue forze”, gli scrisse. Quindi gli chiese di non tormentare di email il signor Wu. Jamal è seccato. “Smettila di preoccuparti per il signor Wu”, rispose, e spiegò che intendeva sfruttare tutti gli agganci che aveva. “Bisogna farsi aiutare per raggiungere il successo”. Quindi fece esattamente ciò che Claiborne gli aveva chiesto di non fare: mandò un’email a Wu e gli disse tutto. “Prima ti dice di aiutarmi”, si lamentò. “Poi ci ripensa e dice che non mi devi aiutare più”. Jamal scrisse che avrebbe fatto tutto quello che voleva Wu, qualunque cosa lei avesse detto. “Come uomo, sento che è importante costruire una relazione con te indipendentemente da lei: sei tu che mi stai tendendo la mano per aiutarmi”. L’agente cinese in incognito rispose che avrebbe cercato di convincere Claiborne. Poco dopo, stando agli atti del processo, si prese l’onere di iscrivere Jamal alla Raffles, pagandogli la retta e trovandogli una sistemazione a Shanghai.

In quella primavera Jamal si appoggiò sempre più al signor Wu. Wu gli organizzò un viaggio da Pechino a Yiwu, una grande città fuori Shanghai famosa per il commercio di articoli di artigianato. Poi Jamal organizzò un viaggio a Shanghai con due amici e Wu pagò i biglietti per tutti. Infine, quando Jamal si trasferì da Pechino a Shanghai per cominciare la scuola di moda, Wu gli trovò un appartamento, si occupò dell’affitto e gli passò uno stipendio mensile di tremila yuan. Ogni volta che Jamal aveva bisogno di qualcosa chiedeva al signor Wu: un rasoio, una macchina per cucire, un viaggio in Thailandia.

I servizi cinesi erano disposti a investire un’enorme quantità di tempo e risorse su un singolo obiettivo che alla fine poteva anche rivelarsi inutile

Jamal era ormai in rapporti così stretti con il signor Wu che gli chiese di organizzare la sua festa di compleanno, che si svolse sulla terrazza di un hotel di lusso con affaccio sul fiume Huangpu a Shanghai. Per l’occasione Claiborne volò a Shanghai, e i due si fecero una foto insieme con la città sullo sfondo. All’evento si presentò un nuovo contatto: un certo Zhang (altro pseudonimo), uno dei colleghi di Wu all’ufficio dell’Mss di Shanghai. Mentre Wu si nascondeva dietro la copertura dell’uomo d’affari, il suo partner non faceva mistero di essere una spia. Non è insolito che gli agenti dell’Mss lavorino in coppia: è un modo per prevenire la corruzione e per verificare l’effettiva esistenza delle fonti. Presto il signor Zhang, come il signor Wu, entrò a far parte della vita di Claiborne e Jamal. Un giorno lasciò un biglietto a Jamal e gli disse di non pensare a fare soldi. “Devi concentrarti sulla scuola”, scrisse. “Io e il signor Wu faremo del nostro meglio per coprire le spese”.

Mentre Jamal sperperava i soldi che gli mandava Wu, l’Mss stava preparando il suo più grande colpo fino a quel momento: penetrare nel sistema di comunicazioni segrete della Cia. A partire dal 2010, le fonti dell’agenzia d’intelligence statunitense in Cina cominciarono a scomparire o a morire a un ritmo allarmante. Un giorno, una fonte che lavorava in un ministero cinese fu uccisa in pieno giorno con un colpo d’arma da fuoco davanti ai suoi colleghi.

Probabilmente Claiborne non sapeva nulla di tutto ciò, ma era sempre più nervosa per la sua situazione personale. A settembre del 2012, poco dopo il compleanno di Jamal, disse a un conoscente che stava pensando di cancellare il suo account Facebook perché sul social network stava diventando troppo facile raccogliere dati personali e altre informazioni sugli utenti. Mentre la sua missione a Pechino volgeva al termine, Claiborne dichiarò il falso sul modulo per il colloquio finale al dipartimento di stato dove le veniva chiesto di elencare tutte le interazioni che aveva avuto con cittadini stranieri. “Nessuna”, scrisse.

La destinazione successiva di Claiborne fu Khartoum, in Sudan. Lasciata la Cina, scrisse a Jamal invitandolo ad avere un atteggiamento più responsabile e a non dare per scontati i suoi privilegi. “Sei lì a spese di altri, e grazie ai sacrifici di altri”, gli ricordò. Allo stesso tempo, però, continuò ad assecondarlo, e chiese l’aiuto di Wu per mandarlo in vacanza alla fine dell’anno scolastico. “Sarebbe bello se potesse tornare a casa per un po’, gli farebbe bene”, scrisse a Wu. “Puoi fare qualcosa?”.

Prima dell’addio, Wu e Zhang regalarono a Claiborne un iPhone e un Mac­Book, che avrebbero usato per tracciare ogni suo movimento da migliaia di chilometri di distanza.

New York, Stati Uniti, 2013 (Quentin Shih)

Piedi freddi

Le email, i messaggi e le foto in possesso dell’Fbi non chiariscono tutti gli aspetti della relazione tra Claiborne e Wu. Per esempio, in una giornata di agosto in cui la temperatura a Pechino si avvicinava ai trenta gradi, Claiborne gli scrisse che aveva freddo ai piedi e che le servivano delle pantofole – una richiesta piuttosto strana, che fa pensare a un significato nascosto. Gli atti del processo mostrano che gli agenti dell’intelligence cinese diedero a Claiborne e Jamal decine di migliaia di dollari tra regali e pagamenti di vario tipo, ma non rivelano molto di quello che succedeva nei loro incontri. Lasciata la Cina, Claiborne sembrò da un lato voler prendere le distanze dai suoi contatti cinesi e dall’altro cercare di mantenere con loro un rapporto di corrispondenza amichevole.

Wu e Zhang non fecero una piega di fronte al trasferimento di Claiborne a Khartoum e ai suoi tentativi di allontanarsi. Del resto, non esistono casi documentati di agenti dell’Mss che interrompono una relazione con una loro fonte. Secondo gli atti del processo, nell’agosto del 2013 Claiborne era in Sudan da poche settimane quando fu informata che Jamal era accusato di un reato in Cina (una fonte vicina al caso ha parlato di una “indiscrezione personale”). Zhang offrì il suo aiuto. Disse a Claiborne che lui e Wu erano intervenuti in aiuto di Jamal e avevano convinto le autorità a non incriminarlo, ma le autorità avevano deciso di annullargli il visto studentesco. Jamal aveva pochi giorni per lasciare il paese. Sempre solerti e disponibili, i due agenti prenotarono al ragazzo un biglietto di sola andata per Washington.

Se si trattava di una messinscena, era una mossa curiosa. Era attraverso Jamal che gli agenti cinesi controllavano Claiborne. Se Jamal usciva dalla Cina, il controllo diventava meno immediato. D’altra parte, la vicenda non fece che accrescere la dipendenza di Claiborne da loro. Dopo l’accaduto, la donna chiese a Jamal di interrompere ogni comunicazione con Wu e Zhang: “Per me tutto questo è stato troppo fin dall’inizio e voglio sentirimi libera”, gli scrisse, e aggiunse che non voleva essere in debito “con nessuno tranne che con Dio”. Pochi mesi dopo Zhang scrisse a Claiborne che lui e Wu stavano organizzando un tour in Africa e che volevano fermarsi a Khartoum. Lei prese tempo. Zhang scrisse di nuovo a marzo e Wu riprovò ad aprile: “Se tutto va bene, dovremmo essere in Africa all’inizio di maggio”. Come avrebbe raccontato poi in tribunale, Claiborne assunse un nuovo incarico a Washington e inviò un’email a Jamal chiedendogli di non rivelare il suo nuovo domicilio. “Per quanto ti riguarda, sai solo che mi trovo a Washington”, gli scrisse.

Ma Claiborne rimase nella loro orbita. Ad agosto inviò a entrambi un’email molto sentita in cui li ringraziava per l’aiuto dato a Jamal, firmandosi “Kangdai”, il suo nome d’adozione cinese. A settembre del 2015, dopo essere tornata a Washington, inviò per email i suoi dati bancari a Wu chiedendogli di darle una mano. Dalla risposta di Wu si capisce che aveva bisogno di soldi. “Puoi farmi sapere chiaramente su quale conto vuoi i cinquemila?”.

Nell’estate del 2015 lo Us office of personnel management annunciò che il suo database era stato hackerato e che gli autori dell’attacco avevano violato i dati personali di 21 milioni di dipendenti del governo degli Stati Uniti. L’Mss fu presto identificato come il responsabile. Mentre la comunità dell’intelligence faceva i conti con le conseguenze dell’attacco, i rapporti tra Claiborne e Wu cominciarono a venire alla luce.

Alcuni giorni dopo l’inaugurazione della presidenza di Donald Trump, Claiborne tornò a casa e trovò un uomo che l’aspettava

Nel panico

Pochi giorni dopo lo scambio di messaggi con Wu sui soldi, il dipartimento di stato convocò Claiborne per un’inattesa indagine di sicurezza. L’ispettrice, Patricia Crampton, cominciò il colloquio con un avvertimento: “Ai sensi della legge statunitense sulle false dichiarazioni costituisce reato falsificare o nascondere consapevolmente fatti materiali relativi a questa indagine”. Crampton chiese quindi a Claiborne una spiegazione dettagliata delle sue attività in Cina. Come emerge dagli atti del processo, la donna mentì sui suoi contatti in territorio cinese, sui regali ricevuti e sull’entità dei viaggi all’estero di Jamal.

Dopo il colloquio entrò nel panico. Prima chiamò Jamal da una cabina telefonica tre piani sotto il suo ufficio al dipartimento di stato e lo invitò a non “dire niente su, ehm… Insomma, hai capito”. Poi chiamò anche Wu: gli disse che era stata convocata per un’indagine e lo avvertì di non mandarle il denaro. “Fanno un sacco di domande”, gli disse. “Non hai idea”.

“Quindi non devo fare il bonifico di cinquemila sul tuo… sul tuo conto?”, chiese Wu.

“No no no no no”, rispose lei, facendo gracchiare la cornetta. “No no no no no.” Poi aggiunse: “Ho appena ripulito le mie email e tutto il resto. Ho cancellato tutto”.

“Bene”, disse Wu. “Capito”.

Crampton sapeva che Claiborne aveva dichiarato il falso, ma da mesi gli investigatori erano fermi sul caso sperando che la loro preda commettesse un reato più grave. Ora che Claiborne era di stanza negli Stati Uniti, l’Fbi poteva tenerla sotto controllo più facilmente. Gli investigatori installarono delle telecamere di sorveglianza davanti alla sua abitazione e nel suo ufficio al dipartimento di stato, e raccolsero prove grazie a un mandato previsto dal Foreign intelligence surveillance act, che autorizza le perquisizioni sul posto e le intercettazioni telefoniche. A febbraio del 2016 il dipartimento di stato comunicò a Claiborne di aver concluso i controlli di sicurezza, quindi rimase in attesa di vedere cosa avrebbe fatto.

Claiborne abbassò la guardia. Quella primavera, quando Wu compì cinquant’anni, ricordò a Jamal di fargli gli auguri. Jamal, nel frattempo, aveva organizzato un altro viaggio in Cina, per nulla scoraggiato dalle circostanze che lo avevano costretto a lasciare il paese. Mentre l’aereo era sulla pista in attesa del decollo, il ragazzo era al telefono con la donna. “Se ti capita di parlare con il signor Wu o qualcuno di loro, di’ solo che Candace sta lavorando a Washington”, gli disse lei. Poi aggiunse (la frase è stata poi citata in tribunale dall’accusa): “Sono sicura che te lo chiederanno. Sono spie”.

La trappola

In una sera fredda e buia di gennaio del 2017, diversi giorni dopo l’inaugurazione della presidenza di Donald Trump, Claiborne tornò a casa dal lavoro e trovò un uomo ad aspettarla fuori dalla porta. L’uomo si presentò come un collega di Wu e Zhang. Claiborne lo fece entrare.

L’uomo era di etnia cinese e le spiegò che lavorava per l’Mss. Le offrì un rotolo di banconote, ma Claiborne rifiutò. “Le cose non sono più come prima”, lo avvertì. I federali stavano facendo troppe domande, aggiunse. Il fatto che il suo ospite avesse detto di lavorare per l’Mss non l’aveva turbata, e quando le disse che il ministero per la sicurezza dello stato la considerava un’amica degna della “massima considerazione”, lei non lo contestò. In realtà, l’uomo era un agente dell’Fbi sotto copertura. Poco dopo, Claiborne fu arrestata. Jamal fu dichiarato suo complice, ma non fu accusato di nessun reato.

Ad aprile del 2019 Claiborne si è dichiarata colpevole di cospirazione finalizzata alla truffa ai danni degli Stati Uniti. La sentenza è stata pronunciata nell’E. Barrett Prettyman di Washington, lo stesso palazzo di giustizia da cui era stato spiccato il mandato che aveva autorizzato a metterla sotto sorveglianza. In un’aula di tribunale arredata con pannelli di legno chiaro e un tappeto verde, davanti a un piccolo pubblico di investigatori, parenti e curiosi, il giudice Randolph Moss ha valutato il suo caso.

L’accusa ha sostenuto che Claiborne ha trasmesso informazioni sensibili all’Mss e che le sue azioni avrebbero potuto danneggiare le attività del dipartimento di stato, rilevando che i dispositivi che ha accettato in regalo potevano essere usati come cimici. Il legale di Claiborne, un avvocato d’ufficio pubblico, ha balbettato: “Ha fatto un errore che poi si è trasformato in un comportamento criminale”.

Claiborne era seduta vicino a lui, con indosso una tuta arancione e un turbante. Dopo l’arresto si è riavvicinata alla fede – ora prega cinque volte al giorno – e ha perso il suo portamento da ballerina. Finite le arringhe degli avvocati, ha inforcato un paio di occhiali da lettura e ha letto una dichiarazione. “Non è questo ciò che immaginavo per la mia vita: essere guardata dall’alto in basso, essere condannata come una criminale. Ancora oggi non so come mi sono persa. Piango nell’anima. Non so come ho perso la mia bussola morale”, ha detto con la voce spezzata. Il giudice l’ha condannata a quaranta mesi di carcere e a una multa di 40mila dollari.

Nell’aula non c’erano Wu e Zhang, che presumibilmente continuano a lavorare in Cina. In fondo alla sala, poche file dietro un gruppo di parenti di Claiborne, sedeva un ragazzo che somigliava alle foto di Jamal che si trovano online. Quando il giudice ha aggiornato la seduta e il pubblico ha cominciato a sfollare, se n’era già andato. ◆ fas

**MaraHvistendahl **è una giornalista investigativa statunitense. Il suo ultimo libro è _The scientist and the spy: a true story of China, the Fbi, and industrial espionage _(Penguin Publishing Group 2020).

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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati