“Questa stazione è New Delhi”, dice l’annuncio in inglese, che segue quello in hindi.

L’elegante treno che collega l’aeroporto alla città rallenta fino a fermarsi con delicatezza. Quando le porte si aprono mi metto sulle spalle lo zaino blu, con dentro una bottiglia d’acqua e due libri, più pesante del solito. Mi aggiusto il cappello dei Red Sox, controllo la mascherina e mi addentro nel cuore di una delle metropoli più grandi del mondo.

Il mio amore per le città è cominciato a Pittsfield, nel Massachusetts, dove sono nato. Da bambino, nella mia camera da letto, facevo ruotare il mappamondo la cui luce azzurrina illuminava il 747, il DC-10 e gli altri modelli di aerei di linea appoggiati sulla cassettiera e con il dito indice tracciavo il percorso da una città all’altra, come se fossero delle rotte.

Seoul, e la sua assonanza con soul (anima in inglese). Las Vegas, che pensavo si riferisse a vari esemplari della luminosa stella Vega (non alle pianure, in spagnolo), rendendo ancora più affascinante un nome già dolce. Negli inverni di Pittsfield, con il buio che scendeva presto, mentre il mappamondo brillava e le raffiche di neve si rompevano contro le finestre della stanza, Città del Capo non era altro che un nome per me. Come Rio de Janeiro, che come mi aveva spiegato mio padre si chiamava così per la baia che un esploratore aveva scambiato per un fiume il primo giorno di un nuovo anno ormai lontano: “Il fiume di gennaio”.

Desiderio di evasione

All’epoca i miei genitori non potevano apprezzare gli altri motivi per cui sognavo città lontane. Come molti ragazzi gay, sono cresciuto pensando che per essere me stesso avrei avuto bisogno di andare da qualche altra parte. E fino all’età di quindici anni ho avuto un problema che mi rendeva impossibile pronunciare la dura “r” statunitense e quindi, tra le tante parole, anche il mio nome.

Il mio amore per le lingue straniere è nato anche dalla consapevolezza che in gran parte del mondo non avrei avuto bisogno di quel suono. Così ho capito che c’erano tanti posti in cui sarei potuto andare una volta cresciuto. Ero convinto che esistessero delle città in cui parlare e vivere sarebbe stato facile.

Oggi che mi avvicino ai cinquant’anni mi chiedo se quelle difficoltà non abbiano reso più intenso non solo il mio amore per le città, ma anche per aerei, mappe e tutto ciò che è blu “il colore di dove non sei tu”, come ha scritto Rebecca Solnit. Qualunque sia la provenienza di queste passioni, chi mi ha conosciuto da bambino non si sorprende per la mia carriera di pilota o per le molte ore che ho passato nelle metropoli del mondo.

I piloti dei voli a lungo raggio hanno l’opportunità di sperimentare le città come nessuno. Nella mia memoria restano impresse le vedute notturne dall’alto delle zone densamente popolate come l’Europa nordoccidentale, il Giappone e alcuni tratti della costa brasiliana. Un reticolo luminoso di abitati, apparentemente piatto e preciso come un circuito elettrico. In certe rotte, per esempio da New York, Dallas o Città del Messico verso Londra, mi capita di volare al crepuscolo sopra le colline che circondano Pittsfield e per un istante guardo le luci nella mia città natale, fino a quando le vedo scomparire sotto il vetro della cabina o dietro un’ala.

Cominciamo la discesa verso New Delhi. Se si atterra all’alba la luce permette di vedere campagne, terreni scoscesi o i chilometri di mare aperto che precedono la nostra destinazione. New Delhi, una delle più grandi città mai esistite, con secoli di storia, negli ultimi venti minuti della nostra discesa si espande riempiendo il vetro della cabina da cui si possono vedere le strade che si risvegliano.

Dove nuotare a Helsinki

Una volta atterrati, il soggiorno in città dura poco: di solito ventiquattr’ore per i piloti di lungo raggio, raramente più di 72. Ho visitato San Francisco, Los Angeles e New York più di cinquanta volte. Mentre sono seduto a leggere in un caffè o nel sedile posteriore di un taxi, per un attimo m’illudo di non aver mai vissuto altrove.

Dopo vent’anni di voli la familiarità che ho con alcune città si è ormai estesa fino a comprendere l’intero pianeta. Posso rispondere senza esitazioni quando un amico mi chiede dove andare a correre a Santiago, nuotare a Helsinki o pranzare all’aperto nel Bahrain. E se quell’amico mi domanda se ho mai visitato Colombo, Tel Aviv o L’Avana mi ci vuole un po’ per scorrere il mio registro mentale e rispondere che no, finora non ci sono mai stato.

Per alcune settimane dopo l’inizio della pandemia non ho volato. Poi ho ripreso secondo un calendario sempre più fitto di voli cargo e passeggeri. Ma spesso dopo l’atterraggio, mi aspettava solo lo stretto isolamento in una stanza d’albergo.

Non serve dire che i lockdown hanno avuto conseguenze grandi su chi lavora nel settore dei viaggi e del turismo. In misura minore hanno colpito anche chi ama l’esplorazione e chi crede nel valore degli scambi interpersonali, in un’epoca in cui ce n’è molto bisogno. Per questo qui a New Delhi sono al culmine della gioia – e non sto esagerando – perché per la prima volta dopo due anni posso di nuovo muovermi liberamente in città. Camminando dalla banchina del treno verso gli affollati corridoi della metropolitana, i miei passi sembrano privi di peso.

Majnu ka Tilla si riconosce per il suo carattere tibetano, la gentilezza delle persone e la densità dell’abitato che non fa vedere il cielo

Quando ho cominciato a scrivere il mio ultimo libro, alcuni anni fa, ero certo che avrei parlato del mio amore per l’epiteto allo stesso tempo trascendente e letterale di New Delhi, “Città di città”. I suoi monumenti, le sue foreste, le sue tradizioni letterarie. Le esplorazioni che le linee della metropolitana (veloci, con vagoni puliti, comode ed economiche) rendono possibili. New Delhi a volte è stata definita “la Roma dell’India”, ma forse è una frase che andrebbe rovesciata. Dopotutto, come ha scritto lo storico Percival Spear, “New Delhi vanta una storia altrettanto complessa e più antica di quella della città eterna. Era una capitale famosa prima che Alessandro Magno venisse al mondo ed è sopravvissuta a tutte le vicissitudini della sorte e del tempo”.

Ogni viaggio qui mi lasciava con tante domande cui solo un abitante della città avrebbe saputo rispondere. Alla fine un amico di Mumbai mi ha messo in contatto con Raghu Karnad, scrittore che vive nella capitale e con cui negli ultimi anni ho avuto una fitta corrispondenza, ma per via delle restrizioni dovute al coronavirus non ci siamo mai incontrati durante le mie soste in città.

Il quartiere tibetano

Qualche settimana fa, quando il codice Del è apparso di nuovo sul mio programma di volo, ho scritto a Raghu per invitarlo a pranzo e con l’occasione portargli un paio di copie del libro che mi aveva aiutato a finire. Raghu mi ha detto che in quei giorni non sarebbe stato in città, ma mi ha suggerito di andare all’Ama café a Majnu ka Tilla, un quartiere di esuli tibetani lungo la riva destra del fiume Yamuna, e di lasciare i libri alla sua amica Lhanzey, proprietaria del negozio accanto e cliente abituale del bar.

Qui alla stazione della metropolitana di New Delhi bevo un sorso d’acqua, richiudo la bottiglia e indosso di nuovo la mascherina mentre si avvicina un treno della linea gialla. Scendo cinque fermate dopo a Vidhan Sabha. Fa caldo e il caffè è troppo lontano per arrivarci a piedi. Sento una donna contrattare con l’autista di un tuk-tuk (un risciò a motore). I due non si mettono d’accordo, lei si allontana e l’autista mi chiama. Promette di rispettare la tariffa che compongo davanti a lui sullo schermo del mio telefono – i tuk-tuk si possono noleggiare su Uber – sospira, mi fa salire e si butta nel traffico caotico e nella cappa di calore asfissiante della Mahatma Gandhi Marg.

Dopo un po’ vediamo la donna che poco prima stava contrattando con l’autista del tuk-tuk, che vuole riaprire le trattative. Il mio autista rallenta per adattarsi alla falcata della donna, mentre veicoli molto più veloci e grandi ci superano, sfiorando il gomito che tengo appoggiato alla sottile scocca di lamiera del mezzo. Dopo che i due hanno finalmente concordato una cifra, la ragazza sale accanto a me sulla panca imbottita e prende il telefono. Poco dopo l’autista accosta di nuovo, indica un dedalo di stradine e ripete con insistenza il nome della mia destinazione: Ama café, Ama café. Non lo vedo, ma mi fa capire che il mio viaggio con lui è terminato. Anche la ragazza scende qui e poco dopo mi rendo conto che entrambi – senza aver mai scambiato una parola – stiamo entrando a Majnu ka Tilla.

Il quartiere si riconosce per il suo carattere tibetano, la gentilezza delle persone e così tanti edifici che non si riesce a
vedere il cielo, e ai miei occhi appare quasi un retaggio medievale. Molte delle strade sono così strette che posso toccare i due muri alle estremità. A volte i piani alti degli edifici ai lati della strada sono collegati tra loro e chi cammina sotto ha l’impressione di passare in un tunnel, che spesso sbocca sulla strada principale o sulle rive del fiume Yamuna.

La donna del tuk-tuk mi guida attraverso una piccola via trafficata, sopra di noi sventolano le bandierine tibetane, superiamo un monaco con un trolley arancione, poi mi indica l’insegna dell’Ama café. La ringrazio, lei annuisce ancora una volta, mi saluta e s’incammina per la sua strada. Salgo una scala ripida e in penombra, e mi siedo a un tavolo al primo piano, accanto a un gruppo di adolescenti che scherzano e ridono, al lato opposto ci sono quattro monaci seduti a un altro tavolo. Dalla sala in cui mi trovo, rivestita di piastrelle, piena di piante e illuminata da molte finestre, si possono raggiungere gli altri piani. Ancora settato sull’orario di Londra, apprendo con gratitudine che la prima colazione è servita fino alle due del pomeriggio. Decido di prendere un latte macchiato e un Old manali: uova strapazzate con formaggio, chutney di coriandolo e menta su pane ai cereali e una polpetta di patate che manda in fiamme le mie papille gustative.

Dopo aver finito di mangiare, leggo l’ultimo numero di Science News, la rivista preferita di mio padre. Poi chiedo a uno dei giovani camerieri se Lhanzey è qui. Sono un amico di Raghu, aggiungo. Parole che, così lontano da casa e in un quartiere sconosciuto di una città sterminata suonano vagamente di conforto, ma anche un po’ strane, dato che non ci siamo mai incontrati. Il cameriere raggiunge un telefono davanti alla cucina a vista, digita un numero e parla brevemente. Poi riattacca e torna da me per comunicarmi che Lhanzey è nei paraggi, arriverà in pochi minuti. Mi porta un caffè e insiste che è offerto dalla casa, sbadiglio e gli avvicino la mia tazza con entrambe le mani. Mentre osservo i monaci e ascolto il vociare degli altri avventori, il rumore che proviene dalla cucina e il trambusto della strada al di là delle finestre, sono colto da una sensazione che ho definito “sfasamento di luogo”, la temporanea inabilità del nostro più profondo senso dell’orientamento di accordarsi al ritmo dei viaggi della nostra epoca.

Combatterla non serve a niente. Per cui mi ci immergo: è un pomeriggio in un caffè luminoso, in un quartiere settentrionale di un’antica capitale. Tra poco a Pittsfield, dall’altra parte del mondo, sorgerà il sole. I miei genitori, ai quali ero solito spedire cartoline da città che nessuno dei due aveva mai visitato, sono morti da tempo. Ora nella nostra casa ci vive un’altra famiglia.

Sbatto le palpebre e sorseggio un altro po’ di caffè. Ho 47 anni, sono atterrato da Londra qualche ora fa, ho finito la colazione e aspetto l’amica di un amico di un amico. Appoggio il caffè e infilo i libri nella busta marrone che ho portato da Londra. Scrivo il nome Raghu, alzo lo sguardo e vedo una ragazza entrare nel caffè. Sorpassa decisa la coda di clienti, si guarda intorno e attraversa la stanza. Quando arriva da me, sorride, mi dà la mano e dice: “Sono Lhanzey, l’amica di Raghu, benvenuto”. ◆ nv

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati