Dopo aver raccontato il poliamore, il corpo, la famiglia non tradizionale e il potere coloniale, Gabriela Wiener torna a quei temi con il suo nuovo, visionario romanzo. Atusparia, che prende il nome dal leader rivoluzionario indigeno peruviano Pedro Pablo Atusparia e dalla scuola comunista che frequenta la protagonista del libro, si apre come un resoconto della formazione culturale, sentimentale e politica di un’idealista imprigionata in Amazzonia. Eppure il romanzo non è solo questo. Ancora una volta, e forse più che prima, Wiener sottrae la sua scrittura a qualsiasi categorizzazione letteraria, mettendo in atto una metamorfosi di registri e forme diverse, psichedeliche, giustapposte attraverso la natura frammentaria della narrazione: è narrativa speculativa, è utopia politica, distopia, memoria familiare e storia collettiva. L’io della protagonista resta rarefatto perché quella pedagogia politica non è solo sua, ma di un’intera generazione di peruviani per cui indigenismo e marxismo si sono presi per mano. In questo venir meno del confine tra privato e comunitario, che si legge anche nel passaggio dalla prima alla terza persona, il tradimento amoroso è indistinguibile da quello politico. Atusparia chiede a chi legge di calarsi dentro l’incanto e il disincanto che muove ogni lotta politica, per tornare magari a reimmaginare una nuova rivoluzione.
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati





