La cupola metallica del nuovo Louvre Abu Dhabi fluttua sulla costa sabbiosa dell’isola Saadiyat come uno scolapasta a testa in giù e non rivela molto vista dall’esterno. Sotto la cupola spunta un grappolo di blocchi bianchi, come tante zollette di zucchero che formano, tra stradine e piazze, una specie di villaggio nel deserto. Paragonato ai vistosi grattacieli a specchio del lungomare della città, questo edificio costato milioni di euro sembra quasi modesto. “Volevo creare un quartiere dell’arte più che un museo”, dice Jean Nouvel, l’architetto francese a cui si deve il progetto della struttura che potrà fregiarsi del nome Louvre grazie a un accordo trentennale da circa 750 milioni di euro con l’istituzione parigina.
L’acqua lambisce la piattaforma di pietra e scorre dietro la tettoia in vasche che rinfrescano l’aria e riflettono increspature di luce sullo spazio circostante. Gli architetti dicono spesso di “dipingere con la luce” e qui l’espressione suona autentica: l’effetto è incantevole.
Dentro, opere di Jackson Pollock e Mark Rothko sono esposte a pochi passi da altre di Matisse e Vincent van Gogh. Tra i pezzi forti c’è una sfinge greca del sesto secolo aC, un ritratto di donna di Leonardo da Vinci e una riproduzione ricoperta di cristalli della torre dell’architetto sovietico Vladimir Tatlin realizzata da Ai Weiwei, ma che potrebbe sembrare un enorme lampadario staccato dal soffitto di uno dei palazzi degli Emirati Arabi Uniti.
Il Louvre Abu Dhabi è il primo edificio completato della sfarzosa isola della cultura che dovrebbe sorgere qui ed è molto in ritardo rispetto ai tempi previsti. L’idea era nata più di dieci anni fa, nel clima di esaltazione che aveva preceduto la crisi finanziaria globale. L’isola doveva essere una destinazione di prestigio capace di attrarre il turismo culturale di prima classe, nella continua competizione con la più scintillante vicina Dubai.
Accanto alle ville di lusso e ai campi da golf (le prime cose a essere costruite) doveva sorgere un gigantesco nuovo Guggenheim progettato da Frank Gehry, sette volte più grande di quello di New York e disegnato come un cumulo di coni rovesciati. Sarebbero dovuti arrivare anche lo Sheikh Zayed national museum di Norman Foster, a forma di ala di falco (in onore della passione per la falconeria dello sceicco), un museo marino di Tadao Andō, una volta acuta che spunta dal mare, e un centro per le arti performative progettato dalla defunta Zaha Hadid, un edificio sinuoso e simile a un groviglio di ectoplasmi. Nessuno di questi edifici è stato neanche cominciato.
“Quando i progetti precipitano dall’alto degli studi internazionali senza avere radici nel luogo può essere un disastro”, dice Nouvel, autore del progetto più raffinato in questo sovraffollato luna park per archistar. Sapeva che i suoi vicini più audaci avrebbero superato gli ottanta metri d’altezza, per questo lui ha deciso di accovacciarsi e di abbassare i toni: la sua cupola galleggia a meno di trenta metri dall’acqua. “Dobbiamo sempre essere sensibili e rispettare il contesto, anche quando apparentemente non c’è”, aggiunge, descrivendo il momento in cui ha avvistato quella vuota striscia di sabbia durante un sopralluogo in elicottero, prima ancora che venisse costruito il ponte di collegamento con la terraferma.
Il suo punto di partenza, una vaga idea di medina, è stata l’astuta risposta alla più vaga delle richieste, arrivata di punto in bianco e senza nessun dato specifico. “Un classico museo della civiltà”, aveva chiesto lo sceicco nel 2006, prima che il Louvre diventasse il partner che avrebbe riempito di opere le sale del museo. La flessibilità del suo progetto ha avuto il vantaggio di creare un luogo che sembra quasi un vecchio museo cresciuto organicamente nel tempo, come se si fosse allargato riadattando una serie di spazi preesistenti. Costituito da 55 edifici poco più grandi di una stanza e disposti in un disordine studiato, questo Louvre non ha due sale che siano simili.
L’impressione che l’edificio esistesse già da prima si ha anche in prossimità del mare, dove file casuali di briccole spuntano dall’acqua come se fossero le rovine di qualcosa che c’era prima, o le fondamenta di una costruzione futura. Con un tocco alla James Bond, gli ospiti vip potranno arrivare via acqua e attraccare sotto la scintillante cupola. Il tutto ha un’aria da sceicchi chic e, in alcuni punti, si ha la sensazione che ci fossero troppi soldi da spendere. Nouvel ha avuto il raro lusso di disegnare tutto ciò che si vede nel museo, dalle sedute in pelle agli impianti luminosi e alcune rifiniture tradiscono il suo debole per lo sfarzo.
Un museo universale
La luce filtra nelle gallerie del museo attraverso soffitti a pannelli di vetro sagomati con diciassette motivi diversi; ogni stanza ha il suo “tappeto di pietra”, estratta da diverse aree esotiche del pianeta e intarsiata in bronzo.
In quanto “museo universale del ventunesimo secolo”, offre un viaggio attraverso dodici capitoli, dalla preistoria ai giorni nostri.
“Per la prima volta non solo viene meno la divisione dei dipartimenti museali, ma viene anche favorito un dialogo inatteso tra le opere”, dice Jean-François Charnier direttore scientifico di Agence France Museum, l’organizzazione incaricata di coordinare i trecento prestiti da tredici musei francesi, che diminuiranno nel tempo man mano che il museo formerà una sua collezione. Vale la pena di ricordare che Abu Dhabi è più o meno antica quanto il Louvre originale: i beduini Bani Yas si stabilirono qui attorno al 1790, quando il museo aprì i battenti a Parigi.
Una serie di preoccupanti indizi fanno pensare che alcune cose da allora non siano cambiate. Mentre si svolge l’inaugurazione riservata alla stampa, diversi operai asiatici sono impegnati a dare gli ultimi ritocchi all’esterno del museo, sotto il cocente sole di mezzogiorno. Impossibile non pensare alle polemiche sulle loro condizioni di lavoro. Un rapporto del 2015 di Human rights watch ha rivelato che, nonostante la costruzione di un impeccabile villaggio per gli operai, molti dei lavoratori coinvolti nella costruzione del nuovo Louvre erano tenuti in condizioni simili alla schiavitù, obbligati a lavorare per mesi senza paga finché non erano in grado di rimborsare tasse di assunzione illegali, e venivano deportati se si lamentavano.
“Guarda l’umanità sotto una nuova luce”, dice l’affissione che conduce al Louvre Abu Dhabi, ed è proprio quello che il progetto ti obbliga a fare.
Come molti degli inestimabili oggetti in mostra, commissionati da despoti e dittatori nel corso dei secoli, il modo in cui l’edificio è stato pensato e costruito fa parte della stessa storia, ed è il lato più oscuro di questa spettacolare opera dei nostri tempi. ◆ nv
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati