Un pezzo di carta verde con una frase scritta in caratteri maiuscoli riassume i problemi di criminalità che affliggono l’America Latina. È apparso lo scorso novembre nello stato di Guerrero, sulla martoriata costa del Pacifico meridionale messicano, ma avrebbe potuto comparire anche a Santiago del Cile, a Medellín, in Colombia, o in uno qualsiasi dei quartieri di Guayaquil, la città sulla costa dell’Ecuador. Era un avviso, un foglio attaccato agli angoli delle strade e ai pali della luce, una minaccia rivolta ai commercianti di alcuni quartieri: dal mese successivo avrebbero dovuto cominciare a pagare il pizzo. L’avviso anonimo si chiudeva così: “Questo quartiere ha un proprietario”.
Il pizzo, la bustarella, la mazzetta, la tangente: sono varianti lessicali per indicare l’estorsione, un male che colpisce il Sudamerica come mai prima d’ora. Nella regione è in crescita la criminalità, in particolare quella associata ad azioni violente. Il tasso di omicidi rimane molto alto, più di venti ogni centomila abitanti. L’espansione degli affari del narcotraffico ha creato un terreno fertile per la criminalità in tutti i paesi: dall’Uruguay, un tempo oasi di tranquillità, al sempre problematico Guatemala. I gruppi armati nati dal traffico di droga cercano nuovi settori per fare affari. Nessuno sembra così redditizio come l’estorsione, nella sua semplicità estrema: o paghi o ti ammazzo.
L’America in generale e l’America Latina in particolare stanno vivendo un momento delicato. Lo dicono gli esperti consultati da questo giornale, che vedono nella diversificazione e nella frammentazione del magma criminale un pericolo al livello regionale. Il narcotraffico ha messo in moto una fabbrica da cui sono uscite decine di gruppi di malviventi che, fedeli alle logiche di mercato, cercano di prendersi la loro fetta di torta. L’estorsione resta il metodo più semplice; la droga è una possibilità delle tante. L’America è un scrigno incredibile di risorse naturali e la criminalità organizzata chiede la sua parte. Come in una versione moderna della mitologica Idra di Lerna, le bande criminali agitano le teste del mostro per ampliare il loro giro d’affari.
Segretezza
I paesi della regione, che amano guardarsi l’ombelico, sembrano ignorare che la spinta predatoria delle mafie è la stessa ovunque, dalle Ande all’Amazzonia. In Messico i criminali rubano il carburante dagli oleodotti dell’azienda petrolifera statale o lo importano senza pagare le tasse, falsificando le dichiarazioni doganali; in Perù, in Ecuador e in Colombia saccheggiano le miniere d’oro e di altri minerali; in Brasile, ladri e contrabbandieri disboscano la foresta amazzonica per alimentare la domanda mondiale di legname. Il tutto avviene con il sostegno di diversi soggetti statali. “Nel caso dei reati ambientali è molto evidente”, spiega Cecilia Farfán-Méndez, responsabile dell’osservatorio per il Nordamerica del Global initiative against transnational organized crime (Gitoc), un’organizzazione della società civile che indaga sul crimine organizzato internazionale. Oltre al traffico di droga e all’estorsione, i nuovi gruppi criminali continuano a portare avanti attività più tradizionali, straordinariamente redditizie: la tratta di esseri umani (non solo di migranti) e il traffico di armi. Nell’ultimo rapporto sulla situazione globale della criminalità, presentato alla fine del 2025, il Gitoc ha sottolineato l’alto numero di armi da fuoco presenti nell’area e il loro ruolo negli omicidi. In nessun’altra regione del mondo si uccidono così tante persone con armi da fuoco come in America Latina e nei paesi dei Caraibi.
“Rispetto a vent’anni fa la criminalità organizzata può contare su più armi. Anche la loro qualità è cresciuta, al punto che la gente le considera più efficienti di quelle delle forze armate”, sottolinea Farfán-Méndez.
In questa logica la violenza non è solo uno strumento, un messaggio o un mezzo, ma anche un fine. Con tutte le eccezioni del caso – l’omicidio in Messico dell’agente della Drug enforcement administration (Dea, l’agenzia antidroga statunitense)Enrique Camarena negli anni ottanta o la violenza portata in Colombia da Pablo Escobar negli anni novanta – il business del narcotraffico non è nato violento. Per fare in modo che la droga raggiungesse i grandi mercati degli Stati Uniti e dell’Europa, serviva la segretezza. Corruzione e ordine: questo avrebbe potuto essere il motto del settore. Tuttavia il panorama è cambiato con lo smantellamento dei vecchi cartelli e la frammentazione delle loro reti di protezione, a cui le forze di sicurezza statali avevano sempre fornito appoggio o una partecipazione diretta.
Oggi prevalgono i gruppi criminali di piccole dimensioni, più dinamici. Possono avere contatti con organizzazioni più grandi, dedicarsi o meno al traffico di droga e alla sua vendita al dettaglio ed estorcere e sfruttare l’ambiente e la natura. Se ci sono miniere, si prendono i minerali; se ci sono le foreste, il legname; e se ci sono città, allora si rifanno su negozi, uffici governativi e vie di trasporto. Tutto questo in contesti altamente competitivi, dove la violenza è usata per eliminare eventuali ostacoli ai loro affari (come un attivista per l’ambiente) o per inviare messaggi a nemici, reali o potenziali.
“È la grande minaccia nel continente: la diversificazione e la frammentazione dei gruppi criminali”, afferma Marcelo Bergman, professore all’università 3 de Febrero, in Argentina, e uno dei principali esperti delle dinamiche criminali nella regione.
Sacchi di cartone in un capannone anonimo nascondevano le quattordici tonnellate di cocaina sequestrate nel porto di Buenaventura
Non solo cocaina
Sacchi di cartone in un capannone anonimo nascondevano le quattordici tonnellate di cocaina sequestrate dalle autorità colombiane lo scorso novembre nel porto di Buenaventura, sulla costa del Pacifico. Secondo la polizia la droga avrebbe raggiunto sul mercato un valore di circa quattrocento milioni di dollari (340 milioni di euro), un record nella storia recente del paese. Il capo della polizia ha detto che si tratta del sequestro di cocaina più grande degli ultimi dieci anni. La cattiva notizia per le autorità è che quelle 14 tonnellate, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, rappresentano solo lo 0,4 per cento della produzione annuale nella regione.
La cocaina è tornata di moda. Tralasciando la polemica sui numeri, oggetto di discussioni in Colombia perché il governo non è d’accordo con le misurazioni dell’Onu, la produzione aumenta ogni anno e crescono anche gli ettari coltivati a foglie di coca.
La Colombia è l’ammiraglia della flotta, seguita a distanza dal Perù e dalla Bolivia. Secondo le stime delle Nazioni Unite, delle 3.708 tonnellate di cocaina prodotte nella regione nel 2023, 2.664 venivano dalla Colombia, dove nel 2024 la produzione nazionale è salita a 3.001 tonnellate.
Il boom della cocaina in Sudamerica e l’aumento dei sequestri in tutto il mondo, sempre secondo l’Onu, indicano una crescita della produzione e del traffico di droga in tutta la regione. Questo riguarda tutte le sostanze stupefacenti – tranne l’eroina, ormai obsoleta, e la cannabis legalizzata in alcuni paesi – che stanno vivendo un momento simile all’epoca d’oro del cartello di Medellín e del ponte aereo della cocaina tra i Caraibi e la Florida, alla metà di quegli anni ottanta in cui sono ambientati Scarface e Miami Vice.
Più a nord la crescita è alimentata da nuove droghe. Nel traffico continentale spiccano il fentanyl e la metanfetamina, l’oppioide e lo stimolante che hanno sostituito le coltivazioni di papavero da oppio e di cannabis in Messico. Nell’ovest del paese sono nati tanti laboratori per soddisfare la domanda degli Stati Uniti, che non accenna a diminuire nonostante i cinquant’anni di guerre alla droga portate avanti da varie amministrazioni, a cominciare da quella di Richard Nixon.
Oggi Donald Trump vuole mettere in riga i governi del sud e combatte il narcotraffico minacciando dazi e bombardando imbarcazioni venezuelane, che accusa di trasportare illegalmente droga negli Stati Uniti (il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno attaccato Caracas e catturato il presidente Nicolás Maduro, accusato di essere un narcoterrorista, ndr). Negli attacchi condotti da settembre dall’esercito statunitense nel mar dei Caraibi e nell’oceano Pacifico finora sono morte più di cento persone. Oltre a essere un’operazione discutibile dal punto di vista del diritto internazionale, chiudere le rotte della droga bombardando le navi è un po’ come voler svuotare il mare con un secchiello. Quanta droga non ha raggiunto i consumatori statunitensi grazie agli attacchi di Washington? In mancanza di informazioni ufficiali, è difficile saperlo. In ogni caso, sembra improbabile che queste operazioni siano efficaci. “Sono decenni che cerchiamo di fermare il consumo di cocaina, eppure la domanda non è mai stata così alta”, afferma Angélica Durán-Martínez, docente alla Massachusetts university e autrice di vari studi e libri sulla violenza e i mercati illegali.
Il cerchio si chiude. I mercati che inizialmente non erano violenti, o almeno non come lo sono oggi, hanno bisogno di nuove reti di protezione di fronte alla concorrenza e al declino o all’incapacità di quelle vecchie. Nel frattempo si sono affermati nuovi gruppi che hanno diversificato le loro attività criminali, ricorrendo per esempio all’estorsione. Alcuni governi, in Colombia, Messico e Brasile, hanno cercato di eliminarli con arresti e irruzioni. È successo con gli Zetas in Messico. I gruppi ne sono usciti frammentati, si sono riorganizzati con nomi nuovi, ma la situazione non è cambiata: la domanda di droga è rimasta invariata o è addirittura aumentata. Così siamo arrivati al 2025.
Questa logica va oltre i paesi produttori tradizionali e si ripresenta, con risultati catastrofici, in paesi di transito come l’Ecuador (dove il tasso di omicidi è passato da meno di otto ogni centomila abitanti nel 2020 a più di 45 nel 2023) o in quelli della regione caraibica. Fino a poco tempo fa l’Ecuador, cerniera tra Colombia e Perù, era considerato un’eccezione nel continente, soprattutto se paragonato alla vicina Colombia. Negli ultimi cinque anni è diventato uno dei principali centri di smistamento della cocaina: dai suoi porti, approfittando del fatto che il paese andino è il maggiore esportatore di banane, i criminali spediscono la droga in Europa.
Il caso della Colombia, principale produttore mondiale di cocaina, è indicativo e complementare a quello dell’Ecuador, perché qui si svolge l’intero ciclo. Dopo la caduta dei cartelli di Medellín e Cali negli anni novanta, i gruppi eredi del narcotraffico hanno cambiato tattica: hanno smesso di portarla in Messico e hanno cominciato a venderla al confine. I guadagni erano minori, ma c’erano anche meno problemi. Le Nazioni Unite hanno registrato un calo della produzione di foglie di coca e cocaina fino al 2013. Poi però la ripresa è stata notevole: dai 50mila ettari coltivati allora ai più dei 250mila di oggi. Alla frammentazione dei gruppi criminali si è affiancata la diversificazione delle loro attività. “Oggi passano dalla coca all’estrazione illegale dell’oro, a seconda dei prezzi”, afferma Daniel Mejía, economista alla Brown university, negli Stati Uniti, ed ex direttore del Centro studi sulla sicurezza e le droghe dell’università delle Ande. Mejía sottolinea l’estrema pericolosità di situazioni come quelle in Colombia, Messico e in alcune zone del Brasile e dell’Ecuador, dove la violenza è molto alta. “I gruppi criminali non puntano più solo a controllare il mercato della droga o l’estrazione mineraria. Stanno sviluppando una logica di governo e gestione criminale”, spiega.
“Quando si arriva a una situazione come quella del Messico – 30mila omicidi all’anno, estorsioni in aumento, saccheggi di miniere e foreste e furti di carburante – significa che l’attività criminale si è così diversificata e che i gruppi sono così tanti da annullare la capacità deterrente dello stato”, aggiunge Bergman.
Soluzioni drastiche
Il 28 ottobre 2025 gli abitanti di una favela di Rio de Janeiro sono andati a recuperare dei cadaveri in un bosco. Mentre nella vivace zona sud della città la vita continuava tranquilla, decine di persone del Complexo da Penha, nella periferia settentrionale, sono andati in cerca dei corpi dei loro familiari, uccisi poche ore prima dalla polizia in un’operazione che ha sconvolto il Brasile e il resto del mondo. I giornalisti arrivati poco dopo nella piazza principale della favela hanno descritto immagini terribili: decine di corpi senza vita allineati a terra, con segni di torture, coperti da teli improvvisati.
Negli ultimi vent’anni la popolazione carceraria in America Latina è praticamente raddoppiata, ma i reati non sono diminuiti
Il numero definitivo delle vittime dell’operazione di polizia non è ancora chiaro, ma le stime più prudenti parlano di più di 120 morti. Dopo che il presidente di una potenza mondiale come gli Stati Uniti ha definito l’omicidio di un giornalista “una cosa che capita”, Cláudio Castro, governatore di destra di Rio de Janeiro, ha espresso un pensiero simile in risposta alla strage nelle _ favelas_. Secondo Castro l’operazione è stata un successo, perché decine di vittime avevano precedenti penali gravi. Incredibilmente, i sondaggi condotti nei giorni successivi hanno registrato un atteggiamento favorevole nei confronti dell’operazione e delle parole del governatore. Il gradimento per la politica del pugno di ferro è stato molto alto tra gli abitanti di Rio. Il massacro della polizia nel Complexo da Penha, il peggiore nella storia del Brasile, riflette una tendenza continentale: la popolazione è stanca di convivere con l’insicurezza e la violenza, e i governi cercano soluzioni drastiche. Nel Salvador il presidente populista Nayib Bukele ha calpestato tutti i princìpi dello stato di diritto per mettere fine alla violenza delle bande criminali. Succede lo stesso in Messico o in Ecuador, ma anche in paesi con livelli di criminalità molto più bassi, come il Cile, dove il tasso di omicidi è di circa sei ogni centomila abitanti: poco rispetto agli standard della regione, ma il doppio rispetto a dieci anni fa.
“In America Latina c’è sempre stata una richiesta del pugno di ferro, un’etichetta dietro cui si possono nascondere molte cose”, afferma Durán-Martínez. Gli esempi non mancano. Ce ne sono stati nel triangolo settentrionale dell’America Centrale, in Honduras, in Guatemala e nel Salvador, all’inizio del secolo. Erano reazioni al problema della criminalità che non rispondevano a una pianificazione, ma a una crisi. “Quando si ha la percezione di trovarsi davanti a crimini gravi e all’impunità, si tende a chiedere queste politiche. Per gli stati è facile ricorrere a soluzioni del genere, anche se non sono efficaci, perché la popolazione ha la sensazione che si stia facendo qualcosa subito”, aggiunge Durán-Martínez.
Ora che i populismi guadagnano terreno nella regione, soprattutto quelli di destra, con Javier Milei in Argentina, Bukele nel Salvador e la candidatura del figlio di Jair Bolsonaro in Brasile, aumenta la tentazione di offrire soluzioni magiche. Tutti gli esperti che abbiamo consultato dicono la stessa cosa: il modello applicato da Bukele, oltre a violare i diritti umani, non è applicabile altrove.
“El Salvador è un paese piccolo e le bande criminali sono state smantellate abbastanza in fretta”, dice Bergman. Se si provasse a fare qualcosa di simile in paesi con dieci, quindici o venti milioni di abitanti bisognerebbe incarcerare centinaia di migliaia di persone.
Quale aspirante autocrate non andrebbe in visibilio all’idea di costruire prigioni enormi – come ha fatto Bukele – dove abbandonare senza giusto processo centinaia di migliaia di presunti criminali, vestiti solo con delle misere mutande bianche? Anche se efficace dal punto di vista della propaganda, un’idea del genere sarebbe controproducente.
Nella sua opera El negocio del crimen (Il business del crimine), Bergman sottolinea che negli ultimi venti, se non trent’anni, la popolazione carceraria in America Latina è praticamente raddoppiata ma i reati non sono diminuiti. I motivi sono due: gli anelli della catena criminale che vengono intercettati sono facilmente sostituibili, nelle carceri i detenuti continuano le loro attività criminali e quando escono tornano nel mondo della malavita.
Senza risposte
Allora cosa fare? Mejía suggerisce una possibile risposta. Nel 2016 il sindaco di Bogotá lo nominò segretario per la sicurezza. In quel periodo, nel centro della capitale, c’era un enorme focolaio di criminalità e traffico di droga noto come El Bronx. Se fosse cresciuto ancora, avrebbe potuto diventare un problema importante. “Erano solo cinque isolati ma si trovavano vicino alla sede del comune e al palazzo presidenziale. Nemmeno la polizia poteva entrarci. Il nostro principio era che non potevamo tollerare zone vietate”, dice Mejía. Così ha infiltrato degli agenti nel Bronx, ha coordinato le attività d’intelligence per sei mesi e a maggio di quell’anno, quando ha deciso l’intervento, l’ha fatto con tutta la forza disponibile.
“Abbiamo inviato 2.500 poliziotti e anche militari, che hanno creato dei cordoni di sicurezza”, spiega Mejía. “L’obiettivo non era usare la forza, ma evitare di farlo. Inviare così tanti soldati e poliziotti da non lasciare ai criminali la possibilità di pensare di reagire”.
E così è stato: non ci sono state sparatorie né morti. In pochi minuti la polizia ha occupato i più di centoquaranta locali in cui si vendeva droga e si svolgevano attività criminali. Lo scenario era particolare e applicare un metodo simile può essere complicato, ma la lezione sembra evidente: occorrono forze d’intelligence, preparazione e un enorme dispiegamento di forze per evitare che la criminalità reagisca. “Usare la forza senza avere ottime informazioni d’intelligence fa commettere errori”, afferma Mejía.
La situazione nella regione non è buona, ma ci sono margini di miglioramento. “Anche se la criminalità non scomparirà, bisogna puntare a limitarla”, dice Farfán-Méndez. È una frase che nasconde una certa complessità. Non è facile ridurre le attività criminali se per decenni i governi si sono limitati a reagire senza prevenire .
Non è l’unico punto. “L’altro grande problema è che in America Latina il potere statale è frammentato e i gruppi criminali sono numerosi, quindi l’applicazione di qualsiasi strategia politica è complicata. Senza parlare del legame dei gruppi con alcune istituzioni”, afferma Durán-Martínez. Anche dal punto di vista culturale, la battaglia è difficile. Parole come governo o politica hanno perso gran parte del loro potere di seduzione. In molti paese i cittadini sentono disaffezione e, in un contesto del genere, altri attori entrano in scena.
La violenza attira, basta pensare al successo dei cosiddetti corridos, un sottogenere della musica regionale messicana diventato un fenomeno globale, che raccontano la criminalità e il narcotraffico. Il crimine non è scelto solo per necessità, per mancanza di alternative e di occupazione, ma anche per vendetta. “C’è una sorta di delusione generalizzata: l’idea che la legalità, l’istruzione e il lavoro, non offrano risposte”, dice Bergman. “Così prendono il sopravvento la contestazione, lo scontro e la violenza. Oggi procurarsi un’arma, ferire, vendicare la propria infanzia terribile, sembrano gesti che seducono l’immaginario. Il numero di persone pronte a incamminarsi sulla strada del crimine perché non trovano risposta in altri modelli è un problema serio e bisogna affrontarlo”, conclude. ◆ fr
Pablo Ferri è un giornalista spagnolo nato a Valencia nel 1985. Lavora per la redazione del País in Messico. Nel 2014 ha vinto il premio Ortega y Gasset per la serie di reportage Narcotráfico en el corredor centroamericano.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati