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er i soldati ucraini le domande sul futuro possono essere inquietanti. Quando ho chiesto al capitano Mykola Serga, che prima di entrare nell’esercito faceva l’uomo di spettacolo, di descrivere l’atteggiamento delle truppe, ha parafrasato il neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl, sopravvissuto all’olocausto. “I primi a crollare sono stati quelli convinti che sarebbe finita presto, e quelli che pensavano che non sarebbe finita mai”, ha detto Serga. “Resistono quelli che si concentrano sul lavoro da fare”.

L’uomo alla ricerca di senso, il saggio di Frankl, pubblicato per la prima volta negli anni quaranta, è diventato un bestseller nell’Ucraina in tempo di guerra. Insieme ai manuali di finanza e ai romanzi, è uno dei libri che il capitano Serga ha spedito nelle trincee, nell’ambito di un’iniziativa per tenere alto il morale delle truppe. I soldati russi hanno superato il confine nordorientale dell’Ucraina quattro anni fa, nel febbraio 2022, e si sono spostati verso ovest in direzione di Kiev. Nelle prime ore dell’invasione su vasta scala, tutto era un’emergenza. La vita ordinaria è stata brutalmente interrotta. All’epoca tutti pensavamo che davanti a un evento così scioccante di sicuro il resto del mondo sarebbe corso in nostro aiuto. L’ultimo anno ci ha insegnato che, nel bene o nel male, il resto del mondo non verrà a salvarci. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiarito che la sua priorità è una rapida conclusione della guerra, a qualsiasi condizione. L’Europa, che vacilla insieme all’alleanza di sicurezza transatlantica, sta cercando di capire come difendersi da una Russia più apertamente aggressiva.

Eppure man mano che si faceva strada la consapevolezza che gli ucraini potevano contare solo su se stessi, il clima nazionale sembrava meno teso. Prima gli aiuti promessi e non concessi erano una delusione, ma poi accettare il fatto che gran parte degli aiuti non sarebbero arrivati – o se non altro che non sarebbero arrivati presto – ci ha motivato a costruire altre strutture militari e a rafforzare le capacità di difesa.

Ho passato gran parte del 2025 – come gli anni precedenti – a viaggiare per l’Ucraina per parlare con la gente. Mi sembra chiaro che questa guerra non è percepita più come un’interruzione, è semplicemente la realtà. L’esercito ucraino sarà anche esausto, ma è anche il più temprato d’Europa. La linea del fronte, con il suo schermo diviso tra droni futuristici e trincee che ricordano le guerre d’inizio novecento, potrà anche sembrare il futuro e il passato insieme. Ma non è altro che il nostro presente, l’unico che conosciamo.

Konstantynivka, Ucraina, 10 marzo 2025 (George Ivanchenko)

Barriere di difesa

Ad agosto mi trovavo a circa nove chilometri dal fronte, a bordo di un veicolo che sembrava appena uscito da Mad Max. Come gli altri vicino al fronte, il nostro mezzo era avvolto da barriere improvvisate per sfuggire ai droni russi: reti fatte in casa, spuntoni frastagliati e intelaiature saldate. Percorrendo strade dissestate siamo entrati nella foresta, dove ho trascorso la notte con due unità del reggimento d’assalto Code 9.2, che usa i Vampire, droni sviluppati dagli ucraini e capaci di trasportare fino a quattordici chili di esplosivi per più di quindici chilometri.

Ho incontrato un ragazzo di 23 anni, nome in codice Legat. Mi ha raccontato che un anno fa ha interrotto un master in diritto internazionale a Kiev, perché non crede più nel diritto internazionale. Ho parlato con Kapa, un operaio edile di 32 anni di Kharkiv, che ha detto di essersi arruolato più o meno nello stesso periodo perché secondo lui è meglio scegliere quando entrare nell’esercito invece di aspettare la chiamata. (Legat e Kapa hanno chiesto di essere identificati solo con i nomi in codice).

Ho chiesto se al fronte stavano usando qualcosa che veniva dagli Stati Uniti. Ci hanno messo un po’ per trovare qualcosa. Legat e Kapa non sapevano dire se un anno prima le cose fossero state diverse. Per loro questa era semplicemente la guerra dell’Ucraina. Nessuno dei due si aspettava una fine imminente.

Fronte nella regione di Donetsk, Ucraina, 18 marzo 2025 (George Ivanchenko)

Quel mese, nei pressi di Pokrovsk, nel Donetsk, ho incontrato anche il sergente Pavlo Vyshebaba, 39 anni, vegano, poeta ed ex attivista per i diritti degli animali. Faceva parte dei Minotaur, un’unità di artiglieria chiamata così per i labirinti che i soldati avevano scavato tra le case del paese, allo scopo di evitare i droni russi (i mortai possono fermare un assalto per dieci, quindici minuti, mi ha spiegato il sergente Vyshebaba, dando ai droni il tempo di arrivare). Il rischio di essere individuati era così alto, racconta, che non potevano neanche tenere dei gatti per affrontare il problema dei numerosi topi, perché i gatti potevano essere visti da rilevatori termici e rivelare la presenza di esseri umani.

Di recente Vyshebaba è stato spostato nell’unità sistemi robotici di terra. Queste macchine hanno impresso una svolta: liberano le strade, trasportano i mortai al fronte e sminano il terreno. Così l’umore di Vyshebaba è migliorato. Per questa e per altre unità la tecnologia stava radicalmente riorganizzando il campo di battaglia, permettendo agli ucraini di mantenere la posizione e far sentire alla Russia tutto il costo della guerra.

All’inizio dell’estate del 2025 ho parlato con Andriy Zagorodnyuk, ex ministro della difesa e attualmente analista esperto di sicurezza. Mi ha descritto l’approccio di Kiev come una “neutralizzazione strategica”, una strategia militare di lungo periodo per rendere le operazioni russe irrilevanti. In altri termini, l’Ucraina sta cercando modi pragmatici ed economici per attenuare l’impatto delle operazioni della Russia e far diventare le sue perdite abbastanza significative, in modo da costringere il presidente Vladimir Putin ad ammettere che non ne vale più la pena. Mosca lancia ondate di soldati in attacchi frontali, accettando perdite vertiginose, in uno stile di combattimento noto come tritacarne. Nel 2025 le progressive conquiste territoriali russe sono costate al Cremlino quantità enormi di uomini ed equipaggiamento. Nonostante il reclutamento in Russia preveda sistematicamente generosi bonus in denaro pagati alle reclute, basta solo a mantenere invariato il numero di soldati al netto delle perdite stimate.

Anche volendo, l’Ucraina non avrebbe potuto attuare la stessa strategia. Ha una popolazione molto meno numerosa e non dispone delle vaste riserve di petrolio e di gas della Russia. Ma c’è una differenza più importante: l’Ucraina lotta per salvare delle vite; sacrificarne più del necessario andrebbe contro la logica stessa della guerra.

Può sembrare che il mondo guardi la guerra della Russia contro l’Ucraina come se fosse un film. Quando l’attenzione si abbassa se ne chiede un finale, anche brutto se non si può avere quello bello. Per gli ucraini questo non è il cinema, ma la realtà. Durerà fin quando durerà.

Vicino a un gasdotto di Nikopol, una città sull’altra sponda del fiume Dnipro, a meno di sette chilometri dalla centrale nucleare di Zaporižžja controllata dai russi, ho chiesto a Yevhen Bilousov, un gruista, quando secondo lui sarebbe finita la guerra. La fabbrica era circondata da reti antidroni, le finestre erano coperte da lastre di metallo crivellate da schegge di proiettili, ma il lavoro continuava. Mi ha risposto che la domanda non ha senso, “perché tutto dipende non da quando finirà la guerra, ma da come”. ◆ gim

Natalija Gumenjuk è una giornalista ucraina. Ha fondato il laboratorio di giornalismo Public interest journalism lab, che documenta in prima linea i crimini di guerra commessi dai militari russi.

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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati